Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2013

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Nòvas n.130 Desembre 2013

Racconti d’Inverno: C’era una volta…

Couèinte d’Uvert: Si an pasà, iavèt in cool…

di Marco Rey

Racconti d’Inverno: C’era una volta…
italiano

Nel grande progetto Chantar l’Uvern 2013 avrò a disposizione alcune date per presentare al pubblico una parte importante della tradizione orale francoprovenzale comune a tutto l’arco alpino e ormai desueta. Il racconto delle storie. Storie, leggende, fatti reali come ho avuto la fortuna, da bambino, di ascoltare e raccogliere dal nonno. “Un vecchio accartoccia il tabacco nella cartina, e con grandi sospiri racconta quello che da sempre hanno raccontato i suoi vecchi. Ogni tanto si ferma, guarda per terra, aspira una boccata dalla sigaretta e guardando lontano riprende a raccontare….”. Queste righe sono nell’introduzione di Spiri fouleut e soursie an Dzalhoun per i tipi di Morra nel 2003, dove raccolsi e pubblicai parte di questi racconti. In seguito presero forma altri racconti sulla base dei ricordi e suggestioni del rapporto con la morte dalla parte della nostra tradizione orale. Ora in queste serate cercherò di trasmettere queste sensazioni, gettare uno sguardo sul nostro mondo passato, permettere a ciascuno di sognare, sospirare, abbandonare un attimo la realtà, per scoprire che, in effetti, questi racconti sono parte di noi stessi.

La storia del carrettiere Giovanni Lorenzo Nhasa

Giovanni Lorenzo di professione faceva il carrettiere, viveva del suo lavoro e come tutti delle risorse della povera terra di montagna. Era un uomo grande e grosso con una forza esagerata e non lo spaventava mai nulla, di pessimo carattere viveva spesso di prepotenza e arroganza. Erano oggetto di racconti nelle veglie di stalla e nelle cantine le sue diverse peripezie, prove di forza, e risse nelle feste di borgata. Non disdegnava il buon vino e mal sopportava la chiesa ed il prevosto, che spesso lo redarguiva per la sua condotta.

Possedeva diversi carri per ogni genere di trasporto e di solito tutte le settimane saliva all’ospizio del Moncenisio per rifornire la piccola bottega, per questo servizio usava un carro più piccolo e leggero con una cassapanca comoda da sedile ed utilizzava il suo buon cavallo Turc anziché i soliti muli.

Giovanni era affezionato solo alle sue bestie, che però a forza di stare con lui prendevano lo stesso carattere scontroso del padrone. A suo modo voleva bene a Turc ma sempre esagerava con metodi rudi e comandi brutali contornati da infinite bestemmie, a volte tutti i santi del paradiso in elenco completo. Una volta mentre Turc era recalcitrante ad entrare nelle stanghe per l’attacco Giovanni Lorenzo dava sfogo a tutte le bestemmie conosciute e mentre stava così imprecando transitò Il parroco che non poté fare a meno di sentire la messa, allora il curato disse “ -Giovanni dovreste trattenervi da tali esagerati sfoghi, non vi vedo mai in chiesa, forse sarebbe meglio-…” ma non riuscì a finire che Giovanni sfilò il bastone del freno e lo mostrò al prelato ” -cammina, corvaccio, corri altrimenti i tuoi santi dovranno venire a raccoglierti!!-” e mentre il parroco si ritirava in fretta Giovanni rideva di gusto piazzato a gambe larghe.

Sempre il suo lavoro lo portava a viaggiare al buio in balia ad ogni genere di furfanti ma il fido bastone del freno era sempre pronto alla bisogna come la lunga frusta che usava con maestria, vista la fama che lo circondava, viaggiava tranquillo anzi erano gli altri che quando sentivano il suo carro erano preoccupati.

Eppure ciò nonostante quella volta incappò proprio in una brutta avventura. Era tardo autunno, le giornate si accorciavano e le salite al Moncenisio cominciavano a diventare insidiose. La giornata non prometteva nulla di buono e Gian Lorenzo aveva proprio pensato di rimandare il viaggio al giorno successivo, Agostino però gli portò due sacchi di castagne che dovevano proseguire per il negozio di Lanslebourg e quindi per forza arrivare in giornata.

