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Nòvas n.151 Desembre 2015

Natale e divagazioni sull'inverno nella tradizione occitana dell'Alta Valle di Susa

Chalendas e divagacions sus l’uvèrn dins la tradicion occitana de l’auta Val Dueira

di Renato Sibille

Natale e divagazioni sull'inverno nella tradizione occitana dell'Alta Valle di Susa
italiano

In Alta Valle di Susa, in un tempo non lontano, per economizzare la legna per il riscaldamento, si passavano i mesi freddi nella stalla, sfruttando così il calore prodotto dagli animali. Prima di preparare i pagliericci per i letti, occorreva preparare un impaglio da mettere lungo i muri, una sorta di stuoia fatta con paglia di segale che assorbiva l’umidità, accorgimento che manteneva pulita e asciutta la parte di stalla riservata alle persone.

Dopo la festa di Ognissanti, con le giornate ormai corte, si cenava intorno alle sei di sera poi, nella stalla, si faceva la veglia al lume di una lampada. Generalmente le persone più anziane e i bambini si riunivano in una stalla e i giovani in un’altra. Le donne filavano, sedute sul tavolato lungo il letto. Gli uomini stigliavano la canapa, rinforzavano le corde rotte o consumate, costruivano le suole degli zoccoli, riparavano gli attrezzi di legno, mondavano le fave e narravano le loro avventure delle stagioni passate a lavorare all'estero. I bambini ripassavano la loro lezione, poi si facevano raccontare una storia; tutti ascoltavano e ridevano, poi qualcuno intonava un canto. Ragazzi e ragazze approfittavano della veglia per corteggiare, per amoreggiare o per farsi dispetti. Intorno alle dieci di sera, con il mantello sulle spalle e con la lanterna in mano, ciascuno si ritirava a casa propria.

Il giorno 2 dicembre indicava il tempo che ci sarebbe stato per oltre un mese, infatti: Sent Bibianë carant zhoû e unë samanë (Santa Bibiana quaranta giorni e una settimana, cioè: la situazione meteorologica del giorno di Santa Bibiana, il 2 dicembre, durerà per quaranta giorni e una settimana).

Nei nove giorni precedenti il Natale, generalmente alle tre del pomeriggio, si celebrava la novena in chiesa in attesa della venuta del Messia, cantando il Regem Venturum. La vigilia di Natale la popolazione si radunava nella chiesa parrocchiale per la messa di mezzanotte. Al rientro a casa, si festeggiava gustando una cioccolata calda o, più comunemente, una tazza di latte con caffè d’orzo e una fetta di torta di mele. Anche alle vacche, per l’occasione, spettava una razione straordinaria di fieno.

Raramente Gesù Bambino portava doni, il giorno di Natale era una festa strettamente religiosa, solo in anni più recenti i bambini si alzavano di buonora per vedere se c'era qualche regalo sotto al cuscino o sulle scarpe.

Gli alberi di Natale non erano in uso, nelle case più ricche si preparava il presepe e tutti andavano a vederlo. Il 25 dicembre si ritornava in chiesa per la messa, vestiti a festa e le donne indossavano i costumi tradizionali, con la cuffia guarnita da pizzi e ricami e con gli scialli damascati. Dopo il pranzo, bambini e ragazzi correvano a slittare sulla neve. In quel giorno non si lavorava e gli uomini si riunivano per chiacchierare e fare una partita alle carte.

La saggezza popolare ricordava come Sharanda ou zhò, Paca ou fiò (Natale al gioco, Pasqua al fuoco), cioè se il tempo è clemente per Natale, sarà rigido a Pasqua, e avvertiva che Sharanda pléinë lunë qui qu’a doua vassha na vond unë, (Natale in plenilunio, chi ha due mucche ne vende una), poiché la luna piena a Natale è indice di un probabile inverno lungo e rigido e quindi della conseguente difficoltà di far fronte con le proprie scorte di fieno al nutrimento degli animali.

Il Natale trascorreva così, ma la vera festa dei bambini era Capodanno, quando si recavano di buon ora dai parenti, innanzitutto da padrino e madrina, ad augurare buon anno in cambio di una strenna: una moneta, un mandarino, qualche dolcetto o qualche caramella. Mentre gli adulti si auguravano Boun zhoù, boun an! (Buongiorno buon anno!) e spesso chiedevano: Bian finì, bian arcoumansà? (Ben finito e ben incominciato?), i bambini salutavano con formule fisse che esigevano un dono: Boun joù, boun an! Dounamme coran (Buongiorno, buon anno! Datemi qualcosa!) o Boun zhoù, boun an! Bitamme coran sla man (Buongiorno, buon anno! Mettetemi qualcosa sulla mano!). Bouzhoù boun an! 'M dounè pa ran? (Buongiorno buon anno! Non mi date nulla?). Qualche monello canzonava un compagno con uno scherzoso: Boun joù, boun an! Gardà la fouéirë par tou l’an. (Buongiorno, buon anno! Che ti venga la diarrea tutto l’anno).

