Nòvas d’Occitània    Nòvas d'Occitània 2012

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Nòvas n.118 Novembre 2012

L’urlo pietrificato del Moncenisio

Lou bralh de peclo dou Mounsenì

di Marco Rey

L’urlo pietrificato del Moncenisio
italiano

Ogni volta che percorro il valico del Moncenisio mi perdo nella forza della sua natura, nei meandri della sua storia, nell’energia che trasmette. Storia di montagna selvaggia e di grande valico. Quando imbocco la piana di San Nicolao ed affronto la Gran Scala napoleonica non posso fare a meno di ricercare lo sguardo dell’urlo… Ancora oggi è lì. Se lo cercate attentamente salendo dal secondo tornante della Gran Scala l’urlo pietrificato del Gigante del Moncenisio è evidente, immobilizzato per i secoli di fronte al monte Giusalet pietrificato per amore dei tempi nuovi di azzurri laghi alpini…….

Nella notte dei tempi al posto delle onde nel lago del Moncenisio ribolliva la lava… la bocca del cratere gorgogliava spaventosa, tutte le cime erano nere, minacciose. Cenere, zolfo, lava e fumo dappertutto.
Confinato dagli Dei in quel territorio malsano un Gigante trascinava il suo enorme corpo deforme e terrorizzava gli abitanti delle vallate sottostanti, quelle che sarebbero poi diventate la Maurienne e la Valli di Susa. Era uno di quelli che avevano sfidato gli Dei, sgraziato e goffo, un grande viso asimmetrico portava due occhi diversi, uno grande e spalancato, l’altro minuscolo e cieco. Le braccia muscolose arrivavano quasi a terra ed una vistosa gobba mal nascosta dalle pelli che lo ricoprivano lo rendeva ancora più brutto, barcollante su gambe grosse e corte.
La sua pena doveva essere eterna, solo l’amore l’avrebbe liberato da quel luogo, ma l’eventualità era per gli Dei improbabile, mai amore sarebbe entrato in un cuore sì malvagio…
Le fertili terre che lambivano il cratere delle terre alte erano ambiti pascoli per gli abitanti delle combe sottostanti ma, se sorpresi al pascolo dal gigante, era morte certa e sterminio di mandrie.
Fu così che nel corso delle lune le popolazioni furono costrette a patti con il brutale abitante del vulcano. Allora questi per scaldarsi il giaciglio nelle lunghe notti invernali pretese la consegna di una giovane donna a turno per ogni villaggio e solo in tal caso avrebbe concesso libertà di pascolo su tutte le praterie dei versanti fertili della montagna senza più trucidare genti ed animali.
Nacque in quel tempo la maledizione, seppur a caro prezzo, iniziarono periodi di prosperità per gli abitanti delle vallate del Moncenisio, i pascoli coperti da mille fiori e da buona erba rendevano belle le bestie che fornivano buon latte e formaggi e vitelli… ma nella luna d’autunno sul villaggio designato calava la disperazione, per la consegna della ragazza che non sarebbe mai più tornata.
Sotto la spessa coltre di neve del Moncenisio, nella caverna del gigante la ragazza prescelta diventava schiava della sua malvagità per finire barbaramente trucidata prima dello sciogliersi delle nevi e divorata dal suo carnefice.
Nei villaggi questa dannazione portava dolore quindi era più facile dimenticarsene e mai parlarne, tutto avveniva in una aura di mistero e magia, qualche ragazzo innamorato alla scomparsa della bella si era ribellato ma molto spesso rimaneva ucciso dagli stessi compaesani.
Giusaletta nasce a Giaglione, cresce forte e sana nei valloni della Val Clarea, il suo volto porta un sorriso perpetuo ed ha sempre una parola buona per tutti. Pascola tutte le estati le mucche di famiglia fin su quasi a lambire le brulle terre alte e quando seduta sulle rocce guarda la valle non può prevedere il suo atroce destino.