Gian Lorenzo rimuginò tra sé: “- ho deciso di non salire, troverò una brutta tormenta- “qualcosa lo consigliava di stare in casa, un presentimento ma Agostino insistette “ -ti raddoppio la paga!-”. “ -E va bene! Portami i sacchi, è già tardi devo fare presto-”. Coprì bene il carico sul carro ma Turc non voleva proprio saperne di entrare nelle stanghe, soffiava violentemente e raspava il terreno..

La nebbia intanto gonfiava sulle montagne, la tormenta spostava le nuvole e consentiva una certa visibilità faceva freddo ma la salita non presentò particolari difficoltà. Gian Lorenzo arrivò finalmente all’Ospizio in mezzo ad una tormenta di neve, la prima di quell’anno.

Scaricata la mercanzia, sarebbe voluto ripartire subito ma il richiamo di una buona bevuta fu troppo forte “ -poi si sente sempre qualcosa di utile!-” Così dicendo entrò nell’osteria per una grappa veloce ma finì per sedersi e concedersi una calda minestra di patate ben innaffiata di buon vino. Nella locanda il caldo era asfissiante e per tutti quegli ospiti la sete era sempre tanta, dopo infinite tournée con i colleghi savoiardi Giovanni decise tutto ad un tratto di ripartire a valle. Tutti lo sconsigliavano, non è roba da sottovalutare la tormenta, anche se le temperature non sono ancora quelle invernali non bisogna scherzare. Giovanni Lorenzo volle assolutamente tornare a Giaglione. Tracannato l’ultimo bicchiere di acquavite salutò, riprese il suo Turc lo attaccò e scomparve dalle porte dell’ospizio nel buio e nella tormenta.

Fortunatamente Turc conosceva la pista ormai invisibile, bisognava procedere con cautela, il cavallo era abituato a seguire la pista invernale sapeva che non si poteva sbagliare il passo, se si usciva dalla pista in inverno si affondava nella neve soffice. Gian Lorenzo rimuginò imbacuccato nel giaccone” -ma cosa ho in testa, perché ho fatto così tardi?- “ e cercò di bucare la nebbia e il buio ricoprendosi la faccia dagli aghi di ghiaccio.

Intanto tutto scuro, calava la notte e per fortuna nella piana di San Nicolao la nebbia si diradava, il vento aumentò d’intensità e permise a Gian Lorenzo di aumentare l’andatura quando a un tratto Turc s’impennò sui posteriori e si bloccò d’istinto quasi ferendosi contro le stanghe. A nulla valsero gli incitamenti di Gian Lorenzo, né le bestemmie né le frustate, si vedevano i suoi fianchi ansimare come mantici e nuvole di fumo bianco uscire dalle froge, il cavallo inarcava la schiena sotto i colpi e alle bestemmie del padrone ma non si muoveva di un passo.

Gian Lorenzo scese e prendendo per le briglie il cavallo cercò di spostarlo di lato per poi farlo avanzare. Niente, Turc non si mosse. Si voltò a destra e sinistra pronto ad affrontare chiunque, anche il diavolo ma non vide nessuno. A questo punto qualcosa baluginò nella testa del carrettiere, povero lui, si ricordò di quando si faceva beffe dei racconti della nonna materna, che alcuni chiamavano soursiera, gli aveva parlato di soprannaturale, di cosa sentono gli animali…. Ripensando a quei racconti e senza altre possibilità, avanzando nel buio tracciò una croce in mezzo alla strada con il manico della frusta ed urlò “ -con questa croce ordino a qualsiasi presenza di presentarsi, sia divina sia diabolica!-” non appena pronunciate queste parole dalla strada reale, vecchia mulattiera che scende alla Ferrera si udì una flebile voce.. “-sono sdraiato qui, qui nel sentiero, io so perché il tuo cavallo non vuole proseguire-”.

Gian Lorenzo senza paura si affacciò sulla mulattiera e vide un povero vecchio rannicchiato nella neve che aggiunse “ -è quello che porto sulle spalle che spaventa il tuo cavallo e gli impedisce il passo-“.

