Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2012

invia mail   print document in pdf format Rss channel

Nòvas n.117 Octobre 2012

Il “misterioso” caso della cediglia scomparsa in Val Chisone

Lo “misteriós” cas de la cedilha etavaniá en val Cluson

di L.P.

Il “misterioso” caso della cediglia scomparsa in Val Chisone
italiano

Una legge impone l’italianizzazione dei simboli provenienti da alfabeti non latini nei nomi e cognomi dei cittadini.

Appiattimento culturale e italianizzazione forzata, erano storie già sentite, pensiamo ai toponimi e ai nomi dei paesi sconvolti: Roure (la quercia) venne roreto, a monte di Perosa-Argentina il Ri dl'Agreu o Riou dl’Agrevou, ossia il "Rio dell'agrifoglio" venne Rio Agrevo, Ël Saret (ovvero l’altura) in fraz. di Carignano diventa Ceretto, Erburent, sotto il fascismo Roburento, oggi diventa Roburent e ancora Leynì e Mathi in provincia di torino italianizzati in Leinì Matì con il regio decreto del 12 aprile 1939, o Aich diventa Acqui Terme, Bè (Canavese) diventa Baio, Belvej (Astigiano) che significa "Bel Vedere" diventa Belveglio.

Per non parlare dei cognomi: non solo vennero italianizzati quelli dei vivi ma gli scempi maggiori si videro nei cimiteri. La ove si conservava viva la memoria di coloro che si ritrovavano ad essere stranieri per ragioni di imperialismo e di nazionalizzazione, gli vennero cambiate le iscrizioni lapidarie poiché considerate un pericolo per conservare intatta l’unità del paese, la razza italica…

Le messe in sloveno nel Friuli vennero proibite, così come la lingua francese (lingua veicolare e istituzionale non che scolastica) nelle vallate del Piemonte e valle d’Aosta, diedero compensi per chi chiamava i figli con nomi storici romani (così intere generazioni di Augusto, Italo, Cesare, Benito…) nelle scuole e nella pubblica amministrazione vennero inserite persone del tutto straniere al territorio come strumenti colonizzatori, chiusero gli organi di stampa in lingue regionali.

«Basta con gli usi e costumi dell'Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d'America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all'Italia del Rinascimento... Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote.»

(Il costume da Il Popolo d'Italia del 10 luglio 1938)

Potrei riempire la pagina di quanto abbia imperato la mentalità livellante e colonizzatrice delle retoriche nazionaliste che in coro ci ripetono dall’epoca monarchica, poi in quella fascista e ora quella mediatica il ritornello: “siamo in Italia”.

Storie lontane e amare quelle del Ventennio, che vengono esorcizzate commemorando in pompa magna dalle personalità statali il giorno della Liberazione, il 25 aprile.

Già, storie lontane!

Nessuno penserebbe che in data 2 febbraio 2009 il ministro Brunetta, in quella legislatura ministro per la pubblica amministrazione e l’ innovazione, decretava l’approvazione della tabella ufficiale di traslitterazione dei simboli diacritici presenti nei nomi e cognomi dei cittadini italiani. Il decreto si pone l’obiettivo di definire una grafia standardizzata in presenza di segni diacritici (segni che alterano la pronuncia) nelle lettere.

Quest’ atto è particolarmente grave, poiché mina l’ identità delle persone con nomi o/e cognomi aventi simboli che provengono da alfabeti non latini e pertanto non di origine italiana.

Decreto più che mai assurdo se pensiamo all’ Italia come ad un paese che tenta di aprirsi sempre più all’ Europa, quindi con scambi transfrontalieri anche di persone oltre che di merci, per tanto aperto ad accogliere il bagaglio identitario di chi viene “da fuori”.

Per non parlare delle odissee che devono affrontare gli immigrati extracomunitari alle prese con la burocrazia, un decreto del genere non fa altro che complicare ulteriormente le cose.

Ma non solo è un passaggio difficile per chi è straniero da poco, lo è anche per chi straniero lo è diventato, un po’ per caso un po’ per necessità migratorie da tempi remoti: per i cosiddetti grandi processi storici.