La sera della festa di Lunhasad sulla piazza del Molare il consiglio dei saggi si riunì per designare l’eletta al Martirio e la deputata fu proprio lei. Sarà in gran segreto prelevata da casa, stordita con una bevanda soporifera sarà preparata dalle matrone del villaggio per il sacrificio.
La prima notte di luna nuova la portantina venne abbandonata alle rocce di Nicolao, Giusaletta non si rese conto di nulla e si ritrovò nelle enormi braccia del gigante che senza degnarla di sguardo la sollevò e se la buttò in spalla incamminandosi con andatura zoppa verso il suo antro.
La caverna era enorme, ricoperta qua e la di pelli di selvatici e resti di ossa e sporcizia la rendevano maleodorante e putrida, Giusaletta venne sbattuta per terra ed ancora inconscia cominciò a disperarsi realizzando che i racconti nelle veglie di stalla erano realtà.
Quando il gigante le si avvicinò Giusaletta invece di ritrarsi e fuggire lo fissò dritto negli occhi e l’essere deforme invece di abusarne come abitudine si perse nel profondo dei suoi occhi azzurri, fondi come laghi alpini mai esistiti e non riuscì a far altro che accarezzarne le gote ed i riccioli biondi dolcemente con l’unghia del grande dito.
Il coraggio e la virtù nei profondi occhi azzurri di Giusaletta ferirono il cuore del mostro e trascorsi pochi giorni il Gigante le si avvicinò, la prese con delicatezza e la portò sull’uscio della caverna. Era una splendida giornata autunnale il sole ancora caldo la vide fuggire nell’ombra della montagna che prenderà il suo nome.
Il Gigante la lasciò libera di correre al suo villaggio! Decretando così la propria fine, un urlo terrificante scosse le combe del Moncenisio, il gigante rimase pietrificato nella roccia, inseguita da questo urlo spaventoso Giusaletta fuggì a valle piangendo forte.
Ogni lacrima di Giusaletta toccando terra si frantumò sulle rocce. Ogni frammento di quel pianto formò un lago. Nacquero così i meravigliosi laghi alpini, trasparenti ed azzurri come i suoi occhi: Arpone, San Giorgio, lago Bianco, Giaset, Savine, lago della Vecchia, Perrin e Clair. Le praterie alpine da allora rinverdirono le pendici fino alle cime e lo stesso cratere del vulcano si trasformò nello splendido lago del Monceniso.
Il gigante però rimane lì a monito del buio e dei misteri di tempi lontani. … Ancora oggi è lì. Se lo cercate attentamente salendo dal secondo tornante della Gran Scala l’urlo pietrificato del Gigante del Moncenisio è evidente, immobilizzato per i secoli di fronte al monte Giusalet pietrificato per amore dei tempi nuovi di azzurri laghi alpini…….

Truc de Dzalhoun: 3 agosto 2012



franco-provenzale

Deloun can traverso lou Mounsenì vèio la forsa dla natuřa, lèizo d’in le pleieus de la storia, seunto d’in l’aria lh’avenimeun pasà. Storia de mountanha è gran pasadzo de dzeun. Can paso la plaouna de San Niolao è taco la Gran Eitsala Napoleonica peuio pa èsimermé de tsartsé la figuřa dou bralh….. ou l’et deloun iché. Vezìi ameun! Pouian da la secounda curva de la Gran Eitsala lou bralh de peclo dou Gigan dou Mounsenì ou l’ét evideun, ou vouz-avèite fis, freum per deloun devan lou Dzuzaleut, pietrificaa per li tèin nuva è lou bèin di clař lai de mountanha…..


Can d’in la nouet di Tèin aou post de lez-oundeus dou lai arbilhoun lou fouva è le flameus.. lou gran pertui ou barboutave an continuasioun è ou vezet peu, tot le pouèinteus ieřoun nèiřeus, bruteus. Sindreus, sopro è fum dapertot.
Counfinaa da li Dio d’in tèin pasà d’in sa post anfernal in groo Gigan ou treinave sa figuřa de moustro è ou l’eře la peu è la disgrasia dle dzeun dle valadeus pi bas, que seřit pi itaa la Moriena è le Coumbeus de Souiza. Ieře in Gigan de siit que aioun batuu countra li Dio. Sgrasià è brut, in groo moro tourdu ou pourtave doué ouilh per calitaa, ioun groo èivert l’aoutro petseut è bornho. De groo bras foort toutsavoun caze tèra è ina grosa gueba lhe sgounhave tra le pèl dle bete que lou catsavoun desù lou crepioun è lou rendet cool pi brut, ou se trèinave soop tsu groseus ploteus queurteus.
Sa pèina ieře l’eternità, maque l’amouř ieřit libeřalo da sa post anfernal, ma li Dio dou tèin pasà ieřoun segù que mai lou bèin ou seřit intraa d’in in cooř si gram.
Pi bas tot l’antort aou voulcan li praa ieřoun veurt, bouna pastuřa per le dzeun dle coumbeus ma, se lou Gigan ou li tsapave ieře mort que per lh’omeun que per le betieus.
Et per seun que d’in lou loun pasé dle luneus le dzeun dle coumbeus per vivre soun oubligaa a tsartsé acorde avé lou moustro dou voulcan. Et alouřa que lou moustro ou preteun lou sacrifise de ina dzouveun fumela a tort per onhi viladzo dle coumbeus, per èitsoudese la palhasa d’in lou loun uvert. Maque d’in sa caz ou l’eřit livra de faře de mal a le dzeun.
Coumanse la maledisioun, tetun a tsař prì se iouvre in loun tèin de prouspeřità per le dzeun dle coumbeus dou Mounsenì, li praa catsà da mile calità de flos è da bouna erba vezioun beleus le vatseus que dounavoun de boun lét è toumò è véel… ma can arivave la lunò d’outouin ,tsu lou paì que toutsave, bèisave la dispeřasioun se dèivet sernì la filhò que lhe seřit jamee tournaa.
Dezot li quitsoun de nei dou Mounsenì, d’in la truna dou Gigan, la filhò lhe na pasave tot a sort per livree masacrà è dèivouřà la salhò aou foundre de la nei.
Ai paì dle coumbeus la maledisioun lhe pourtave doulou è dispeřasioun alouřa ieře pi facil èisubleseneun è mai parleneun, li vielh di viladzo travalhavoun a catsoun d’in lou dzèivro dou misteřo, carque dzouveun inamouřa a la spařisioun de sa sotsa ou l’eře arviřase ma carcol ou l’arestave masà dai mèimo paizan.
Dzuzaleta lhe neet a Dzalhoun, lhe creet forta d’in li valoun de Vertsauře, lhot ina bèla mina, deloun in souriz è ina bouna pařola per touit. Lhe porte intsan le vatseus de familha fin a toutzè le tereus viauteus dou Mounsenì è can astà tsu le rotseus lh’avèite aval lhe peut pa andaviné sa fin.