Di rimando, rassicurato dall’aspetto del vecchio “-cosa aspettate lì rannicchiato, volete proprio morire, con questa tormenta di neve!-” rispose il vecchio “-era destino, sapevo che saresti passato e mi avresti aiutato a rialzarmi-”.

-Chiunque voi siate, sortilegio, fantasma, pagano o cristiano liberate il mio cavallo!-” così dicendo Gian Lorenzo prese il vecchio per un braccio e tentò di alzarlo. “-Non puoi aiutarmi il peso che porto è troppo grande, tu non puoi vederlo ma il tuo cavallo l’ha fiutato e finché mi sentirà sulla strada sia davanti sia dietro non andrà da nessuna parte-“.

Gian Lorenzo ormai su tutte le furie “ -Se non riesco ad alzarti allora ti aiuterò a morire!-” sfilò il pesante bastone del freno e lo alzò in alto lasciandolo scendere dietro alle spalle per menare una terribile mazzata ma rimase così, immobile con il pesante ferro del bastone che gli sfiorava la schiena. Gian Lorenzo non riuscì ad abbassare il bastone che gli sfuggì dalle mani e cadde nella neve.

Intanto il vecchio, curvo sotto un peso invisibile si alzò con enorme sforzo e Gian Lorenzo raccogliendo il bastone del freno e rimettendolo al suo posto cominciò a rendersi conto della drammatica situazione e cercò di sdrammatizzare “-Dove portate mai questo peso che io non vedo! Non vorrete mica tenermi qui in eterno!-” Quella volta Gian Lorenzo non poté affidarsi alla sua forza ma fu scaltro “ -Né davanti né dietro, allora salite sul carro!-” Ecco hai indovinato- ” rispose il vecchio e con uno sforzo enorme si avvicinò rimanendo piegato in due sotto un peso enorme ed invisibile.

Il vecchio salì con sforzo sproporzionato sul carro e quando si lasciò cadere sul sedile si sentì un colpo sordo di assi urtate, l’assale quasi si piegò e Turc iniziò ad agitarsi per ripartire.. Turc seppure in piano faticò non poco a far ripartire, il carro era greve, troppo pesante solo per un vecchietto pelle e ossa.

-Siete di qua-” chiese Gian Lorenzo per rompere il ghiaccio “-non ricordo di avervi mai visto-” “ -eri piccolo o non ancora nato quando sono partito-” e chiese ancora Gian Lorenzo “ -e venite da molto lontano?-” . “-da molto lontano-” rispose il vecchio “- da molto lontano-“.

Gian Lorenzo sentiva il carro spingere e dovette lavorare molto con il freno non osò proferire altro, scese nella notte ormai spaventato ed incapace di reagire, al bivio della Ferrera il vecchio gli ordinò di indirizzare il cavallo a sinistra “- ma io scendo a Giaglione!-” rispose Gian Lorenzo. “-Non questa volta, ora non mi puoi più lasciare- “ rispose il vecchio “ -mi devi portare al cimitero della Ferrera-”.

Gian Lorenzo tentò di gettarsi dal carro ma il suo corpo restò immobile in cassetta e Turc senza ordine alcuno imboccò la strada per il piccolo villaggio di Ferrera in piena notte di vento freddo, con nuvole che correvano veloci e liberavano o nascondevano infinite stelle.

-Al cimitero in piena notte con questo spirito-”, Gian Lorenzo avrebbe voluto fuggire ma una strana rilassatezza e calma lo avevano invaso, non sentiva neanche il freddo, a notte inoltrata il carro lasciò pesanti tracce sulla neve fresca e con cupi cigolii attraversò il borgo di Ferrera e giunse davanti al piccolo cimitero, dove ne trovò le porte spalancate.

-Come vedi mi aspettano-” e scese dal carro con scricchiolii sordi dei legni sollevati dallo strano peso, allora Gian Lorenzo si sentì libero, salutò ed incitò Turc a ripartire.