Proprio così, mi riferisco alle minoranze linguistiche storiche, che già non poco arrancano a riprendesi e in più ora hanno una legge che le nega alle loro lingue d’essere espresse in sede istituzionale o meglio, ne è concesso l’utilizzo ma i simboli non italiani non sono ammessi.

Un bel pasticcio se pensiamo alle popolazioni germaniche del Piemonte e del Sud Tirolo, ma anche dei francofoni della Vallée, delle valli valdesi e degli Escartons Piemontesi, delle valli occitane e francoprovenzali, dei sardi, dei ladini, dei friulani, degli sloveni…

In pratica non è concesso di utilizzare in sede istituzionale la propria lingua, ma cosa ancor più grave è che chi porta “il fardello” di avere un nome o/e un cognome francofono, occitano, sloveno, walser…(portatori di simboli diacritici) non potrà registrarlo come tale all’ anagrafe ma verrà italianizzato perdendo di fatto la propria identità storica.

Proprio in questi mesi una ragazza della val Chisone, territorio di minoranza francofona e occitana che dovrebbe essere tutelato dalla legge, ha segnalato alla comunità montana (baluardo difensore del territorio che verrà dissolto dimostrando come le Alpi per il mondo “romano” siano periferia del mondo) le difficoltà nel vedersi riconoscere dagli uffici anagrafici, e quindi sui documenti. Invece di avere una carta d’identità con il nome Vinçon (che si pronuncia vinson) ne ha una che le da una nuova identità e ora lei per lo stato è la signorina Vincon.

Questa azione di negazione dell’identità e del bagaglio storico-culturale va ad aggravarsi ancora di più quando si nota nelle vie del paese di San Germano Chisone lo stesso fenomeno così la vecchia via Vinçon sull’ epigrafe della via è diventato anch’ esso via Vincon sulla quale la ragazza per provocazione ha incollato una piccola cediglia sotto la C (la quale speriamo vivamente ci resti).

Il fatto oltre che anticostituzionale è anche antistorico poiché l’ intestatario della via di cognome si chiamava Vinçon e non Vincon, altrimenti a Torino sarebbe consentito cambiare chiamare via Giuseppe Caribaldi invece che Garibaldi.

Ora lei si è rivolta ad alcuni avvocati, ma si sa il cammino per far valere i propri diritti spesso è lungo, costoso e soprattutto incerto, ancor più quando si è completamente soli ad agire abbandonati anzi, contrastati dalle istituzioni.

Quanti esempi si possono portare che restano nell’ombra per anni. Come per esempio nelle scuole di valle ove gli insegnanti provenienti da fuori e scarsamente preparati sul territorio in cui insegnano deformano i cognomi degli alunni in cognomi pronunciati “all’italiana”, espropriazione non su carta ma nelle coscienze.

Cosi Martin (pronunciato martèn) diventa Màrtin, Merlin (da pronunciare Merlèn) diventa Mèrlin o Merlìn, Guiot (da pronunciare Ghiò) lo si pronuncia all’italiana e via soffrendo.

La comunità montana a riguardo della vicenda Vinçon ha mandato una delibera a tutti i comuni del territorio così che si esprimano a favore di una mozione che possa abrogare questa legge assurda. Noi ci rendiamo conto che nel 2012 onorare la resistenza vuol dire di più che sbandierare tricolori senza considerare i diritti fondamentali dell’uomo, vorremmo che si riprendesse in mano la carta di Chivasso e si desse una rinfrescata alla memoria poiché le direttive erano molto chiare: federalismo, rispetto della cultura alpina, della lingua e del territorio Alpino…

Ma le direzioni da sessant’anni a questa parte non sono proprio le stesse sperate da Chanoux, Peyronel, Malan e gli altri firmatari della carta.

