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Lingue madri e sacre rappresentazioni

Jean Michel Effantin - Atti del convegno

Jean Michel Effantin - Actes de la Conférence

La ricchezza linguistica delle montagne del Delfinato e della Savoia all’indomani dell’istituzione della Fiera franca di Oulx (1494).

Scrivere l’occitano, il francoprovenzale e il francese nel XVI° secolo tra Briançonnais e Maurienne: dal teatro religioso ai documenti amministrativi.

Jean Michel Effantin - Atti del convegno
italiano

Da Saint-Donat a Oulx

La Fiera franca, come ormai da cinque secoli, raduna anche quest’anno (2012) a Oulx uomini e donne venuti dal Delfinato, dalla Savoia, dal Piemonte e oltre. Tra i partecipanti del Delfinato, quelli degli antichi escartons da questa parte dei Monti, Oulx, Pragelato e Casteldelfino, a fianco a quelli arrivati in veste di vicini da Briançon e dal Queyras, ha preso posto una delegazione venuta dal Delfinato della valle del Rodano, del comune francese di Saint-Donat, nel dipartimento della Drôme, firmatario con il comune di Oulx di una carta di gemellaggio il 28 agosto 1988.

Grazie a questo gemellaggio, negli ultimi due decenni, le persone di Oulx e di Saint Donat hanno recuperato vecchi rapporti, portati avanti malgrado la distanza geografica e la diversità dei territori e del clima. Il priorato agostiniano di Saint-Donat era stato posto, nel 1100, sotto la dipendenza della prevostura di San Lorenzo di Oulx, e costituiva l’estremità occidentale di un susseguirsi di chiese, sottoposte al suo potere e situate tra Briançon e Grenoble, lungo la strada attraverso l’Oisans. I canonici si muovevano da una casa all’altra: da Oulx, per le visite di controllo della vita del priorato, come da Saint-Donat, i cui novizi erano tenuti a soggiornare un anno alla prevostura di San Lorenzo prima di accedere al capitolo.

Ma i legami sopravissero alla soppressione della prevostura, nel 1748, e a quella del priorato a seguito della Rivoluzione: fino alla legge Guizot del 1833 nelle scuole elementari dei paesini della Drôme lavoravano soprattutto maestri del Briançonnais, e più spesso della valle di Oulx. Costoro dividevano l’anno tra l’insegnamento all’estero, dai Santi a Pasqua, e i lavori agricoli estivi, al momento del loro ritorno al paese. Basti pensare che gli alunni di Saint-Donat hanno imparato a contare, leggere e scrivere con il maestro Silvestre proveniente da Cesana o il maestro Cossul di Solomiac!

Per finire, nel 1945, le truppe francesi, scese nella valle di Susa verso le forze alleate nel periodo immediatamente successivo al 25 aprile, contavano un gruppetto di giovani resistenti provenienti da Saint-Donat, passati nell’armata regolare francese dopo la liberazione della Drôme e inviati sul fronte della Maurienne, a partire dal settembre 1944. Per qualche settimana, furono accampati intorno a Susa e lungo tutta la vallata di Oulx, nell’incertezza del destino di queste vecchie terre del Delfinato, ai confini di due stati, che avevano cominciato la guerra in campi opposti e le cui frontiere stavano per essere ridefinite. Questi soldati rimisero i loro passi su tracce che ignoravano essere state così familiari ai compatrioti dei loro avi.

Mio padre che ne faceva parte, apprezzò il suo soggiorno a Chiomonte e mi trasmise le sue osservazioni sulla somiglianza della parlata occitana chiomontina con quella di Saint-Donat. Egli tenne molto a ritornare con la famiglia nella valle di Susa per soggiornarvi durante le vacanze estive ed è quindi grazie a lui che nutro questo interesse, fin dall’adolescenza, verso il passato della valle di Oulx, e in particolar modo, verso le testimonianze della sua storia linguistica.

Un mio pensiero va anche rivolto ad alcuni cari amici valligiani, purtroppo scomparsi, che il gemellaggio mi ha fatto conoscere: Ernest Allois di Oulx e Gianfranco Joannas di Exilles - per il legame alla lingua e alla cultura del loro paese – e Mario Bonaria - per i suoi studi storici. Saluto inoltre le persone qui presenti, tra le quali ho il piacere di riconoscere visi amici, che lavorano nelle valli del Briançonnais storico, in particolar modo attraverso i loro scritti, per la valorizzazione dell’occitano.

Alle origini della Fiera franca di Oulx

L’ambiente storico che fa cornice alla nascita delle Fiera franca è ben noto. Per compensare i danni provocati, dal settembre 1494, dovuti all’andirivieni delle truppe reali, affiancate da migliaia di mercenari stranieri e da avventurieri arruolati nelle guerre d’Italia, Carlo VIII concede alla comunità di Oulx l’istituzione della fiera che si terrà il 15 settembre per sei giorni.

Tuttavia questa nuova fiera si colloca nello stesso periodo in cui si tiene quella di Briançon, la quale dal XIII secolo è una grande fiera annuale di bestiame e di merci. Quest’ultima inizia dal giorno della Natività della B.V. Maria, l’8 settembre, e può protrarsi per 15 giorni, oltre i primi tre giorni tradizionalmente riservati alla fiera ovina di fine estate, al ritorno dall’alpeggio, che ne è all’origine.

I sindaci di Briançon vedono di cattivo occhio la nascita di una fiera che distoglierà dalla loro città una parte della sua attività commerciale e dei compratori piemontesi. Reagiscono mandando una delegazione presso i magistrati del parlamento di Grenoble e del re Carlo VIII. Costui, di ritorno dalla sua campagna d’Italia, si ferma in seguito a Grenoble e a Lione tra l’ottobre del 1495 e il febbraio del 1496. Uno dei delegati redige, da Grenoble, forse il 10 dicembre 1495, un riassunto all’attenzione dei consuls, ove si precisa in dettaglio lo svolgimento della loro missione di diverse settimane. La minuta della sua lunga lettera era conservata negli archivi comunali di Briançon, dove è stata riscoperta dall’archivista Paul Meyer che l’ha pubblicata nel 1909. Ecco l’inizio.

Mes[ieurs] los sandics, nos nos recomandan a vous. Sachàs que nos [s]em saus, Diou marcé ; plasso li que ausi sio de vous.

Et vous fassen asaber dels affars que avem agú tant a Grenoble quome a Lion, et primieroment touchant lo fach de la fierra de Oux que ero ben necessari de y venir, quar seux de Oulx solicitavan fort de enterinar lour rescript tochant la d. fierra. Et dejà avian introduit alcuns dals segnours et d’autres. Nonremens, quant fossen aribas a Grenoble, nos van retirar dever mesieurs lo general et tresorier, los advertent de la materia, losquals agueron plaser per so que eran vengus a Grenoble. Et puis après en van parlar a seux d’Oulx que eran tres: Anthoni Brasso, Vincen Vassen et Loys Terciam, et leur van donar d’entendre que nous feran partio contro ellos, dont foron ben esbeys et mal contemps, et fesson compareyser nostre procurour en la causa, … et nos diseron que nos compareysessan en la causo, et que après non dobtessan pas de la causa, quar ellos y tengueran la main, talloment que jamays non agueran la d. farro...

Questo testo e gli estratti allegati riproducono fedelmente l’edizione originale, ad eccezione di qualche vocale accentata (marcé, sachàs, agú) che indica, nella nostra versione, il posto della sillaba tonica, mentre in altri estratti, della separazione delle parole (la cort > l’acort) e dell’introduzione ricorrente della lettera j al posto della i quando quest’ultima presenta una consonante (la chario > la charjo). L’allegato propone una traduzione francese letterale del testo sopra citato.

Dal punto di vista della storia della Fiera franca di Oulx, il contenuto della lettera del deputato di Briançon rivela solamente che il rassicurante ottimismo dei magistrati del parlamento di Grenoble è stato disatteso in quanto Oulx ha ottenuto la fiera che il re le aveva concesso. Ma l’informazione storica principale di questa lettera risiede nella sua forma, perché si tratta di una preziosa testimonianza sulla lingua parlata abitualmente nel Briançonnais alla fine del XV secolo, l’occitano, e sul modo con cui i Briançonnais la scrivevano.

L’occitano, uso orale

e pratica dello scritto

Nel Briançonnais, intorno al 1500, la lingua comune, quella usata da tutti nella vita quotidiana, è l’occitano, come il francoprovenzale per la Savoia. Le lingue scritte, impiegate nei rapporti con il potere, nell’amministrazione e nella giustizia sono allora il latino e poi il francese, che lo sostituisce nel XVI secolo. Tuttavia nessuna di queste due lingue ufficiali può avere la qualifica di lingua materna per i Briançonnais, anche se il francese è già, senza ombra di dubbio e in alcuni casi, quella dell’amministrazione, dei mercanti e dei soldati.

Questa ripartizione tra lingue e questa separazione degli usi tra campi, strada, casa e negozio che parlano occitano o francoprovenzale, e il clero che scrive in latino e in francese, lo storico del Delfinato e della Savoia le può immaginare grazie a situazioni di altre epoche, ma ha difficoltà a capirle e ad esporle attraverso le fonti del suo lavoro, che sono per la maggior parte latine e in seguito francesi. Alcuni documenti, estratti da ciascuno di questi blocchi monolingui, compaiono tuttavia all’inizio del XVI secolo, quasi a godere della faglia che costituisce il passaggio da un blocco all’altro. Sono rari, spesso brevi, pertanto preziosi.

La ricerca e la stampa di documenti antichi in occitano alpino del Briançonnais

L’antichità della sua scrittura pone con maggior forza una lingua in stato di dignità. E così, l’inventario, lo studio e la stampa di testi occitani antichi nelle Alpi sono prima di tutto da collocare rispetto ai movimenti di promozione della lingua e della cultura occitana moderna, tanto ieri con il rinascimento promosso in Francia da Mistral, quanto oggi nel quadro attuale di politica di tutela delle minoranze linguistiche storiche d’Italia.