Continuando le veglie serali, si attendeva l'Epifania, Lou Réi (I Re Magi). Al calar della notte, il 5 gennaio, i bambini uscivano di casa e si recavano in un luogo dove fossero ben visibili alcuni tratti delle strade di collegamento tra i vari centri abitati, per cercare di scorgere i Re Magi di passaggio in quella notte. Le lanterne degli eventuali passanti notturni destavano meraviglia. Al mattino seguente correvano a cercare, lungo le strade, eventuali tesori persi dai Re Magi nel loro passaggio.

Durante la veglia della vigilia, si sceglievano un re e una regina che dettavano i giochi, le canzoni e i divertimenti della serata; davanti ai due signori della festa veniva posto un paiolo con caffelatte o con cioccolata calda e, per poterne bere, era necessario presentare omaggi, complimenti e buffonate alla coppia regale.

Una tradizione exillese ancora viva ai nostri giorni, in occasione della ricorrenza dell’Epifania, è quella di Shaffaou (la catasta). Nella notte tra il 5 e 6 gennaio, quando tradizionalmente per le vie dei paesi transitano i Re Magi, la badia dei giovani sposta quanto di mobile si trova incustodito nell’abitato (panche, carri, attrezzi agricoli, recipienti, ecc.). Se oggi gli oggetti cambiano luogo all’interno del paese, talvolta finendo sui tetti delle case, un tempo erano accatastati sul sagrato della chiesa parrocchiale o nella piazza attigua costituendo un vero e proprio catafalco dove, il giorno seguente, i rispettivi proprietari degli oggetti andavano a recuperarli imprecando.

I Re Magi sono cavalieri del freddo, Lou Réi shevalhìe dla fréi, ma gennaio ha altri patroni che cavalcano il freddo: San Maurizio (15 gennaio), Sant’Antonio (17 gennaio), San Sebastiano (20 gennaio) e San Vincenzo (22 gennaio).

L'inverno continua il suo corso e, nonostante l’orso sia scomparso da quasi due secoli, si osserva che Se a Sent’Ours l’ours ou sësshë sa palhë, ou tornë s’antanâ par carant zhoû (Se il giorno di Sant’Orso, l’orso mette ad asciugare la paglia al sole, ritorna a rintanarsi per quaranta giorni), cioè se il 1° febbraio è una bella giornata, seguiranno quaranta giorni di cattivo tempo.

La veglia invernale proseguiva fino a marzo, quando occorreva ricominciare ad alzarsi presto per fare i lavori di campagna. Un proverbio ricorda: A l’Anounsià adieu a la vilhà. Ma se unë i l’a pa finì ad fiarâ i fai encà a tan a n’an fâ unë fuzà (Per l’Annunciazione, il 25 marzo, addio alla veglia. Ma se una fanciulla non ha finito di filare è ancora in tempo a farne un fuso).

A Exilles un proverbio avverte Mars frai, tout a drai (Se marzo è freddo tutto va bene), mentre a Salbertrand non si scorda che Mars ou l’à encâ vintenaou nevatà (Marzo ha ancora 29 nevicate). Questi proverbi che un tempo avvertivano il contadino dell’arrivo di un periodo rigido, con neve e freddo, consigliandogli di risparmiare legna per il riscaldamento e provviste sufficienti nelle dispense, oggi sono salutati dagli operatori turistici quali forieri di abbondanti nevicate e se un tempo il pane del proverbio Ad tsous la nê pan, ad tsous la pleuië fan (Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame) era riferito alle condizioni ottimali per avere un buon raccolto di cereali, oggi indica il sicuro guadagno prodotto dalla stagione turistica invernale.

Certo il triste motto di rassegnazione: Naou mèi d’uvêr, tréi mèi d’anfêr (Nove mesi d’inverno e tre mesi d’inferno) presente un po’ ovunque tra le nostre montagne, e che un tempo indicava la grama vita contadina, costretta tra un inverno lungo e rigido e i tre soli mesi estivi considerati infernali in quanto tempo dedicato al pesante lavoro dei campi, oggi dovrebbe suonare in modo alquanto diverso e potrebbe, forse, essere riformulato così: Boù naou mèi ad cucannhë d’uvêr, tréi mèi ou shaou ‘ma ‘d pashà d’ità (Con nove mesi di cuccagna invernale, tre di caldo a godersela come dei pascià in estate). Almeno fino a quando gli sconvolgimenti climatici non decreteranno la fine di questi lunghi inverni, consegnandoci ad un clima tropicale, la saggezza popolare ancora ci rassicura e ci conforta sul fatto che: L’uvêr ël loup ou l’a zhomai mashà (L’inverno il lupo non lo ha mai mangiato), cioè dormiamo sonni tranquilli perché prima o poi l’inverno arriva.

occitan

En auta Val Dueira, dins un temp ren luenh, per economizar lo bòsc per lo rechaudament se passavon lhi mes frèids dins l’estable, en esfruchant la chalor des bèstias. Derant d’aprestar lhi jaç per lhi liechs, chalia preparar un’empalhadura da butar al lòng di murs, una sòrta de palhasson fach embe de palha de sèel, que absorbia l’umiditat, un meian que gardava polita e eissucha la part de l’estable reservaa a las personas.