-No! No, non puoi andare-” disse il vecchio “- ora non sei più libero il tuo destino diventerà il mio, se te ne vai il peso che porto io ti verrà addossato, seguimi!-”. “ -ecco, dobbiamo trovare la tomba dell’ultimo sepolto della famiglia Chiavanni-“. Fu così che Gian Lorenzo si trovò a girare in mezzo alle pietre delle tombe cercando quella del destino.. trovatala il vecchio vi si inginocchiò davanti ed accadde una cosa incredibile e spaventosa, la pietra del sepolcro scivolò di lato e Gian Lorenzo sentì il soffio della morte sul volto.

Impietrito osservò la scena e sentì il rumore di una cassa da morto scivolare sulla schiena del vecchio e cadere sul fondo della tomba. “ -In questo momento hai liberato due anime-” disse il vecchio “- io sono Marc Carcanh, sicuramente ne hai sentito parlare perché ero amico e compagno di tuo nonno-”

Gian Lorenzo impietrito davanti al vecchio ascoltò l’incredibile storia “ -Io e Fransisc Chiavanni siamo stati arruolati dai francesi che combattevano con i Piemontesi, siamo diventati come due fratelli e nella battaglia di Solferino in una casa abbandonata dai proprietari abbiamo trovato una cassa di marenghi d’oro, purtroppo Francisc, alcune settimane più tardi, è stato colpito da una baionettata ed è morto. Io gli giurai di portare la sua parte alla famiglia e riportare le sue ossa nel cimitero di Ferrera, lo feci seppellire in un punto riconoscibile per recuperarne poi la salma.

Ma non feci nulla di questo, ritornai e mi dimenticai presto il giuramento mi trasferii in Maurienne e grazie ai marenghi feci una vita agiata ma, alla morte appena interrato mi rialzai subito ed iniziai a vagare, dannato, finché non avessi pagato il mio debito e giuramento non avrei avuto diritto al riposo eterno.

Ho dovuto cercare Fransic e con il peso della sua cassa sulle spalle da più di venti anni di notte cammino e di giorno ritorno indietro ogni volta del doppio camminato nella notte, e senza il tuo intervento ero castigato, non sarei mai riuscito a compiere l’opera.

Ora è tutto finito, quello che è giusto è bene. Torna a casa Gian Lorenzo, anche la tua strada ora è tranquilla, metti a posto le tue cose, questo è l’ultimo viaggio per te e Turc-”.

Gian Lorenzo sentì un brivido nella schiena e si ritrovò solo tra le tombe, fuggì dal cimitero e ripartì alla volta di Giaglione, dove giunse ormai all’alba.

Ricoverò Turc nella stalla e mentre saliva stancamente le scale di casa incrociando il vicino, con inusuale gentilezza gli disse di chiamare il prete. Troveranno Gian Lorenzo morto sdraiato sul letto, Dio lo perdoni, e Turc freddo nella stalla.

franco-provenzale

Dedin lou gran proudzèt de Chantar l’Uvern 2013 ièi a dispousisioun de dateus per presenté aou public ina part bien ampourtanta de la tradisioun francoprovensal queme per tot l’arc alpin ařò pasà de coutuma. Li couèinte. Storieus, couèinte, tsozeus ancapità queme iei aieu fourtuna de acouté da mèinaa per ansevenimeneun. « In vielh ou l’ariouele lou tabac d’in la cartina, è avé de gran souspiř ou couèinte seun que ian deloun couèintà si vielh, carcool ou se freme, ou l’avèite per tèra, ou tiře ina boucaa da la sigařeta è ou torne a couèintee… » se rigueus soun d’in l’antroudusioun de Spiri fouleut e soursie an Dzalhoun stampaa da Morra d’in lou 2003, aiuoun aiò arbata è publica part de si couèinte. Apré di soursie m’ansevieno li couèinte tsu lou la peu de la mort e tot l’antort. Per si vepro que vien tsarzo de pasé a touit se sensasioun, tape in’ouilh tsu lou moundo di tèin pasà, faře souèindzee, souspiře, sortre da la realtaa per capii que tot si couèinte soun part de nos-aoutris.

Lou couèinte dou cartounie Giuèinlouřeun Nhasa.