Nelle Hautes-Alpes l’archivista del dipartimento Paul Guillaume (Vars 1842 - Gap 1914) scopre, stampa e diffonde, tra il 1881 e il 1909, cinque delle otto rappresentazioni conservate sul teatro religioso alpino in occitano, esso è anche il creatore a Gap, nel 1881, dell’Escolo de la Mountagno. Quest’istituzione alpina del Félibrige accoglie, nel 1886, Mistral per la riunione annuale della Sant’Estello. Guillaume arricchisce la sua edizione dell’Histoire de Saint Antoine nel 1884 con un’analisi filologica scritta dal félibre della Drôme Louis Moutier (1831-1903).

Costui ha fondato a Valence nel 1879 l’Escolo dóufinalo dóu Felibrige, e sarà l’autore di una bibliografia degli scritti delfinali in occitano e francoprovenzale (Bibliographie des dialectes dauphinois, 1885), quindi inventore di una grafia moderna dell’occitano (Orthographe des dialectes de la Drôme, 1886) largamente ispirata alla lettura di testi medievali. La riflessione ortografica del delfinese Moutier, supera quelle di Roux nel Limousin e di Perbosc e Estiu nella Linguadoca, precursori della grafia moderna dell’occitano.

Infine, il grande archivista e romanista parigino Paul Meyer (1840-1917), editore nel 1909 di testi antichi del Briançonnais, è in relazione con Mistral dal 1862. La documentazione occitana antica da poco riunita è rapidamente messa al servizio dell’attività del Félibrige, e di conseguenza nutrirà ancora con forza nel secolo seguente l’attività del félibre alpino Paul Pons (Digne 1910 - Gap 2003), majoral dopo la seconda Santo Estello di Gap nel 1956, poi capoulié dal 1989 al 1992.

Sull’altro versante del Briançonnais, i testi in occitano antico rimarranno più a lungo nell’ombra dei fondi di archivio. I primi saranno pubblicati solo il secolo seguente, a partire dagli anni ‘70, da filologi di Torino (Anna Cornagliotti, Luciana Borghi Cedrini) e tedeschi (Ernst Hirsch), ma attraverso riviste e pubblicazioni universitarie specializzate. Al contempo, edizioni e pubblicazioni locali rivelano al pubblico allargato delle vallate, i ritrovamenti di eruditi, a volte solo in parte pubblicati (Ezio Martin, Charles Maurice, Franco Bronzat).

Bisognerà aspettare gli ultimi decenni per trovare le prime edizioni che analizzino in dettaglio l’insieme degli scritti occitani del Briançonnais della fine del XVI secolo. Le loro conclusioni illuminano l’evoluzione dell’occitano locale antico, così come la storia dell’utilizzo e della rappresentazione delle sue diverse forme scritte. Questi studi provengono per adesso unicamente dagli ambienti universitari francesi e s’iscrivono nell’attività occitanista dei loro autori, Philippe Martel e Jean Sibille.

L’occitano ieri e gli occitani oggi, dalla diacronia

alla diatopia

Ci piacerebbe poter dire, qui a Oulx, giacché la Prevostura di San Lorenzo è stata a lungo un vero centro intellettuale dei vecchi Escartons, che la progressiva riesumazione degli scritti occitani antichi, infine scappati dagli archivi, la loro messa in circolazione e la conoscenza approfondita odierna ha finalmente contribuito all’acculturamento della popolazione del Briançonnais interessata all’occitano delle Valli. Le condizioni non erano sicuramente raggiunte, probabilmente perché è stata data precedenza alla tutela o al recupero di una parola viva, nella completa ricchezza e variabilità presentata ancora oggi nelle Valli.

Una coscienza identitaria è ormai consolidata e oltrepassa il perimetro del paese e della valle. La frequentazione e la comprensione delle forme occitane scritte antiche, perché elaborate, praticate, trasmesse durante i secoli in modo autonomo, fuori da ogni riferimento alle abitudini grafiche delle lingue vicine, italiano e francese, possono permettere di costruire un ponte per collegare la lingua di oggi alla lingua di ieri, ma anche per passare da una varietà all’altra, d’una valle all’altra, come da una parte all’altra delle Alpi.

Cogliamo l’occasione di questa giornata delle minoranze linguistiche della Provincia di Torino per presentare per l’appunto un rapido panorama dell’insieme dello scritto antico in occitano e, anche se in modo marginale, in francoprovenzale.

Il francese s’impone come lingua ufficiale

in poco tempo

Intorno al ‘500, il territorio di Briançon, come tutto il resto dell’Europa, cambia. L’integrazione amministrativa del Delfinato alla Francia, soprattutto fiscale, si completa: il vecchio principato sovrano, unito al regno solamente nel 1349, ne diventa una sua provincia. Un clero cattolico numeroso e ben preparato ha ridotto nel XV secolo i progressi dell’eresia valdese, ma sta per conoscere a breve lo choc della Riforma, di cui la diffusione del pensiero sarà veicolata grazie alla stampa. Le diverse guerre d’Italia hanno inizio e trasformeranno il Delfinato in una vera base strategica militare come punto di partenza: il colle del Monginevro, attrezzato nel 1494 per facilitare il passaggio dei cannoni dell’armata reale, vedrà così un succedersi di traffici di uomini, fino al 1559, purtroppo spesso militari da ospitare, e di merci tra Francia e Italia come mai se n’erano viste.

Alcune date permettono di illuminare i cambiamenti profondi che ne derivano per quanto riguarda le pratiche linguistiche scritte nel Briançonnais.

Il primo documento scritto in francese conservato negli archivi di Briançon, più esattamente a Vallouise, risale al 1481, ma è solamente poco più di mezzo secolo dopo, a seguito dell’ordinanza di Francesco I, promulgata a Villers-Cotterêts, nell’agosto 1539, che il francese si impone come sola lingua ufficiale per l’amministrazione, la giustizia e gli atti notarili.

Art. 111. De prononcer et expedier tous actes en langaige françoys. Et pour ce que telles choses sont souventes foys advenues sur l’intelligence des motz latins contenuz es dictz arretz. Nous voulons que doresenavant tous arretz ensemble toutes aultres procedeures, soient de nous cours souveraines ou aultres subalternes et inferieures, soient de registres, enquestes, contractz, commisions, sentences, testamens et aultres quelzconques actes et exploictz de justice ou qui en dependent, soient prononcez, enregistrez et delivrez aux parties en langage maternel francoys et non aultrement.

Il parlamento di Grenoble si rifiutò di prenderla in considerazione poiché il re non si era presentato come Delfino del Viennese, e fu solo nel 1541, con l’ordinanza d’Abbeville, che il francese divenne lingua ufficiale nel Delfinato; in soli 60 anni, gli scritti amministrativi del Briançonnais sono passati dal latino al francese.

Anche senza gli editti reali, i valdesi delle vallate vicine avevano già cessato di usare l’occitano con la loro adesione alla riforma calvinista nel 1532. Gli ultimi scritti nella forma codificata in occitano, distinta dalle altre forme orali che si praticavano, che per lungo tempo era servita loro come lingua propria di cultura, sono quelli di Georges Morel nella sua relazione della sua visita ai riformati nel 1530.

L’occitano intorno

a Briançon: scritti privati

e lingua orale

Negli archivi di Briançon era conservato un biglietto del 1432 corrispondente a riforniture d’armamenti eseguite al castellano di Briançon, questa cedola è stata edita da Meyer. Questo è il documento più antico in occitano del Briançonnais.

Si tratta di un documento giustificativo, un semplice foglio, che presenta un giornale delle spese, allegato alla documentazione contabile ufficiale, quest’ultima redatta in latino. In altre città del Delfinato come Grenoble, Valence o Romans, dove gli archivi comunali del XV secolo si sono ben conservati, questo tipo di documento redatto nella lingua quotidiana per conservare traccia delle spese sostenute da un notabile, su mandato consolare, non è raro.

È probabile che gli alti e bassi legati alla conservazione degli archivi comunali di questo periodo nel Briançonnais, bastino a spiegare il carattere eccezionale del documento di Briançon.

La lettera del 1495, del delegato del consolato di Briançon di cui abbiamo già parlato, è della stessa natura, si tratta di una corrispondenza inviata non per essere archiviata, ma neanche essere trasmessa alla giustizia o ad un organo di controllo esterno.

La maggior parte della documentazione in occitano antico del Briançonnais si costituisce di testi teatrali.

I testi di otto «storie di santi» (è così che venivano chiamate le rappresentazioni d’ispirazione religiosa nel Briançonnais denominate usualmente «mystères»), sono scaglionati tra la fine del XV secolo e il 1531, e sono stati redatti per essere rappresentati nei dintorni di Briançon. Costituiscono un corpus scritto eccezionale, sia per il loro volume che per la varietà del loro lessico e della morfologia che essi possono offrire. Il testo della storia di Sant’Antonio copiata a Névache nel 1503 conta 3965 versi, e copre 122 fogli.

L’autore, o adattatore del testo, o l’estensore che lo trascrive, sono comunque persone che provengono probabilmente dal clero locale, conoscono il latino e forse il francese, ma l’uso dell’occitano s’impone per i dialoghi che saranno recitati dagli abitanti delle parrocchie dove le “storie” sono messe in scena e ascoltate dalla popolazione locale. I misteri del Briançonnais in occitano sono oggetto della relazione di Franco Bronzat alla quale si potrà fare riferimento con profitto, in particolare riguardo alla bibliografia.

Lo stesso problema legato alla comprensione giustifica l’impiego dell’occitano per il testo degli ammonimenti, ingiunzioni ecclesiastiche usate per denunciare fatti reprensibili, letti dal parroco durante la messa. Gli archivi di Puy-Saint-André conservano un’ammonizione in occitano del 1548 contro gli autori dei tagli clandestini della legna e la conseguente risposta del parroco. (GUILLAUME 1882, p. 213-214).

L’occitano nel Briançonnais d’outre-Monts: documenti privati del Chisone, contabilità dell’escarton di Oulx

Sul versante orientale delle Alpi non ci sono documenti in occitano risalenti al XV secolo, ma il fatto è dovuto alla rarità degli archivi civili di questo periodo.