Après la fèsta di Sants, embe las jornadas que s’escorchavon, se cinava a l’entorn de sieis oras. Puei, dins l’estable, se fasia la velhaa al clar d’una lampa. Generalament lhi pus ancians e lhi mainaas se rechampavon dins un estable e lhi joves dins un autre. Las fremas filavon, setaas sus un taulat al lòng dal cubèrt. Lhi òmes brossavon lo chanabon, renforçavon las còrdas rotas o consumaas, construïon las sòlas des çòcas, reparavon las aisinas de bòsc, mondavon las favas e contiavon lors aventuras des sasons passaas a trabalhar a l’estrangier. Lhi filhets repassavon lor leiçon, puei se fasion contiar un’estòria; tuchi escotavon e riion, puei qualqu’un entonava un chant. Lhi filhs e las filhas profitavon de la velhaa per calinhar o se far de despets. A l’entorn de dètz oras de sera, embe lo mantèl sus las espatlas e una lantèrna dins la man, chascun se retirava a sa maison. Lo 2 de desembre indicava lo temp que lhi auria agut per mai d’un mes, puei que Sent Bibianë carant zhoû e unë samanë (Santa Bibiana quaranta jorns e una setmana). Dins lhi nòu jorns derant de Chalendas, generalament a tres bòts d’après-metzjorn, se celebrava la novena en gleisa en atendent la vengua dal Messia, en chantant lo Regem Venturum. La Vigília de Chalendas la populacion se reünia dins la gleisa parroquiala per la messa de mesanuech. Quora se tornava a la maison, se festejava en gustant una chocolata chauda o, pus comunement, una taça de lach embe de cafè d’uèrge e una trancha de torta de poms. Mesme a las vachas, per l’ocasion tochava una racion extraordinària de fen.

Rarament l’Enfant Jesús menava de dons: lo jorn de Chalendas era una fèsta estrechament religiosa e masque en d’ans mai recents lhi filhets s’auçavon bon’ora per veire se lhi avia qualque regal dessot lo coissin o dins lhi chauciers.

Lhi àrbols de Chalendas eron pas en usatge, dins las maisons pus richas se adobava lo presèpi e tuchi anavon lo veire. Lo 25 de desembre lo monde tornava en gleisa per la messa, vestit a fèsta, e las frèmas portavon lhi costums tradicionals, embe la cúfia garnia de dentèlas e brodarias e embe de faudils damascats. Après lo disnar, lhi mainats e lhi joves corrion a esquilhar sus la neu. Dins aquel jorn se trabalhava pas e lhi òmes se rebeïon per devisar e far una partia a cartas.

La saviessa populara recordava que Sharanda ou zhò, Paca ou fiò (Chalendas al jòç, Pascas al fuòc), o ben se lo temp es clement per Chalendas, serè frèid a Pascas, e avertia que Sharanda pléinë lunë qui qu’a doua vassha na vond unë, (Chalendas en plena luna, qui qu’a doas vachas ne vende una), puei que la luna plena a Chalendas es l’indici d’un probable uvèrn lòng e frèid e donc de la dificultat de norrir las bèstias embe las escòrtas de fen.

Chalendas passavon coma aquò, mas la vera fèsta di mainats era lo premier de l’an, quora de bon’ora anavon dai parents, d’en premier dal pairin e la mairina, a augurar lo bòn an en chambi d’una estrena: una monea, un mandarin, qualque docet o qualque bonbon. Dal temp que lhi adults s’auguravon Boun zhoù, boun an! e sovent demandavon: Bian finì, bian arcoumansà?, lhi filhets salutavon embe de formulas fixas qu’exigion un don: Boun joù, boun an! Dounamme coran, o Boun zhoù, boun an! Bitamme coran sla man, o Bouzhoù boun an! 'M dounè pa ran?. Qualque coquin esberfiava un companh embe un galijaire: Boun joù, boun an! Gardà la fouéirë par tou l’an.