Continuiamo a parlare e a scrivere nelle nostre lingue madri, sono una delle poche armi che abbiamo per emanciparci e non lasciarci inglobare e appiattire dal sistema che ci svuota, rendendoci tutti ugualmente consumatori.  

occitan

Una lei cogís l’italianizacion dals tuts los ciutadins qu’ilh an litras diferentas de l’alfabete latin.

Aclotiment cultural e italianizacion forçaa las eron d’istoèras já entenduás, es pro pensar als nòms dals país boliversats coma: Roure en Roreto, amont de la Peirosa lo Riu dl’Agrèu es devengut Rio Agrevo, El Saret (una ruaa de Carinhan) es itat chanjat en Ceretto, Erburent, jos lo fascisme Roburento, enquèu es vengut Roburent e Leynì e Mathi en provença de Turin, abo lo reige decrete de 12 abriel 1939, sion venguts Leinì e Matì, o Aich ven Acqui Terme, Bè (Canavés) ven Baio, Belvèj (en l’astisan) que vòl dire bel veer, es vengut Belveglio.

Per ren parlar dals conhòms, que pas mequè son itats italianizats quelos dals vius, mas tanben quelos dins los cementeris.

Ilai adont se gardava viusa la memoèra de quelas personas que purament nassuás dins sos territoèris venavon etrangieras per rasons d’emperialisme e de nacionalizacion, parier venguèron chanjats los nòms e conhòms perque considerats un danger per l’unitat dal país, per las teorias de la raça italiencha.

Las messas e los culti en esloven en Friul son itats fòrabandits, parier coma la lenga francesa dins las valeas dal Piemont e d’Osta, donavon d’agremans per los que nomavon los filhs abo nòms istorics romans (parier generacions de Augusto, Cesare, Italo e Benito) dins las eicòlas e dins las publica administracion mandavon personas etrangieras al territoère coma aisi per colonizar e empachar d’adobrar las lengas diferentas de l’italian, gis d’autras lengas tanben dins l’informacion.

«Basta con gli usi e costumi dell'Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi, o di Londra, o d'America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all'Italia del Rinascimento... Basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote.»

(Il costume da Il Popolo d'Italia del 10 luglio 1938)

Podriuc ramplir la paja de gaire aie emperat la mentalitat aclotencha e colonizanta de las retoricas nacionalistas e fascistas que nos repeton de l’age monarquica, pèu quela fascista e enquèu quela mediatica lo meme refren que sona: “ma siamo in Italia”.

Istoèras leunhas e amaras quelas dal “Ventennio” que venon memoreaas lo jorn de la Liberacion lo 25 d’Abriel en granda divisa da los funcionaris d’etat abo ben de sentiment, devocion (e ganh).

Jaque, istoèras leunhas!

Degun al pensariá que lo 2 furier 2009 lo ministre Brunetta, en quel temp ministre per la publica administracion e l’innovacion, decretava l’aprovacion de la tabèla uficiala de transliteracion dals simbòls diacritics presents dins los nòms e conhòms dals ciutadins italians.

Lo decrete a lo but de definir una grafiá estandardizaa en presença de simbòls diacritics dins las litras.

Cet acte es un baron grèu (per pas dire racista) perque tòl l’identitat a las personas abo nòms o/e conhòms que ilhs an simbòls que venon pas de l’alfabete latin, val a dir etrangiers.

Decrete mai que absurde se nos pensem a l’Italiá coma un país que se vòl ubrir a l’Euròpa, abo changi totdiá mai transfrontalieri de personas, per çò ubèrt a arsèbre lo bagatge identitari de quelos que venon de fòra.

Sensa parlar de las odisseas que devon passar los emigrats extra europencs tuts aramacits abo la borocraciá, un decrete parier fai pas d’are que complicar las chòsas.

Mas es pas mequè un passage dificile per los que etrangiers ilh sion de gaire, l’es tanben per los qu’etrangiers sion devenguts pas per choá, en se trobant pauc per asard, un pàuc per besonh (vèlhas emigracions istoricas), un pauc per las nòvas cartas marcaas per los governants.