Bisogna però segnalare che, anche se rimane fuori dal Delfinato, l’opera stampata nel 1492 a Torino da Benedetti e Suigo è intitolata Compendion de lo abaco. Si tratta di un’opera di matematica redatta in occitano da Francés Pelós, citadan de Nisa. La sua esistenza testimonia la presenza a prossimità delle vallate di opere destinate a circolare tra la borghesia mercantile, come modelli di scrittura dell’occitano comune.

Il manoscritto più antico conservato, redatto in occitano comune nel Briançonnais d’outre-Monts, è conservato lontano dal suo luogo di composizione, presso la biblioteca universitaria di Cambridge. Fa parte del gruppo di manoscritti conservati da Samuel Morland, plenipotenziario di Olivier Cromwell, inviato a corte a Torino a seguito delle sanguinose «Pasque piemontesi» che hanno colpito i Valdesi nel 1655.

La sua zona di redazione è la val Chisone, verso Fenestrelle; il manoscritto porta diverse date esplicite: 1519, 1522. Il suo contenuto è eterogeneo, il manoscritto raduna fonti di diversi autori ed è in gran parte redatto in latino.

Contiene comunque passaggi in occitano: annotazioni di grammatica latina redatte in latino, nelle quali compare una traduzione di liste di verbi latini in italiano, francese o occitano, due paragrafi probabilmente copiati da un trattato di aritmetica in occitano non del Briançonnais e una raccolta di un centinaio di sentenze morali in rima, intitolata in latino Mettra Ceneche. Questa raccolta potrebbe essere un adattamento locale di una delle versioni occitane più antiche del Libre de Seneca o Lo Savi. Il manoscritto è stato pubblicato due volte (CORNAGLIOTTI 1979, BORGHI CEDRINI 1981) i due testi si completano l’uno con l’altro o si sovrappongono, senza che queste due letture coincidano.

L’interesse per questo documento rimane nello sguardo che ci viene offerto sull’uso domestico che gli autori fanno dell’occitano, la loro lingua materna, o per aiutarsi a cogliere il senso di parole in latino, durante l’apprendimento della grammatica di questa lingua, o per permettere loro di mantenere una traccia delle letture di altri testi, probabilmente scritti in una variante originaria dell’altra parte delle Alpi, e che sono a volte adattati alla parlata e alle abitudini grafiche personali, italianizzanti di ogni autore.

Un insieme di manoscritti, leggermente posteriori, mostra che l’occitano è stato usato nei documenti di contabilità privata, ma anche pubblica in piccoli comuni verso il 1530.

Due serie, ognuna in gran parte cronologicamente continua, a Savoulx e Sauze di Cesana, indicano che verso il 1550 i redattori hanno abbandonato l’occitano e utilizzato una lingua abbastanza conforme alle regole del francese, anche se ancora contaminata leggermente dall’occitano. La scomparsa della scrittura dell’occitano segue dunque di pochi anni gli editti di Villers-Cotterêts/Abbeville imponendo l‘uso del francese come lingua ufficiale scritta.

I documenti in occitano di Savoulx e di Oulx degli anni 1530-1540 costituiscono degli esempi di documentazione puramente privata, conti di priori della confraternita del Santo Spirito di Savoulx o giornale di spese d’un delegato del sindaco di Oulx. Ma questi due conti sono per natura destinati ad essere letti da altre persone: i priori per l’uno, i sindaci per l’altro. La loro lingua rappresenta dunque una forma di occitano scritto che sfugge alla scelta arbitraria del redattore. Deve corrispondere ad una norma linguistica e grafica in uso in questo momento nel Briançonnais negli ambienti anche poco colti. Il modo di trasmettere questa norma comune, sicuramente insegnata in concomitanza al latino o al francese, è ignoto.

I conti comunali di Sauze di Cesana sono l’unico esempio che ci sia pervenuto di conti pubblici redatti in occitano e non in latino o francese.

Si rimpiange oggi la scomparsa di due dei documenti di questo tipo: i conti comunali di Sauze di Cesana, persi nell’incendio del 1962, e il libro della confraternita di Savoulx, sottratto di recente in modo fraudolento agli archivi della parrocchia, da questa conservato nella sua piena integrità per quasi cinque secoli!

Un’altra testimonianza di questo occitano scritto comune nel XVI secolo è fornita dalla toponimia occitana dei catasti comunali antichi. È una fonte marginale, ma importante, vista l’esigua documentazione conservata.

Il catasto di Oulx del 1540 ne è un esempio. L’utilizzo esaustivo dei rilevamenti presenti su questo tipo di documento sarebbe di grande interesse sia per studiare l’evoluzione delle forme toponimiche locali sia per confermare la legittimità locale delle forme grafiche moderne che si riferiscono ai principi di scrittura comune dei documenti più antichi in occitano del Briançonnais.

Un’ultima serie di documenti pubblici proviene dall’attività svolta dai notai della val Chisone.

L’occitano notarile della val Chisone: Blanc, Clapier e Orcel

Il «manuscrit Gouthier» trae il suo nome dalla famiglia proprietaria della casa abbandonata del paese del Vilaret, nel comune di Roure, da dove proviene. Contiene due atti notarili in occitano della prima metà del XVI secolo destinati agli archivi comunali di Mentoulles.

Il primo atto, redatto il 2 aprile 1532 a Mentoulles da Johannet Blanc, notaio delfinale, era al momento del suo ritrovamento nel 1972 il più antico documento pubblico ufficiale scritto, almeno in parte, in occitano, che fosse ancora conservato nelle vallate. Il protocollo Orcel, la cui redazione passa dal latino all’occitano il 6 novembre 1531, lo anticipa ormai di qualche mese.

Le «ordinanze» redatte dal notaio Blanc regolano la molitura del grano e l’accesso delle greggi sul territorio comunale. Sono scritte in un francese infarcito di espressioni occitane, e sono state, poco dopo la loro compilazione, proclamate sulla pubblica piazza a Mentoulles. Il testo si apparenta, in quanto scritto ma destinato a essere letto in pubblico per essere sentito e compreso da una popolazione occitanofona, all’ammonizione del 1548 conservata a Puy-Saint-André.

Il secondo atto del manoscritto Gouthier con data del 1549 è stato redatto dal notaio Clapier. Raccoglie 19 regolamenti comunali che riguardano l’uso dei boschi. È scritto in un occitano puro, tranne la formula finale in francese che precede la firma del notaio (manca la formula iniziale). Queste ordinanze del 1549 sono state anch’esse proclamate pubblicamente a Mentoulles. Si tratta dell’ultimo documento ufficiale redatto in occitano nelle vallate, ma di poco posteriore agli editti di Villers-Cotterêts/Abbeville.

Il «protocole Orcel» è il documento più importante attualmente conosciuto in occitano antico non letterario del Briançonnais. Raccoglie l’attività assai varia di un notaio della val Chisone (testamenti, mandati, atti di vendita, procure, ricevute…) nel 1531.

Il notaio Orcel cessa di colpo di usare il latino, a partire dal 6 novembre 1531. Fino al 13 dicembre 1531, data dell’ultimo atto del protocollo, gli atti sono registrati nella stessa lingua del notaio e dei contraenti. La parte occitana del protocollo è eccezionale sia per la sua lunghezza, 34 fogli, che per il suo statuto di documento ufficiale, sia ancora per la fluidità del testo degli atti che ci risparmia le misere ripetizioni e la povertà lessicale e grammaticale dei documenti contabili o delle ordinanze, e dunque soprattutto perché ci rivela la lingua viva della comunità che lo produce.

Quindi dispiace che dopo quasi 30 anni dalla sua scoperta, la pubblicazione annunciata dal suo scopritore non sia stata ancora realizzata. Dovrebbe costituire una priorità per la conoscenza e la valorizzazione dell’occitano nella provincia di Torino.

La presenza dell’occitano negli archivi di tre notai della val Chisone può lasciare sperare che un inventario esaustivo dei fondi dei notai per il periodo dal 1530 al 1550 dia luogo ad altre scoperte interessanti. Permetterebbe per lo meno di datare con precisione l’abbandono del latino da parte dei notai negli escartons d’oltralpe.

La grafia comune dell’occitano del Briançonnais nel XVI secolo

Il XVI secolo segna una rottura nella tradizione scritta dell’occitano, che si riflette nei testi del Briançonnais. In particolare, le abitudini dell’ortografia del francese contaminano alcune annotazioni medievali occitane, indebolite da una deriva fonetica, e destinate alla scomparsa.

All’epoca dei troubadours e delle prime carte, i redattori occitani segnano con la lettera o la o aperta di rosa come la o chiusa di trobador. L’articolazione di quest’ultima si sposta durante i secoli verso /u/ ma la grafia non cambia. Il francese distingue i due fonemi a partire dal 1500 scrivendo o e ou (rose e troubadour), ma la grafia moderna dell’occitano aggiunge solo un accento grave per indicare la o aperta (ròsa e trobador). D’altronde, verso lo stesso periodo l’articolazione della -a finale atona è modificata, passa in certe zone a /o/, a volte /u/, ma la grafia moderna dell’occitano non segna questa evoluzione.

L’evoluzione fonetica dell’occitano e il peso del riferimento agli usi scritti del francese spiegano come nei testi delle annotazioni conformi alla norma tradizionale (una fuvela, fora, donar, tronar, ajoar-se, fornel, nos), delle forme miste (fogagno, Troncheo, honours) e delle forme scritte alla francese (fourt, touto, pouyà) compaiano contemporaneamente.

La grafia antica dell’occitano usa la lettera h per segnare le palatalizzazioni consonantiche: chabra, vinha, filha. I testi del Briançonnais usano grafie occitane ch, lh ma preferiscono gn a  nh: fogagno. Troviamo anche forme ibride ill, gl e ngn.

Le consonanti finali sono ancora conservate, la distinzione del numero è segnata dalla lettera -s. Il plurale dei sostantivi femminili che finivano anticamente con -a, è cosi regolarmente -as: feas, bestias chabrinas, di fronte alle forme in -o del singolare: mesuro, chartro, parsello.

Scrivere in francoprovenzale nel XVI secolo in Maurienne

La ricchezza del teatro religioso intorno a Briançon nel 1500 è legata all’attività pastorale in una diocesi controllata dalla Chiesa, in seguito agli avvenimenti dovuti all’eresia valdese e alla predica dei barba. La sua lingua è naturalmente quella degli abitanti, l’occitano.