Giuèinlouřeun et in cartounie, ou vivet de soun travalh e de sa poca tera de mountanha. Ieře in omeun gran è groo, foort è pareun lhe vezet peu, gram carater ou vivet souveun de prepouteunse. D’in le velhaa de lh’èitrablo souveun se couèintave de loue, proveus de forsa, o pateleus d’in le feteus de le bourdzaa. Lhe guestave bien lou vin è mal souportave l’èigleiza è lou preiře, que souveun ou l’arproudzave.

Ou l’avet bien de cartoun per onhi trasport è de coutuma tot le semaouneus ou pouiave aou Mounsenì per servi la petsita betiò de l’ouspise, per sa travalh ou l’anouvrave in toumbařel pi petseut fet a posta avè in bel asteu, è ou l’anouvrave sou chuval Turc anvetse que li solit muleut.

Giouèinlouřeun ou voulet bèin a se betieus, ma a forsa de itè ansèin pernioun soun brut caratèr. Ou voulet bèin a Turc ma ou lou soupatave souveun ansèin in rousaře de bestemieus, carcol tot li sèin dou pařadi an fila. In cool mentre ou l’arivave paa a taque Turc ou coumanse a bestemie queme de solit ma arive lou prèiře que ou pet pa faře a meno de seuntre, alouřa lou prevost ou lhe deut « -Giuèinlouřeun dèiveria paa diře tot seun, apré vou vèio mai a mesò, foundrit mielh… » ma ou l’arive paa a livree seun que ou vout diře que Giouèinlouřeun ou tsape la macanica è ou la mountre aou prevost « -coura èicourbas, scapa se no deivoun veni ti sèin a salvete ! » è mentre lou preiře ou l’ascape louè ou l’aracanhe plasa a pia lardzo.

Soun travalh lou porte deloun a travalhe a l’èicuu, ancountre onhi sorta de delincouèn ma la macanica lhet deloun preusta queme soun fouèit que ou l’anovre bien bèin, è dato que lou counhèisoun bèin touit ieře lh’aoutris que can sentioun soun cartoun aioun peu.

Ma pourtan sa cool iavet capitalhe propre ina bruta storia. Ieře tard outouin, li dzort ieřoun dzo pi queurt è pouie aou Mounsenì ieře pi delicat. La dzournaa lhe minatsave è Giouèinlouřeun ou l’avet prope souèindza de rimandee lou viadzo a l’an demaan. Ma Guestin ou lhe porte doue sac de tsatinheus que dèivioun alé a Lamborc alouřa per forsa partre subit.

Giouèinlouřeun ou souèindze “-iei coumbinaa de pa pouiee, et troo brut- “ carcareun lh dezet de itee a mèizoun, in presentimeun ma Gueustin ou l’ansiste “- te dono lou droblo!”. Alouřa “-è vet bèin! Porteme li sac, dèivo faře lesto!-“ ou catse avé ina basa la mercansia ma Turc ou vout pa savèineun, ou sofle, ou raspe…

Lou dzèivro ou gounfle le pouèinteus, l’ořa forta lhe fet coure lou dzèivro è lhe leise pařèitre carcareun vezet freet ma se poie bèin, Giouèinlouřeun ou l’arive finalmeun a l’ouspise aou mielh d’ina tourmenta de nèi, la permieřa de l’an.

Dèitsardza tot la mercansia ou voulet partre subit ma lou bèiře in cool peiet paa manque « -apre te seunteus deloun carcareun- » an desan seun ou l’intre d’in la cantina per in veiřo de coursa ma ou livre per mindze ina bouna soupò de tartifleus bèin anrouza de boun vin. Vezet tsoot è tot li clieun ian deloun bien sèi, apré veiřo de tournaa avé li amis savouiard Giouèinlouřeun ou detside de partre per Dzalhoun. Touit lhe deuioun de dermi amoun, lhet bruta la tourmeunta anque se et pa cool plèin uvert foot pa asquersee. Ou tape aval lou darie veiřo d’èivavitò è ou salute, atacaa Turc ou l’aspařit da la porta de l’ouspise d’in la nouet è la tourmeunta.

Vet bèin que Turc ou counhet lou tsamin, que ou l’èt dzo tot blan, foot faře ameun, alee atrouplan, lou chuval ou l’et acoutumaa ou sort pa da la pita, se te sorteus da la pita de restues d’in la nei viaouta e te sorteus pa pi. Giouèinlouřeun catsa d’in lou dzacoun ou rèizone « - ma quique iei d’in la cabosa? Perquei iei fet si tard ? » è ou tsartse de avèite la pita catsanse lou visadzo da lez-eulheus de glas.