Òi! parlo propi de las minoranças lenguisticas istoricas, que já trebulon derant a los maigri financiaments perque “la cultura se minja pas” (cit.) mas ara las an una lei que empacha a lor lengas d’èsser ecritas en sege istitucionala o melh, la sariá permetuá mas los simbòls se pòion pas ecrire.

Un bèl chagrin se nos pensem a las pòplacions alemandas dal Piemont o dal Sud-Tiròl, mas tanben als franchimands de la Valeá d’Osta o dals Escartons e de las valeas valdesas dal Piemont, de las valadas occitanas e francprovençalas, dals sards, dals ladins, dals furlans, dals eslovens…

En practica es pas permetut d’emplegar en sege institucionala sa lenga mas, chagrin encara mai grèu, es que qui pòrta lo pes d’aguer un nòm o/e un conhòm francés, occitan o walser que l’aie cetos simbòls al poarè pas lo marcar a l’anagrafe mas venarè italianizat en perdent son identitat istorica.

Pròpi en cetos mes una filha de la val Cluson, territoère de minorança franchimanda e occitana qu’al dovriá èsser gardat par lei, ilh a comunicat a la comunitat montana (grant defensor dal territoère que venarè desbelaa en motrant coma las alpas las sion a la periferiá dal mont per la mentalitat “romana”) los empachi dins lo se veer reiconeissuá dals uficis de l’anagrafe, non pas d’aguer una carta d’identitat abo lo nòm Vinçon, ilha per l’etat es la madamisèla Vincon.

Ceta accion de negacion identitaira e dal bagatge istorique-cultural se vai en agrevant encara mai quand s’avisa dins las charrieras dal país de Saint German Cluson lo meme fenomene, parier la velha viá Vinçon per las nòvas mapas ilh es venguá via Vincon, dont la filha per provocacion ilh a emplacat una cedilha de papier jos la C. (dont nos esperem viusament que lhe sobre)

Lo facte en mai qu’èsser contraconstitucional es tanben contra istorique perque l’intestataire de la viá se demandava Vinçon e pas Vincon, o benlèu sariá permetut tanben de chanjar lo nòm de viá Garibaldi en viá Caribaldi

Ara ilha s’es aprochaa als avocats, tutun se saup coma es dificile, long, char, e pas segur lo chamin per far valguer los dreits cant un es solet, abandonat e contrastat da las institucions.

Bien d’exempli se pòion portar que sobron dins l’ombra per ans.

Coma dins las ecolas de val dont los maitri venon de fòra e sion gaire prestats sus lo territoère dont ilh anarian a motrar boliversant los conhòms dals ecoliers dins los conhòms pronunciats a l’italiana, expropriacion pas sus papier mas dins las conscienças.

Parier Martin al ven Màrtin non pas de Martèn, Merlin en Mèrlin o Merlìn non pas de Merlèn, Guiot ven pronuciat parier non pas de Guiò a l’occitana e viá en sufrent.

La comunitat montana en çò que regarda l’istoèra Vinçon ilh a mandat una delibra a tuts las comunas dal territoère perque ilh s’exprimon a vantage d’una mocion per abrogar cèta lei absurda, nos autri s’evisem que dins 2012 onorar la Resistença vòl dire mai que deventalhar trecolors sensa donar de ment als fondamentals dreits dals òmi.

Nos voriem que donesson una lectura a la carta de Chivàs en se donant una renfrechaa a la memoèra perque las directivas las eron ben claras: federalisme, respècte de la cultura alpencha, de las lengas e dal territoère alpenc…

Mas las direccions de seissant’ans a cet caire las sion ren dau tot quelas esperaas de Chanoux, Peyronel, Malan e los autri signaires de la Carta.

Los fascistas ilh an chanjat ben de còps las chamisas tutun las ideologiás las sions tot temp las memas.

Contunhem parlar e ecrire en nòtras lengas mairi, las sions una de las paucas armas que nos avem per s’emachipar e endurar, per se laissar pas englobar e aclotir dal sisteme que nos vueida, nos fasant tuts egalament achataires.


Condividi