In Maurienne e in Valle di Susa, le rappresentazioni sono posteriori, dal 1542 al 1609. Hanno un carattere diverso: sono l’espressione di un voto delle comunità scampate alle epidemie di peste. I testi conservati sono in francese, questa lingua essendo considerata una lingua da sfoggio e quindi giudicata più degna per esprimere al santo protettore la riconoscenza dei fedeli. Però il pubblico e gli attori devono anche divertirsi e alcune rappresentazioni introducono personaggi della farsa.

L’ «Histoyre du glorieux saint Martin», rappresentata a Saint-Martin-La-Porte in Maurienne nel 1565 comprende due personaggi buffi, Badin «il sempliciotto» e un pazzo, senza nessun rapporto con la storia del santo. Badin accoglie gli spettatori, li invita a tornare l’indomani alla fine delle due prime giornate. Il Fol assicura pause comiche. Due piccole parti su un numero di 74 personaggi, per una sessantina di versi su un totale di 5000, ma in francoprovenzale!

È singolare vedere che queste apparizioni marginali della lingua popolare, per noi preziose perché contenenti testimonianze scritte del francoprovenzale antico della Maurienne, ci rivelano infatti che l’autore del testo considerava questa lingua con pessima stima. Una lingua interessante fatta solo per la bocca dei personaggi più semplici di spirito. Però, proprio dieci anni prima compare a Lione il primo libro stampato in francoprovenzale «Noelz et chansons nouvellement composez tant en vulgaire françois que savoysien dict patoys»

(“Natale e canzoni composte ultimamente sia in volgare francese che savoiardo detto patois”) il cui autore, Nicolas Martin, viveva a Saint-Jean-de-Maurienne vicino al luogo della rappresentazione dell’ «Histoyre». Si tratta di una raccolta che mischia per la parte in francoprovenzale composizioni d’ispirazione religiosa, canti natalizi, un cantico contro i protestanti e canzoni leggere.

Nicolas Martin aveva giustamente ricevuto l’ordine nel 1565, nel momento in cui un’epidemia di peste colpiva Saint-Jean già a partire dall’autunno precedente, di un mistero della Passione. Costui avrebbe per caso lasciato una parte migliore al Mauriennais dell’autore dell’«Hystoire du glorieux saint Martin»? Il suo testo, se ne ha cominciato la composizione, non è stato conservato ed è un’altra la Passione che sarà rappresentata a Saint-Jean nel 1573, un anno dopo la morte di Martin.

Nicolas Martin, come l’estensore dell’ «Histoyre», utilizza spesso -z finale dietro a, i, o, u per annotare il carattere atono della sillaba, come d’altronde è ancora facile vedere in Savoia per i cognomi e nomi di luogo (La Clusaz, Servoz, …). Si tratta di un segno e non di una lettera pronunciata.

Questa grafia è comparsa nel XII secolo, e il suo perdurare quattro secoli dopo rivela che il francoprovenzale, come l’occitano, segue nel XVI secolo una tradizione di scrittura antica regolarmente trasmessa, che non può trovare spiegazione senza supporre che esisteva una forma d’insegnamento di scrittura francoprovenzale accanto a quella del latino.

Conclusioni

La passeggiata sulle tracce che le lingue materne dei montanari del Briançonnais e della Maurienne hanno lasciato nei documenti scritti durante il secolo che ha seguito la creazione della Fiera Franca continua negli allegati dove sono presentati degli estratti di ogni documento citato.

Questo panorama vuole essere un invito a fare uscire un’antologia più completa, che sia accompagnata dalla riproduzione in parte di manoscritti originali. È anche un richiamo per invitare a ricercare se rimangano riproduzioni o copie di manoscritti scomparsi o conservati in archivi privati.

Nel Briançonnais e in Maurienne l’occitano e il francoprovenzale sono lingue scritte nel XVI, e i principi della grafia dell’occitano sono allora noti negli ambienti alfabetizzati e probabilmente trasmessi in piccole scuole.

Il periodo favorevole allo sbocciare dello scritto occitano pubblico nel Briançonnais è breve: la lingua ufficiale si secolarizza sfuggendo al latino, nel momento stesso in cui la lingua del regno di Francia s’impone. Il tutto si gioca tra il 1530 e il 1550 circa. L’occitano si rivela essere più usato come lingua di scrittura privata, contabile, e un po’ prima come supporto dell’oralità nel teatro religioso intorno a Briançon.

Ma possiamo realmente concludere, a partire dei rari documenti archiviati, che l’occitano non sia stato scritto in modo diffuso?

La storia dei testi valdesi delle vallate nel Briançonnais ci mostra come il nostro sguardo possa essere tributario della casualità della conservazione della documentazione. Senza l’interesse del mondo protestante del XVII secolo per i loro predecessori valdesi, che ha permesso la salvaguardia dei manoscritti all’estero - in Svizzera, in Irlanda e nel Regno Unito – ben poco sarebbe stato salvato di questo ricco patrimonio scritto in occitano antico di cui niente è sopravvissuto nelle vallate che l’hanno prodotto.

Lettera ai sindaci di Briançon – 1495

Localizzazione del documento: l’editore non indica la segnatura del documento, probabilmente conservato negli archivi comunali di Briançon.

Descrizione: 2 fogli.

Edizione: MEYER 1909, p. 427-428.

Traduzione:

Signori Sindaci, ci raccomandiamo a voi. Sappiate che siamo salvi, grazie a Dio. Che ciò Le possa piacere e che ne sia altrettanto per voi.

E vi facciamo saper per quanto riguarda i nostri affari, sia a Grenoble che a Lione, e per primo per quanto riguarda il fatto della fiera di Oulx, che era proprio necessario venirci, perché quelli di Oulx ci sollecitavano con forza per fare approvare i loro scritti a riguardo della suddetta fiera. E già si erano ravvicinati a certi signori o ad altri. Appena arrivati a Grenoble, ci rivolgemmo ai signori il [procuratore] generale e al tesoriere, informandoli della materia, i quali ebbero piacere perché eravamo giunti a Grenoble. E poi essi [i due magistrati del parlamento] ne parlarono a quelli di Oulx che erano in tre: Antoine Brasse, Vincent Vassen e Louis Tercian, e dessero a intendere che noi avessimo fatto causa contro di loro, e loro [quelli di Oulx] furono molto stupiti e malcontenti ed essi [i magistrati] fecero comparire il nostro procuratore per la causa e ci dissero che noi intervenimmo nella causa, e dopo che noi non dubitammo della [risoluzione] della causa, perché essi terrebbero la mano, a tal punto che mai essi [quelli di Oulx] avrebbero la detta fiera.

Annotazioni sulla lingua:

In morfologia verbale, vicino alle forme di passato remoto dei verbi «essere», «fare»: fossem, foron, fesson («noi fummo», «essi furono», «nous fîmes»), compaiono forme perifrastiche van retirar, van parlar composte dal verbo andar coniugato al presente dell’indicativo e dall’infinito del verbo.

Il passato remoto non è più usato oggi nel Briançonnais, è stato sostituito dal passato prossimo. Le forme perifrastiche del passato remoto sono conservate nell’occitano di Guardia Piemontese, ed esistono anche in catalano.

Cedole delle somme dovute per le armature, Briançon - 1432

Localizzazione del documento: archivi comunali di Briançon, anticamente sacco 32; segnatura attuale sconosciuta.

Descrizione: 1 foglio.

Edizione: MEYER 1909, p. 424-425.

Item prumierament per enborar una cella de tot, e una falça cropiera e uns gandelés e uns bracellet, butant fuellas e coreas / Item plus a Daniel Galian per unas cuiraças / Plus … de cuer a facz un carcays / Item plus a Jame Carlon per adobar uns gandelet / Item plus a Piere Annon a un paveis una coreo / Item plus a Daniel Galian una fuvela / Item plus a Bertomiou Aulanier per uns avant braz.

Traduzione:

Per imbottire una sella completa e una finta groppiera e dei guanti e un bracciale, mettendoci fogli (di metallo) e cinghie / E ancora a Daniel Gallian per le corazze / E pelle per fare una faretra / E anche qualcosa per aggiustare un guanto / E anche qualcosa per confezionare una cinghia / E anche qualcosa per una fibbia / E qualcosa per l’avambraccio.

Osservazione sulla grafia: La finale delle parole femminili alterna -a/-o al singolare e -as al plurale.

Manoscritto Dd XV 33 di Cambridge – 1519 e 1522

Localizzazione: Biblioteca Universitaria di Cambridge, segnatura Dd XV 33

Descrizione: registro cartaceo di 98 foglie, 8 x 9 cm.

Edizone: CORNAGLIOTTI 1979, BORGHI CEDRINI 1981.

Aver besong / denear / donar luoc / donar consegl / aver chaut / ploure / elosear / tronar / cheire neou/ brusar / conflar / annar vio / segnorear / chaminar /exssubliar / ajoar-se / alegrar-se / segre / reveglar-se / saglir fora / esquiglar.

faut que nombres de 3 en 3 letras, nombre per nombre, dezenas per dezenas, milho per milho.

Chacum jorn ensegno ton figl / Tas figlas gardo de perigl.

Mais non vic a reire tournar / lou bon temps qui lou laisso passar.

De malo erbo nais malo fueglo / qui mal semeno mal recuegl.

Traduzione:

mancare di / rifiutare / cedere (il posto) / deliberare / essere scaldato / piovere

fare lampi / tuonare /nevicare/bruciare/gonfiare/partire/dominare

camminare/dimenticare/aiutarsi/esultare/seguire

svegliarsi / uscire / scivolare

Bisogna leggere i numeri, 3 lettere per 3 lettere, unità per unità, decina per decina, migliaia per migliaia

Ogni giorno insegna a tuo figlio/le tue ragazze proteggi dal pericolo.

Mai vide tornare / Il buon tempo chi lo lascia passare.

Da cattiva erba nasce cattiva foglia/Chi semina male raccoglie male.

Osservazione sulla lingua:

Il redattore della grammatica latina mette il pronome dopo un verbo pronominale, «all’italiana»: reveglar-se.