Lou vepro de la féta de Lunhasad tsu la plasa dou Moulé lou counsèilh di vielh ou se trove per detsidre la dezinhà aou martirio : et propre lhe. Dzuzaleta lhe seřot porta viò da sa mèizoun, andremiò, aprestà è abilhià da le vielheus dou paì per lou sacrifise.
La permieřa nouèt de lunò noueva la barela lhe vien abandounà vers le rotseus de Nicolao, Dzuzaleta coudza desù lhe se reund pa couèinte, d’in pareun lhe se trove tsu li groo bras dou Gigan que seunsa avèitela ou la preun è ou la tape tsu lez-èipaleus queme in sac è ou se antsamine an soupan vers sa truna.
La Bouèiřa lhet granta granta, de pèl de servadzo na crevoun le rotseus d’isé è d’ilaa ma d’avans de tsert è d’os la reundo flèiřanta è sporca. Dzuzaleta lhe vien tapà in cantun è cool antountiò lhe coumanse a reundresè couèinte, maque alouřa lhe s’ansevien di couèinte d’le vilha d’in lh’èitrablo.
Ma can lou Gigan ou s’aprotse Dzuzaleta aou post de catsese o scapé lhe lou fise dret d’in lh’ouilh è lou moustro, pa acoutumà a sou aprots, anvetse de preunderlò de brut queme coutuma ou se perd d’in l’avèitee de si ouilh bloi, foun queme lai de mountanha mai vii è ou peut pa fař d’aoutro que acařeselhe le vialheus è li pel biound avé l’oungla de soun groo dei.
Lou couradzo è la vertù d’in li foun ouilh bloi de Dzuzaleta arivoun aou coř dou Gigan. Pasà poqui dzort seunsa quité d’avèitela lou mustro ou la preund atrouplan d’in si bras vezan ameun a pa fařlhe mal è ou la porte fořa dla bouèiřa. Et ina béla dzournà d’outouin lou soulouelh ou l’et tsod è Dzuzaleta lhe cort fort ai pia de la mountnha que lhe porteřot pii soun noun.
Lou Gigan ou l’èise alela! Seun et sa fin, in bralh da faře grané la pèl ou l’artrouine per tot le coumbeus dou Mounsenì, lou moustro ou vien de rosta, Dzuzaleta lhe scape aval an plouřan fort…
Onhi èigrimò de Dzuzaleta an toutsan tèra lhe se èiclape desù le rotseus et alouřa que nèisoun tot li petseut lai : Arpoun, Sèi Dzors, lai Blan, Dzaseut, la Vielha, Savinò, Perin, Clair, touit bloi queme si ouilh. Li pra coumansoun a ganhè la mountanha fin caze a le poeinteus è lou gran pertui dou voulcan ou se trasforme d’in lou bél lai dou Mounsenì.
Vezi ameun, lou Gigan ou l’areste per ansevenì di tèin neř e di misteřo di tèin pasà….. ou l’et deloun iché. Vezìi ameun! Pouian da la secounda curva de la Gran Eitsala lou bralh de peclo dou Gigan dou Mounsenì ou l’ét evideun, ou vouz-avèite fis, freum per deloun devan lou Dzuzaleut, pietrificaa per li tèin nuva è lou bèin di clař lai de mountanha…..



Francoprovenzale giaglionese –sistema semifonetico Genre- Università degli studi Torino


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