En contuniant las velhaas seralas, s’atendia l’Epifania, Lou Réi (Los Reis, lhi Reis Mags). Al calabrun, lo 5 de genier, lhi mainats sortion da las maisons e anavon dins un luec ente foguesson ben visibles qualqui tòcs des vias que jonhion lhi centres abitats, per cerchar d’entreveire lhi Reis de passatge aquela nuech. Las lantèrnas di eventuals passants nocturnes scuscitavon de meravilha. Lo matin d’après corrion a cerchar, al lòng des vias, d’eventuals tesòrs perduts dai Reis dins lor passatge.

Durant la velhaa de la vigília se chausion un rei e una reina que dectavon lhi juecs, las chançons e lhi devertiments de la serada; derant lhi dui senhors de la fèsta venia pausat un pairòl embe de cafelach o de chocolata chauda e, per ne’n poler beure, chalia presentar d’omatges, de compliments e de bofonaas a la cobla regala.

Una tradicion esilhesa encara viva ai nòstri jorns, en ocasion de la recorrença de l’Epifania, es aquela de Shaffaou (lo baron). Dins la nuech entre lo 5 e 6 de genoier, quora tradicionalament per las vias di país passon lhi Reis, la baïa di joves meira çò que de mòbil demorat ren gardat dins l’abitat (banchas, carróç, aisinas agrícolas, recipients). Se encuei lhi objècts chambion luec dins lo país, de bòts que lhi a en finient sus lhi cubèrts des maisons, un temp eron abaronats sal sacrat de la gleisa parroquiala, o dins la plaça denant, en constituent un ver e pròpi catafalc ente, lo jorn d’après, lhi respectius proprietari de lhi objècts anavon lhi recuperar en imprecant.

Lhi Reis son de cavaliers dal frèid, Lou Réi shevalhìe dla fréi, mas genoier a d’autri patrons que cavalcon lo frèid: Sant Maurici (15 de genoier), Sant Antonio (17 de genoier), Sant Sebastian (20 de genoier) e Sant Vincent (22 de genoier).

L’uvèrn contúnia son cors e, malgrat que l’ors sie despareissut depuei esquasi dui sècles, s’obsèrva que Se a Sent’Ours l’ours ou sësshë sa palhë, ou tornë s’antanâ par carant zhoû ( se a Sant Ors l’ors o’ secha sa palha, o’ tora s’entanar per quaranta jorns), o ben se lo premier de febrier es una bèla jornaa, seguirèn quaranta jorns de marrit temp.

La velhaa uvernala contuniava fins a març, quora chalia començar mai a s’auçar bon’ora per far lhi trabalhs de la campanha. Un provèrbi recòrda: A l’Anounsià adieu a la vilhà. Ma se unë i l’a pa finì ad fiarâ i fai encà a tan a n’an fâ unë fuzà (Per l’Anonciacion, lo 25 de març, adiu a la velhaa. Mas se una a l’a pas finit de fialar lhi fai encà a tant a ne’n far una fusaa).

A Ensilha un provèrbi avertís Mars frai, tout a drai (març frèid, tot adreit), mentre que a Salbertrand se desmentia pas que Mars ou l’à encâ vintenaou nevatà (març o’ l’a encà vint-e-nau nevataas). Aquesti provèrbis, que un temp avertion lo païsan de l’arribada d’un periòde rígid embe de neu e de frèid, en lhi conselhant d’esparnhar de bòsc e de provistas sufisentas dins las despensas, encuei son salutats da lhi operators torístics coma de portaires d’abondantas nevaas e se un temp lo pan dal provèrbi Ad tsous la nê pan, ad tsous la pleuië fan (dessot la neu pan, dessot la plueia fam) era referit a las condicions optimalas per aver una bòna culhia de cereals, encuei índica lo ganh segur produch da la sason uvernala.

De segur lo triste mot de resinhacion Naou mèi d’uvêr, tréi mèi d’anfêr (nau mes d’uvèrn, tres mes d’enfèrn), present un pauc de pertot dins nòstras montanhas e qu’un temp indicava la marria vita païsana, constrecha entre un uvèrn lòng e frèid e ren que tres mes estiu, considerats enfernals per lo temp dedicat al pesant trabalh di champs, encuei deuria sonar d’un biais ben diferent e poleria, benlèu, èsser reformulat parelh: Boù naou mèi ad cucannhë d’uvêr, tréi mèi ou shaou ‘ma ‘d pashà d’ità (bo nau mes de cocanha d’uvèrn, tres mes au chaud ‘ma de pashà d’istat). Almenc tant que boliversaments climàtics decretarèn pas la fin d’aquesti lòngs uvèrns, en nos liurant a un clima tropical, la saviessa populara nos rassegura encara e nos confòrta sal fach que L’uvêr ël loup ou l’a zhomai mashà (l’uvèrn el lop o’ l’a jamai manjat), o ben durmem de sòms serens perqué derant o après l’uvèrn arriba.


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