Osservazione sulla grafia:

La palatalizzazione delle consonanti è segnata, «all’italiana», con l’aggiunta della lettera g, sia nel caso della n, in generale nel Briançonnais nel XVI secolo, sia per la l: gn/ng (besong, segnorear) e gl (fueglo, perigl).

Libro dei conti per la confraternita del Santo Spirito di Savoulx 1532-1588

Localizzazione: anticamente a Savoulx negli archivi della parrocchia; indicato come scomparso da questo fondo, attualmente conservato negli archivi diocesani di Susa, al momento dell’inventario del 2002.

Descrizione: più di 120 fogli, 12x31 cm.

Editore: CORNAGLIOTTI 1975 (edizione parziale: la parte iniziale del manoscritto, redatta in latino, e la parte finale, redatta in francese, non sono state pubblicate).

Il libro raccoglie l’elenco dei contributi annuali (las sensas) dei benefattori, in natura (froment, sel, vin, charn de puorc, lart, farino, bla), (frumento, sale, vino, carne di maiale, lardo, farina, grano), le compra - vendite delle proprietà della confraternita, il nome dei quattro priori (pryors, priors) nominati ogni anno a Pentecoste (Pandequto) e soprattutto una serie abbastanza completa dei conti annuali (contiou) che inizia nel 1532.

La lingua dei conti si francesizza in modo notevole durante il decennio 1550.

(f° 17)

Glaudiou Suspiso, fils de Guilelme Suspisio dal Meyers deou uno somà de vin p[er] an a la frerio dal Sanct Sperit payar a vendemas a la grant mesuro dous setiers, come costo p[er] las mans de m[eystre] Just.

(f° 29)

Lo parselo de lo freiriho de so que nos haven recobrà de l’an myl VcXXXjj et a touto jor dal meis quant ero Pandequto.

Et prumyeroment quant nos van rendre notre qunt, quompayre Piero deviho p[er] resto de l’argent de lo freyriho que li ero remas en las mans ...

Compayre Piero Parandyer ha requobrà de Michel Nodo p[er] rexto d’uno somà de vin lo qualo deviio ...

(f° 31 - 32)

La parsello dal pahià p[er] la freiriho...

Hyo hai pahià p[er] lo chartro dal preis fait dal fornel de lo freiriho ha meitre Piero Halbert.

Hyo Franseis Faure hay pahià p[er] uno leore que nos van donar ha meytre Justeti quar al sasiho p[er] nos

Traduzione:

I censi: Claude Sulpice, figlio di Guillaume Sulpice des Meyers, deve una «saumée» [nome di una misura, corrispondente ad un carico di una bestia da soma] di vino all’anno alla confraternita del Santo Spirito, da pagare alla vendemmia, con la grande misura di due sestari, così segnato dalla mano del notaio Just [Blanc?].

La parcella della confraternita di quello che ho riscattato l’anno 1532 e il mese di Pentecoste.

E per primo quando rendemmo il nostro conto [l’anno precedente], compare Pierre doveva come resto dei soldi della confraternita che gli era rimasto tra le mani…

Compare Pierre Parandier ha estinto da Michel Nodo l’avanzo di una saumée di vino che doveva.

La parcella del pagato [della spesa] per la confraternita.

Io ho pagato per [redigere] la carta del preventivo del forno della confraternita al notaio Pierre Albert.

Io François Faure ho pagato per una lepre che noi demmo al notaio Justeti perché faceva mettere sotto sequestro per noi.

Annotazioni sulla lingua:

Nel XVI secolo l’occitano d’Oulx conosce, come quello di Briançon del 1495, forme di perfetto perifrastico (van rendre, van donar) oggi perse.

Annotazioni sulla grafia:

I priori essendo rinnovati annualmente, il libro della confraternita è tenuto da mani diverse.

Si può costatare spesso che la permuta delle lettere del digramma francese ou: ou alterna con uo (deou/deuo per «esso deve»). Possiamo pensare sia l’incertezza dello scriba per quanto riguarda il posto da dare alla lettera u: il digramma francese incomincia solamente a sostituirsi all’uso dell’occitano tradizionale della o semplice. La forma deo si ritrova d’altronde anche sotto la penna dello stesso redattore.

Parcella di spesa d’Antoine Béraud, conti dell’escarton d’Oulx - 1545

Localizzazione: archivi comunali d’Oulx; ai tempi sacco III; segnatura moderna sconosciuta.

Descrizione: quaderno di quattro fogli di 11 x 31 cm.

Edizione: MAURICE 1981 p.62-65 e MAURICE 1987, volume 3 p. 25-27

Si tratta di un documento allegato alla contabilità ufficiale.

Item ay paya le segont viage que lay soy annà, de que soy ità deytorbà de ung sac et papiers dals cosses de Bardonecho, de que mestre Johan Arllaut se ero obligà et matriculà a mestre Johan Duport, et le dit Duport ero obligà a grafé et n a ité faché per l acort, de que le dit proquror n a fet pluzers vacations, de que ay acordà XVIII g[ros].

Item plus ay payà per ung sac loqual avio ytà perdú et n a ventà achatar ung autre.

I g[ros]

Traduzione dell’editore:

E così ho pagato anche per la seconda volta che ci sono stato [a Grenoble], per il mio carico di un sacco e di carte per i sindaci di Bardonecchia, di cui il notaio Jean Arlaud si era impegnato e registrato al notaio Jean Duport, e il detto Duport si era impegnato presso la cancelleria e non è stato dispiaciuto per l’accordo [e il detto procuratore ne ha fatte diverse vacazione con mio consenso].

Lo stesso ho pagato per un sacco, che era stato perso, e abbiamo dovuto ricomprarne uno.

Annotazioni sulla lingua:

viage «volta», a ventà «abbiamo dovuto», il testo occitano è a volte orientato verso il francese: ero obligà a grafé e n’a ité faché.

Conti comunali di Sauze di Cesana - verso 1544

Localizzazione: dispersi durante l’incendio del paese il 14 luglio 1962.

Descrizione: registro di diversi quaderni da quattro a otto fogli, 11x22 cm.

Edizione: estratto di qualche riga su 8 fogli del conto del 1562 nel MAURICE 1987, volume 3 p. 50 ; frammenti non datati, ma intorno al 1545, nel HIRSCH 1964.

Charles Maurice ha consultato questi conti intorno 1930, quando il comune di Sauze era assorbito dal comune di Cesana. Ci segnala che durante il periodo 1544-1583 coperto dal registro: «I conti sono tenuti in un patois più meno francesizzato durante gli anni 1544 a 1564 inclusi, tranne che per l’anno 1556 che è in francese e anche per quelli posteriori al 1565. I conti del 1557 e 1558 mancano» L’estratto del conto del 1562 che viene stampato presenta già una lingua francesizzata di scarso interesse.

Precisazione sul contenuto del documento (stipendi dei sindaci, affitto della stalla della scuola…) possono attestare che si tratta della contabilità ufficiale e non di documenti aggiunti.

Ernst Hirsch descrive lo stesso registro che copre secondo lui il periodo dal 1544-1574, e segnala che i soli primi tredici fogli non sono redatti in francese. Pubblica un semplice elenco delle parole occitane spigolate nel registro, dunque probabilmente nei primi tre anni della serie, cioè 1544-1546, potete trovarne i passaggi più importanti qui di seguito.

uno saumo de vin... las chandellas... p[er] lou conh dals alpages... uno charjo de vin... p[er] lo ytable... p[er] la quitans fayto... dal beal... per invernalho... per lou port de la sivà portà a la Peyrous... per lou fit de l’alp... per lou sallario dal sandic.

Traduzione:

Carico di vino... le candele... per l’angolo (?) alpeggi... carico di vino... per la stalla [della scuola]... per ricevuta fatta... del canale... per l’inverno (?)... per il trasporto dell’avena portata a Perosa... per l’affitto dell’alpeggio... per lo stipendio del sindaco.

Catasto d’Oulx - 1540

Localizzazione: archivi comunali d’Oulx, documento ritrovato nel 2008 e dunque non segnato nell’inventario del 2000.

Descrizione: registro di carta, rilegatura in pessime condizioni.

L’elenco dei beni di un proprietario è in francese, ma i nomi dei luoghi e gli elementi di riferimento dei confini di proprietà sono in genere in occitano. Nomi di luogo e nomi di persone permettono di evidenziare i principali tratti fonetici e gli usi grafici dell’occitano d’Oulx nel XVI secolo.

Questo tipo di documento redatto in francese «infarcito» di termini in occitano è il simmetrico delle carte medievali, molto più antiche, redatte in latino «infarcito» di toponimi in occitano. Così nella carta LXXVI del cartolario della prevostura d’Oulx (COLLINO 1908), datata dell’inizio del XII secolo: «pratum de Solellabou».

En peyre rousso / en peyro rousso / en coste rouyo / en la malatiero - en mallofosso basse / le fort de mallefosse / au pomier seu pisso roet / l’ermen comu[n] / en broe longe / en las pellozieras / las chosas / en la volpelhiere / en champ Roulh / en pra velh / al conilh / le chemin a solhel leva[n]t / jehanne chareugno / la fogagno / al clot dal fourt - al deyrochour - le beal corsier / al maynez / au pie du bleto[n] / en la pouyà / doyre de bardoneyche / bardonescho / la confrarie du s. esperit / en dess[us] la eiglise / le mur du cyminteyre / du monestier d’ Oulx.

Annotazioni sulla lingua e sulla grafia:

La mescolanza delle forme scritte con -o e -e finali (peyre rousso / peyro rousso, mallofosso / mallefosse) sarà una semplice contaminazione grafica del francese o ci indica la precoce neutralizzazione della vocale atona finale?

La nasale finale etimologica di ermen «terra incolta» sopravvive nella vallata d’Oulx nella sola parlata di Chiomonte, è anche attestata nel XVI secolo nel protocollo Orcel.

Manoscritto Gouthier - 1532 et 1549

Localizzazione: Anticamente archivi comunali di Mentoulles; ora in un fondo sconosciuto, probabilmente privato.

Descrizione: 14 fogli 15 x 22 cm; l’originale è accompagnato da una copia notarile del XVIII secolo, il manoscritto comprende inoltre ordinanze del 1515 redatte in latino (MARTIN 1972).