Venet deloun pi èicuu, per fourtuna d’in la plaouna de Sèin Nicolao mole lou dzèivro, è grasie a l’ořa asé Giouèinlouřeun ou peut aoumentee l’andatuřa…can tot d’impareun Turc ou se leve dret è ou se plante de creup d’in le stangueus, ou se fet mal è ou boudze papì. A pareun servisoun le bestemieus è le fouèità de Giouèinlouřeun, la bete lhe sofle queme in soufleut nubleus de fum blan de li neřii, dzot le fouèitaa lou chuval ou soupate ma ou se boudze pa d’in pas.

Giouèinlouřeun ou bèise daou cartoun è ou preun lou chuval per la coulaouna, ou lou tiře a dreita è a èitsota ma pareun, Turc ou boudze paa. Ou sot papi que faře, ou s’avèite l’antort, ou capii paa! Alouřa , mal per loué, ou s’ansevien tot de creup de can ou se n’aracanhave de sa nona, carcun na dezet soursieřa, lhe couèintave di vii e di mort, de seun que seuntoun le bete… Saian papi que faře, a se moumeun Giouèinlouřeun ou trase ina croue avé lou mèindzo dou foueit d’in la nei aou mielh dou tsamin è ou bralhe “-Avé sa croue coumando que diablo que Sèin de presentese!” pasa in moumeun arive in gumeun daou vieleut de lou tsamin real “ -Me sei aperque toun chuval ou vet papi, sei isé, coudzaa d’in lou vieleut-“

Aian vi lou vielh è preu couřadzo “ -quique vezi che angrebelhouna? Vouli meři? D’in sa tourmeunta de nei-“ ripoun lou vielh “-ieře destin, saiò que te pasaveus per èideme- ».

- Qui que te fusa, spirit, fizica,cristian o pagan lèisa moun chuval!” an desan seun Giouèinlouřeun out sape lou vielh per in bras è ou tsartse de levelo. « -Te peioeus pa leveme, lo pes que porto ou l’et trot soot, te te peieus pa vèilo ma tou chuval ou l’ot seuntulo è fin que ou me seunt devan o darie ou boudze mai pi”.

Giouèinlouřeun ormai aradzaa “ -se peuio pa levete peuio èidete a meřii!-” ou preun la macanica daou cartoun è ou la leve viot tsu la teta per dounelhe in gran creup, ma ou iarive paa, ou l’areste freum avé la macanica quel he peun tsu lou crepioun, lhe scape da le man è lhe tset d’in la nei.

Dìin lou mèimo tèin lou vielh ou se leve avé gran sfors, Giouèinlouřeun ou l’arbate soun batoun è ou lou plase a soun post, ou capit que la storia lhet bruta ou tsartse de capii.

« -Aioun pourta sa pees que me veio paa ? vouli paa lèiseme isé d’in li tèin ? » Per in cool Giouèinlouřeun ou peut paa anouvree sa forsa ma ou l’et furb. “ -Ne devan ne darie alouřa pouia tsu lou cartoun!-” ta andavinaa, ripoun lou vielh è avé in-asfors gran ou se leve pleia da in pees que pa nun peut vee.

Lou vielh ou poie tsu lou cartoun è can ou tset tsu lou ban se seun in creup fort de poos que se pleioun, caze se pleie l’èisal, Turc pintrogne per partre. Lou cartoun ou l’et pesan, trot pesan maque per in mèigro vielh.

-Si d’isé-“ damande Giouèinlouřeun per diře carcareun “-m’ansevieno pa d’ave mai vivos? “.

-Te ieřa petseut, o pa cool nèisuu can sèi partii-“ è cool Giouèinlouřeun “- è venii de louèin?-”. “-Bien louèin-” ripoun lou vielh, “-bien,bien louèin-”.