Atto Blanc: 2 fogli ; atto Clapier: 12 fogli.

Edizione: HIRSCH 1975.

Il manoscritto è stato prima segnalato e descritto da Ezio Martin (MARTIN 1972).

Notaio Blanc, 1532

...Item hont ordené les homes dessus nommés que denguno persono de quelque estat ou condition que soyt non hayo a adure ni conduyre ou far conduyre de deforo le dict lieu et università de Mantolles dengun bestiam bovin ne lanu ne chabru oultro se qu el pourré huverner de son foin...

Notaio Clapier, 1549

Item an ordenà lousdits hommes, que denguno persono de quung eytat ny condition qu ello sio ni quung que non auze ny presumo tenir ny condure ou aultrement en quno fasson que sio metre alcunas bestias menuas, tant feas agneoux moltons que alcunas aultras bestias chabrinas, que chasque an de tres bestias en seus, exectà leur nurim de chabr[as] et bestias chabrinas, al devés de Eychuchet et de las Agulhas comme son las confinas desingnàs als premieras ord[enan]s[as] acomensant a l intrà dal mes de abril dequy al chavon dal mes de may, et hoc sub pena seu banno de doux florins mon[eyo] de tailho per chasque tropel et per chasque viage appliquàs comme dessus.

Traduzione (Clapier):

I suddetti uomini hanno ordinato che nessuno, di qualsiasi condizione o stato, osi tenere, condurre o altrimenti di qualsiasi modo mettere, dei piccoli animali, sia pecore, agnelli, montoni che altri caprini, ogni anno aldilà di tre bestie, eccezione fatta per i capretti non svezzati, nella riserva di Eychuchet e des Aiguilles, come loro limiti sono indicati nelle prime ordinanze, dall’inizio del mese di aprile e fino alla fine del mese di maggio, e ciò a pena o multa di due fiorini di moneta di taglia per ogni gregge e ogni volta, come attuato qui sopra.

Protocollo Orcel - 1531

Localizzazione: Archivio nazionale di Torino, «Sezione di Corte» cartone 25, plico 1, provincia di Pinerolo, vallata di Pragelato.

Descrizione: registro carta rilegato, 13x18; testo in occitano dal foglio 138 al foglio 171.

Edizione: il documento scoperto da Bronzat nel 1984, descritto l’anno seguente (BRONZAT 1985) non è ancora purtroppo stampato nel 2012.

A tous sio notori et manifest que Piero Bergogn filh sanreyre de Johan dal Bovils en la Val de Scaynt Martin tant a son nom propri coma al nom de Mario sa molher absent et coma present la quallo el promet de far rettifiar per si et sous heritiers, dono, baylo et chango per vio de change a Guilhelme et Thomà Passet frayres fils sanreyre de Michel de la Troncheo de Prajellà eysí present, stipulans al nom d’ellos et de Johano et Mario lours molhers, et per ellos et lous heritiers, tous dreys et acions reals et personals, bens mobles et imobles qualque il sian, scituàs en la perrocho de Prajellà, pras, terras, domifficamens et autres bens, ambe tous charcs et honours et toutas pertinentias a aver, tenir etc resalvant tout moble de ferre, haram et acier et vint et tres albres prenent sobre tous sous devés.

Traduzione:

Per tutti, che sia noto e manifesto che Pierre Bergoin un tempo figlio di [figlio di fu] Jean di Bovile nella Valle Saint Martin, sia in nome proprio come in nome di Marie sua sposa assente e come presente, la quale promette di fare ratificare, per lui e i suoi eredi, da, consegna e scambia per via di scambio a Guillaume e Thomas Passet, fratelli una volta figlio di Michel di Troncea di Pragelato qui presenti, stipula a nome loro e per Jeanne e Marie loro spose rispettive e per loro e i loro eredi, ogni diritto e azioni reali e personali, beni mobili e immobili qualsiasi, siti nella parrocchia di Pragelato, prati, terre e altri beni con tutte le cariche e onori e tutto quello che ne dipende per aver, tenere… tranne mobili di ferro, rame e acciaio e ventitré alberi da prendere su tutte le riserve.

Histoyre de la vie du glorieux saint Martin, Maurienne - 1565

Localizzazione: archivi parrocchiali di Saint-Martin-La-Porte

Edizione: TRUCHET 1882.

Badin:

Bona dies et bona noez / O fo et u sajoz avoez. / Sey vos prestà le oreilliez / Vos m orrey contà de merveilliez.

Jey suy venù du fon d Espagnyz / Ou j ez una gran campagnyz. / Pleina de noiratez petitez / Le qualez porten noez confitez.

Poez cheminan un po ply lez / J ez viu un riu gro come ung lez. / U qua on peschet dey rizollez / de gro jambon et de laniolez.

Golliard golliard vos vos lechie / Et ja vos voudrià demarchie. / En allà migie vostron so / Gardà voz ou, voz sarey fo.

...

Jez un po coeta d allà beyre / Jea pasmoz de la mala sey. / Sa mon parlà ne volie creyre / Y ney m en chault, alla o vey.

Traduzione:

Buongiorno e buona notte / Come ai pazzi e ai saggi. / Se voi prestate attenzione / Mi sentirete raccontare meraviglie.

Sono arrivato dal fondo della Spagna / Dove ho una grande campagna. / Piantata con giovani noci / I quali portano noci candite.

Poi camminando un po’ più lontano/Ho visto un ruscello grosso come un lago. / Nel quale si pescavano delle “rissole” / Grossi prosciutti e [gnocchi, agnolotti?].

Golosi, golosi vi leccate i baffi / E già vi piacerebbe rincorrerli. / Andando a mangiarne a sazietà / Tenetevene lontani sareste pazzi.

Ho un po’ fretta di andare a bere / Svengo per la cattiva sete. / Se il mio discorso non volete credere / Poco me ne importa, andate a vedere.

Noelz et chansons,

Maurienne - 1565

Descrizione: libro stampato a Lione nel 1555; una copia della ristampa del 1556 può essere consultata su gallica.bnf.fr

Edizione: MARTIN 2008 p. 75-76

Se voz vollie voz sarey la premieriz

Vollie no allar tan bellaz meyssonieriz.

Se voz vollie voz sarey la premieriz

De quatru ou sinq que je volleir d amar.

Vollie no allar, tan bellaz meyssonieriz.

Vollie no allar uncoraz meyssonar

Je voz darey unaz bellas gorgeiriz

Ung penuz d o per adreit vos penar.

Quand noz sarin le detrier la gerbieriz.

No noz porrin ensembluz druginar.

Contentaz fut et hu gallan vet dieriz

Ey voz fudraz un po bin affanar.

L ourier ut fet a l eydaz de l ourieriz

L ouraz a fare devan que fut dinar.

La bergieriz fit a l ourier prieriz

D uncor ung col l ourajoz rebeinar.

Traduzione:

Vuole che andiamo, bella mietitrice / Vuole che andiamo ancora a mietere.

Se lei volesse, sarebbe la prima / Delle quattro o cinque che ho voglia di amare.

Io le darei un bel corpetto / Un pettine d’oro per ben dritto pettinarsi.

Quando saremmo lì dietro alla bica

Potremmo insieme rallegrarci.

Essa è contenta e se ne va dietro al fidanzato / “Le sarà necessario lavorare un po’”.

L’operaio ebbe fatto coll’aiuto dell’operaia / Il lavoro da fare prima dell’ora del pasto.

La pastorella fece preghiera all’operaio / Di ricominciare un’altra volta il lavoro.

Bibliografia sommaria

MARTIN Nicolas (1565), «Noelz et chansons nouvellement composez...», Lyon, Macé Bonhomme.

TRUCHET Florimond (1882), «Hystoire de la vie du glorieulx sainct Martin», Travaux de la Societé d’histoire et d’archéologie de la province de Maurienne 5 [consultable sur le site gallica.bnf.fr].

GUILLAUME Paul (1882), «Le langage des Alpes en 1548», Bulletin de la Société d’Etudes des Hautes-Alpes.

MEYER Paul (1909), Documents linguistiques du Midi de la France, Paris, Champion.

HIRSCH Ernst (1964), «Das Rechnungbuch der Konsuln von Sauze di Cesana», Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen 201.

CORNAGLIOTTI Anna (1975), «Il libro di conti della Confratria dello Spirito Santo di Savoulx (Valle di Susa) 1532-1588», Revue de linguistique romane 39.

MARTIN Ezio (1972), «Il codice Gouthier», La Valaddo, 1.

HIRSCH Ernst (1975), «Die Notariatsakten von Mentoules aus den Jahren 1532 und 1549 (codice Gouthier)», Zeitschrift für romanische Philologie 91.

CORNAGLIOTTI Anna (1979), «Tratti provenzali alpini dal Ms. Dd XV 33» della University Library di Cambridge, Zeitschrift für romanische Philologie 95.

MAURICE Charles (1981), «Un interessante documento dell’Archivio municipale di Oulx», Valados Usitanos 8.

BORGHI CEDRINI Luciana (1981), Cultura «provenzale» e cultura «valdese» nei Mettra Ceneche («Versi di Seneca») del ms. Dd XV 33 (Bibl. Univ. di Cambridge), Torino, Giappichelli.

BRONZAT Franc (1985), «Il Protocòl Orcel: un documento inedito in occitano alpino», Novel Temp 24-25.

MAURICE Charles (1987), Le capitaine La Cazette, 3 volumes, Saint-Paul-de-Vence, Bernard de Gournez.

LAFONT Robert (1987), «Quand l’identité devient énigme», Cahiers critiques du patrimoine 3.

MARTEL Philippe (1991), «L’écrit d’oc administratif dans la région alpine (XV-XV° siècles)», Actes de l’Université d’Été 1990, Nîmes, MARPOC.

MARTEL Philippe (2001), «L’occitan, le latin et le français du Moyen Age au XVe siècle», Dix siècles d’usages et d’images de l’occitan. Des Troubadours à l’Internet, Paris, L’Harmattan.

SIBILLE Jean (2003), La Passion de saint André, drame religieux de 1512 en occitan Briançonnais: édition critique, étude linguistique comparée, Thèse de l’Université de Lyon II [accessible sur le site http://theses.univ-lyon2.fr/documents/lyon2].