Giouèinlouřeun ou seuntet pousé lou cartoun ou deut travalhee bien avé lou frèin, ou bardzaque papì, ou bèise d’in la nouet seunsa diře d’aoutro, ormai preu da la peu ou peut papì readzii , a la bifourcasioun de la Farieřa lou vielh ou coumande de viřé a èitsota “-Ma me voot a Dzalhoun-” Giouèinlouřeun ripoun. “-No paa sei cool, te peieus papì lèiseme, te me porteus aou sèinmiquieřo de la Farieřa”.

Giouèinlouřeun ou tsartse de tapese aval ma soun corp ou l’areste ancoulaa aou ban du cartoun, è Turc seunsa dzin couman ou viře per lou tsamin de la Farieřa, pleina nouet d’ořa freida quel he catse de nubleus o lhe pulide in sie plèin d’eiteileus.

-Aou sèinmiquieřo de nouet avé sa soursie” Giouèinlouřeun ou peut papì scapé, ou seunt papì nhanca la fret, an pleina nouet lou cartoun ou l’èise de traseus proufoundeus d’in la nèi, avé de sord siglo ou traverse le mèizoun è ou l’arive devan lou sèinmiquieřo, aioun na trovoun le porteus spalancaa.

-Queme te veieus nous ateundoun-” lou vielh ou bèise dou cartoun avè li rimou sord de poss que se roumpoun, alouřa Giouèinlouřeun ou se seun de alé, ou salute è ou coumande Turc per partre.

-No! No, te peieus pa vařite -” deut lou vielh “- ařò te peieus pa pì, toun destin vien lou mèin, se te vařiseus lo pees que porto ou pase a te, viena!”. “ –Deiveun trouvé la toumba de lou darie mort de la familha Chiavanni- “ et pařie que Giouèinlouřeun ou se trove a roulé a travé li peclo dle toumbeus an tsartsan la toumba de soun destin… trouvala lou vielh ou se andzenelhone devan è ancapite carcareun mai vii, lou peclo de la toumba ou viře tot souleut è Giouèinlouřeun ou seun lou flaa de la mort dret tsu lou moro.

De peclo ou l’avèite lou vielh an dzenolh è ou seun lou rimou d’ina queisa que lhe coort dou crepioun dou vielh è lhe tset aou fun d’in la toumba “ –dìin sa moumeun ta libeřa dueus animeus-“ deut lou vielh”-me sei Marc Carcanh, ta seuntu bardzaqueneun ieřo in cambrada de toun nono.”

Giouèinlouřeun de booc devan aou vielh ou l’acoute la storia da pa creiře “-Me è Fransisc Chiavanni seun intrà dìin l’eserchit fransé che batioun ansèin li piemountes, seun arivà queme doué fraře è d’in la batalha de Solferin, d’in ina mèizoun abandounà aieun trouvà ina queisa de mařanguin, darmadzo que poqui dzort apré Fransisc ou l’et mort . Me iei dzuřalhe de pourté sa part a la familha e de pourté soun corp a la Farieřa, iei seintaralo per alé a queřilo pi tard. Iei pa fét areun de seun que iei dzuřa, tourna a mèizoun iei èisublame de tot, iei mariame è vařume an Moriena, grasie ai mařanguin iei bèin vivu ma a ma mort pèina sèintara iei deivuu leveme subit, danà, per pague moun debe peiò pa avé moun ripoz eterno. Iei deivu tsartse Fransisc è avé lou pez de la queisa et vint’an que tsamino de nouet ma de dzort torno arie lou droblo, seunsa de te seriò coundanà. Ařò tot et fét, seun que et dzeust et bèin. Torna a mèizoun Giouèinlouřeun , asé toun tsamin ou l’et tranquile, bita a post ta roba, et lou darie viadzo per te è Turc- ».

Giouèinlouřeun ou seun fret tsu lou crepioun è ou se trove souleut tra le toumbeus, ou l’ascape dou sèinmiquieřo è ou partì per Dzalhoun, ou iarive aou leve dou soulouelh.

Ou bite Turc d’in l’eitrablo è mentre ou poie a meizoun ou l’ancountre soun vezin, an bela manieřa ou lhe deut de damandé lou prevost. Lou trovoun pii mort d’in soun lheut, que Dio lou perdone, è Turc fret d’in l’eitrablo. 


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