SIBILLE Jean (2004), «L’évolution des parlers occitans du Briançonnais, ou comment la diachronie se déploie dans l’espace», Cahiers de grammaire 29.

MARTIN Nicolas (2008), Noëls et chansons de Savoie... présentés et traduits par Gaston Tuaillon, Montmélian, La Fontaine de Siloë.

Français

Écrire l’occitan, le francoprovençal et le français au XVIème siècle entre Briançonnais et Maurienne : du théâtre religieux aux documents administratifs.

Scrivere l’occitano, il francoprovenzale e il francese nel XVI° secolo tra Briançonnais e Maurienne : dal teatro religioso ai documenti amministrativi.

De Saint-Donat à Oulx

Comme depuis déjà cinq siècles la Foire franche rassemble en cette année 2012 à Oulx hommes et femmes venus du Dauphiné, comme de Savoie, du Piémont ou de plus loin encore. Parmi les Dauphinois, à côté de ceux des anciens escartons de ce côté-ci des Monts : Oulx, Pragelat et Château-Dauphin, à côté de ceux arrivés en voisins de Briançon et du Queyras, a pris place une délégation venue du Dauphiné de la vallée du Rhône, de la commune française de Saint-Donat, dans le département de la Drôme, qui a signé avec la commune d’Oulx le 28 août 1988 une charte de jumelage.

Grâce à ce jumelage les deux dernières décennies ont vu reprendre des rapports très anciens que les gens d’Oulx et de Saint-Donat entretenaient malgré l’éloignement géographique et la diversité des terroirs et des climats. Le prieuré augustinien de Saint-Donat avait été placé vers 1100 sous la dépendance de la prévôté de Saint-Laurent d’Oulx, il constituait l’extrémité occidentale du chapelet d’églises sur lesquelles Oulx exerçait un pouvoir, depuis les environs de Briançon jusqu’à Grenoble, tout au long de la route à travers l’Oisans. Les chanoines circulaient d’une maison à l’autre : depuis Oulx pour les visites de contrôle de la vie du prieuré, comme depuis Saint-Donat dont les novices étaient tenus de séjourner une année à la prévôté de Saint Laurent avant d’accéder au chapitre.

Mais les liens survécurent à la suppression de la prévôté en 1748 et du prieuré à la Révolution : jusqu’à la loi Guizot de 1833 les écoles primaires des petits villages drômois étaient majoritairement tenues par des instituteurs du Briançonnais, et le plus souvent de la vallée d’Oulx. Ceux-ci partageaient leur année entre enseignement expatrié, de la Toussaint à Pâques, et leur retour au pays au moment des travaux agricoles d’été. Les écoliers du Saint-Donat d’alors apprenaient à compter, lire et écrire avec le maître Silvestre qui venait de Césane, ou le maître Cossul de Solomiac !

Enfin en 1945 les troupes françaises descendues dans la vallée de Suse au devant des forces alliées, dans la période qui a immédiatement suivi le 25 avril, comptaient une poignée de jeunes résistants de Saint-Donat, passés dans l’armée régulière après la libération de la Drôme et envoyés sur le front de Maurienne à partir de septembre 1944. Pendant quelques semaines ils furent cantonnés autour de Suse et dans toute la vallée d’Oulx, dans l’incertitude du statut futur de ces anciennes terres dauphinoises aux confins de deux états qui avaient commencé la guerre dans des camps opposés et dont les frontières allaient être retouchées. Ces soldats remirent alors leurs pas dans des traces dont ils ignoraient qu’elles avaient été familières aux compatriotes de leurs ancêtres.

Mon père en faisait partie, il apprécia son séjour à Chaumont, il me transmit ses remarques sur la ressemblance du parler occitan de Chaumont avec celui de Saint-Donat. Il tint à revenir régulièrement en famille dans la vallée de Suse pour des séjours de vacances d’été, et c’est à lui que je dois de m’être intéressé dès mon adolescence au passé de la vallée d’Oulx, notamment aux témoignages de son histoire linguistique.

Mes pensées pour les chers disparus vont aussi à quelques amis de la vallée d’Oulx que le jumelage m’a fait connaître : à Ernest Allois, d’Oulx, et à Gianfranco Joannas, d’Exilles, pour leur attachement à la langue et à la culture de leur pays, à Mario Bonaria pour ses études historiques. Et je salue aussi les personnes ici présentes, parmi lesquelles j’ai le plaisir de voir aussi des visages amis, qui oeuvrent dans les vallées du Briançonnais historique, notamment par leurs écrits, pour la valorisation de l’occitan.

Aux origines de la Foire franche d’Oulx

Le cadre historique de la naissance de la Foire franche est bien connu. Pour compenser les dommages provoqués à partir de septembre 1494 par les allées et venues des troupes royales, flanquées de milliers de mercenaires étrangers et d’aventuriers, engagées dans les guerres d’Italie, Charles VIII octroie à la communauté d’Oulx la création d’une foire qui se tiendra le 15 septembre pendant six jours.

Or cette nouvelle foire empiète sur la période où se tient à Briançon, et depuis le XIIIe siècle, une grande foire annuelle de bétail et de marchandises. Celle-ci commence pour la Nativité Notre-Dame, le 8 septembre, mais elle peut durer jusqu’à 15 jours, bien au delà des trois premiers jours traditionnellement réservés à la foire ovine de fin d’été, au retour des alpages, qui en est à l’origine.

Les consuls de Briançon observent d’un très mauvais oeil la naissance d’une foire qui détournera de leur ville une part de son activité commerciale et des acheteurs piémontais. Ils réagissent en envoyant une délégation auprès des magistrats du parlement de Grenoble et du roi Charles VIII. Celui-ci, de retour de sa campagne d’Italie, s’arrête successivement à Grenoble et à Lyon entre octobre 1495 et février 1496. L’un des délégués rédige de Grenoble, probablement le 10 décembre 1495, un compte-rendu à l’intention des consuls où il détaille le déroulement de leur mission de plusieurs semaines. La minute de sa longue lettre était conservée dans les archives communales de Briançon, où elle a été découverte par l’archiviste Paul Meyer qui l’a éditée en 1909. En voici le début.

Mes[ieurs] los sandics, nos nos recomandan a vous. Sachàs que nos [s]em saus, Diou marcé ; plasso li que ausi sio de vous.

Et vous fassen asaber dels affars que avem agú tant a Grenoble quome a Lion, et primieroment touchant lo fach de la fierra de Oux que ero ben necessari de y venir, quar seux de Oulx solicitavan fort de enterinar lour rescript tochant la d. fierra. Et dejà avian introduit alcuns dals segnours et d’autres. Nonremens, quant fossen aribas a Grenoble, nos van retirar dever mesieurs lo general et tresorier, los advertent de la materia, losquals agueron plaser per so que eran vengus a Grenoble. Et puis après en van parlar a seux d’Oulx que eran tres : Anthoni Brasso, Vincen Vassen et Loys Terciam, et leur van donar d’entendre que nous feran partio contro ellos, dont foron ben esbeys et mal contemps, et fesson compareyser nostre procurour en la causa, … et nos diseron que nos compareysessan en la causo, et que après non dobtessan pas de la causa, quar ellos y tengueran la main, talloment que jamays non agueran la d. farro...

Le texte ci-dessus, comme les extraits donnés en annexe, reproduisent fidèlement l’édition originale, à l’exception de quelques voyelles accentuées (marcé, sachàs, agú) qui indiquent dans notre version la place de la syllabe tonique, et, dans d’autres extraits, de la séparation des mots (la cort > l’acort) et de l’introduction ponctuelle de la lettre j à la place de i lorsque celui-ci représente une consonne (la chario > la charjo). L’annexe propose une traduction française littérale du texte ci-dessus.

Du point de vue de l’histoire de la Foire franche d’Oulx, le contenu de la lettre du député de Briançon nous révèle seulement que l’optimisme rassurant des magistrats du parlement de Grenoble a été déçu par les faits, car Oulx a bien eu la foire que le roi lui avait accordée. Mais l’information historique majeure de cette lettre réside dans sa forme même, car il s’agit d’un précieux témoignage sur la langue usuelle parlée en Briançonnais à la fin du XVe siècle, l’occitan, et sur la façon dont les Briançonnais l’écrivaient.

L’occitan, usage oral et pratique écrite

En Briançonnais aux alentours de 1500 la langue commune, celle que tout le monde parle et emploie dans la vie quotidienne, est l’occitan, comme en Savoie le francoprovençal. Les langues écrites, dans les rapports avec le pouvoir, avec l’administration et la justice, sont alors le latin puis le français qui va le remplacer au XVIe siècle. Mais aucune de ces deux langues officielles ne peut être qualifiée de langue maternelle des Briançonnais, même si le français est sans doute déjà celle de quelques fonctionnaires, marchands ou soldats.

Cette répartition des langues, cette séparation des usages entre les champs, la rue, la maison, la boutique qui parlent occitan ou francoprovençal, et les clercs qui écrivent le latin et le français, l’historien du Dauphiné et de la Savoie les imagine à partir de la situation d’autres époques mais il peine à les percevoir et à les exposer à travers les sources de son travail, massivement latines puis françaises. Quelques documents qui ébrèchent chacun de ces blocs monolingues de l’écrit conservé, apparaissent pourtant au début du XVIe siècle, comme profitant de la faille que constitue le passage d’un bloc à l’autre. Ils sont rares, souvent brefs et d’autant précieux.

La recherche et l’édition des documents anciens en occitan alpin du Briançonnais

L’ancienneté de son écriture pose fortement une langue en dignité. Aussi l’inventaire, l’étude et l’édition des textes occitans anciens dans les Alpes sont d’abord à situer par rapport aux mouvements de promotion de la langue et de la culture occitane modernes, aussi bien hier là, avec la renaissance impulsée en France par Mistral, qu’aujourd’hui ici, dans le cadre de l’actuelle politique de tutelle des minorités linguistiques historiques d’Italie.

Dans les Hautes-Alpes l’archiviste départemental Paul Guillaume (Vars 1842-Gap 1914) qui découvre, édite et diffuse entre 1881 et 1909 cinq des huit pièces conservées du théâtre religieux alpin en occitan, est aussi le créateur à Gap en 1881 de l’Escolo de la Mountagno. Cet organe alpin du Félibrige accueille en 1886 Mistral pour la réunion annuelle de la Santo Estello. Guillaume enrichit son édition de l’Histoire de saint Antoine en 1884 d’une analyse philologique écrite par le félibre drômois Louis Moutier (1831-1903).

Celui-ci a fondé à Valence en 1879 l’Escolo dóufinalo dóu Felibrige, il sera l’auteur d’une bibliographie de l’écrit dauphinois en occitan et en francoprovençal (Bibliographie des dialectes dauphinois, 1885) puis l’inventeur d’une graphie moderne de l’occitan (Orthographe des dialectes de la Drôme, 1886) largement inspirée par sa lecture des textes médiévaux. La réflexion orthographique du dauphinois Moutier devance celles du limousin Roux et des languedociens Perbosc et Estiu, les précurseurs de la graphie moderne de l’occitan.

Enfin le grand archiviste et romaniste parisien Paul Meyer (1840-1917), éditeur en 1909 de textes anciens du Briançonnais, est en relation avec Mistral dès 1862. La documentation occitane alpine ancienne fraîchement rassemblée est rapidement mise au service de l’activité du Félibrige, et elle nourrira encore puissamment au siècle suivant l’activité du félibre alpin Paul Pons (Digne 1910-Gap 2003), majoral après la seconde Santo Estello de Gap en 1956, puis capoulié de 1989 à 1992.

Sur l’autre versant du Briançonnais les textes occitans anciens resteront longtemps encore dans l’ombre des fonds d’archives. Les premiers ne seront publiés qu’un siècle plus tard, à partir des années 1970, par des philologues de Turin (Anna Cornagliotti, Luciana Borghi Cedrini) et allemand (Ernst Hirsch), et dans des revues et des éditions universitaires spécialisées. En parallèle, éditions et périodiques locaux révèlent à un public des Vallées un peu plus large les trouvailles d’érudits, parfois seulement partiellement éditées (Ezio Martin, Charles Maurice, Franc Bronzat).

Il faut attendre les décennies toutes récentes pour trouver les premières études qui analysent en détail l’ensemble de l’écrit occitan du Briançonnais au tournant du XVIe siècle. Leurs conclusions éclairent l’évolution de l’occitan local ancien, comme l’histoire de la pratique et de la représentation de ses formes écrites. Ces études proviennent pour l’instant exclusivement des milieux universitaires français et s’inscrivent dans l’activité occitaniste de leurs auteurs, Philippe Martel et Jean Sibille.

L’occitan d’hier et les occitans d’aujourd’hui, de la diachronie à la diatopie

On aimerait pouvoir dire, ici à Oulx dont la prévôté de Saint Laurent a si longtemps constitué un véritable pôle intellectuel des anciens escartons, que l’exhumation progressive de l’écrit occitan ancien, enfin échappé des archives, sa mise en circulation et la connaissance profonde que l’on en a aujourd’hui, a finalement contribué à l’acculturation des Briançonnais qui s’intéressent à l’occitan dans les Vallées. Les conditions n’étaient sans doute pas encore remplies pour cela, probablement parce que priorité a été donnée à la sauvegarde, ou à la récupération, d’une parole vivante, dans toute la richesse et la variabilité qu’elle présente encore dans les Vallées.

Une conscience identitaire occitane est désormais créée, qui dépasse le cadre du village et de la vallée. La fréquentation et la compréhension des formes occitanes écrites anciennes, parce qu’elles ont été élaborées, pratiquées, transmises pendant des siècles de façon autonome, hors de toute référence aux habitudes graphiques des langues voisines, italien et français, peuvent permettre de bâtir un pont pour relier la langue d’aujourd’hui à la langue d’hier, mais aussi pour passer d’une variété locale d’occitan d’aujourd’hui à une autre variété locale d’occitan d’aujourd’hui, d’une vallée à l’autre, comme d’un côté à l’autre des Alpes.

C’est ce point de vue qui justifie de profiter de cette journée des minorités linguistiques de la province de Turin pour présenter un rapide panorama de l’écrit ancien en occitan et, même si très marginalement, en francoprovençal.

Le français s’impose comme langue officielle en peu de temps

Autour de 1500 le Briançonnais, comme toute l’Europe, change. L’intégration administrative du Dauphiné, notamment fiscale, à la France se complète : l’ancienne principauté souveraine, simplement unie au royaume en 1349, en devient une province. Un clergé catholique nombreux et bien formé a réduit au XVe siècle les progrès de l’hérésie vaudoise, mais il va bientôt connaître le choc de la Réforme dont l’imprimerie contribuera à diffuser les idées. Les guerres d’Italie commencent, elles vont transformer le Dauphiné en véritable base militaire de départ : le col du Montgenèvre, aménagé en 1494 pour faciliter le passage des canons de l’armée royale, va ainsi voir se succéder jusqu’en 1559 un trafic d’hommes, malheureusement souvent des troupes à héberger, et de marchandises entre France et Italie comme il n’en avait jamais connu.

Quelques dates permettent d’éclairer les changements profonds qui en découlent pour les pratiques linguistiques écrites en Briançonnais.

Le premier document écrit en français conservé dans les archives briançonnaises, en Vallouise, daterait de 1481, mais à peine plus d’un demi-siècle après une ordonnance de François Ier, édictée à Villers-Cotterêts en août 1539, impose le français comme seule langue officielle pour l’administration, la justice, le notariat.

Art. 111. De prononcer et expedier tous actes en langaige françoys. Et pour ce que telles choses sont souventes foys advenues sur l’intelligence des motz latins contenuz es dictz arretz. Nous voulons que doresenavant tous arretz ensemble toutes aultres procedeures, soient de nous cours souveraines ou aultres subalternes et inferieures, soient de registres, enquestes, contractz, commisions, sentences, testamens et aultres quelzconques actes et exploictz de justice ou qui en dependent, soient prononcez, enregistrez et delivrez aux parties en langage maternel francoys et non aultrement.

Le parlement de Grenoble refusa de la prendre en considération car le roi ne s’y était pas qualifié de dauphin de Viennois, et ce n’est donc qu’en 1541 par l’ordonnance d’Abbeville que le français devint langue officielle en Dauphiné : en seulement 60 ans l’écrit administratif du Briançonnais a complètement basculé du latin au français.

Même sans édits royaux, les Vaudois des vallées voisines avaient déjà cessé d’utiliser l’occitan dès leur adhésion à la Réforme calviniste en 1532. Les derniers écrits dans la forme codifiée d’occitan, distincte des formes orales qu’ils pratiquaient, qui leur avait servi longtemps de langue de culture propre, sont ceux de Georges Morel, rendant compte de sa visite aux réformateurs en 1530.

L’occitan autour de Briançon : écrits privés et langue littéraire de l’oralité

Les archives de Briançon conservaient un billet de 1432 correspondant à des fournitures d’armement engagées pour le châtelain de Briançon, cette cédule a été éditée par Meyer. C’est le plus ancien texte occitan briançonnais.

Il s’agit d’une pièce justificative, un simple feuillet qui présente un journal de dépenses, restée annexée à la documentation comptable plus officielle rédigée en latin. Dans d’autres villes dauphinoises, Grenoble, Valence, Romans, dont les archives communales du XVe siècle ont été bien conservées, ce genre de pièces comptables rédigées dans la langue quotidienne pour garder trace des frais soutenus par un notable sur décision du consulat n’est pas rare. Il est probable que les aléas de conservation des archives communales de cette période en Briançonnais suffisent à expliquer le caractère exceptionnel du document de Briançon.

La lettre de 1495 du délégué du consulat de Briançon que nous avons déjà signalée est de même nature, il s’agit d’une correspondance qui n’a pas initialement vocation à être archivée, ni à être transmise à la justice ou à un organe de contrôle extérieur.

La majeure partie de la documentation en occitan ancien du Briançonnais est constituée par le texte théâtral.

S’échelonnant entre la fin du XVe siècle et 1531, les textes de huit « histoires de saints » (c’est ainsi qu’on désigne alors en Briançonnais les pièces d’inspiration religieuse que l’usage français nomme « mystères »), rédigés pour être représentés autour de Briançon, constituent un corpus écrit exceptionnel, notamment par son volume et la variété du matériau lexical et morphologique qu’ils offrent. Ainsi le texte de l’histoire de saint Antoine copiée à Névache en 1503 compte 3965 vers, couvrant 122 folios.

L’auteur, ou l’adaptateur, du texte ou le scribe qui le transcrit sont probablement issus du clergé local, ils connaissent le latin et peut-être le français mais l’usage de l’occitan s’impose pour des dialogues qui seront récités par les villageois des paroisses où les « histoires » sont mises en scène, et écoutées par la population locale.

Les mystères briançonnais en occitan sont le sujet de la communication de Franc Bronzat à laquelle on se reportera avec profit, en particulier pour la bibliographie.

Le même souci d’être entendu justifie l’emploi de l’occitan pour le texte des monitoires, ces injonctions ecclésiastiques à dénoncer des faits répréhensibles, lus par le curé pendant la messe. Les archives de Puy-Saint-André conservent un monitoire en occitan de 1548 contre les auteurs de coupes de bois clandestines, et la réponse du curé (GUILLAUME 1882, p. 213-214).

L’occitan dans le Briançonnais d’outre-Monts : documents privés du Cluson, comptabilité de l’escarton d’Oulx

Sur le versant oriental des Alpes pas de document en occitan du XVe siècle, mais cela peut s’expliquer par la rareté des archives civiles de cette période.

Il faut pourtant mentionner, même si c’est hors du Dauphiné, l’ouvrage imprimé en 1492 à Turin chez Benedetti et Suigo intitulé Compendion de lo abaco. Il s’agit d’un ouvrage de mathématique rédigé en occitan par Francés Pelós, citadan de Nisa. Son existence témoigne de la présence à proximité des Vallées d’ouvrages destinés à circuler dans la bourgeoisie marchande qui étaient aussi des modèles d’écriture de l’occitan commun.

Le plus ancien manuscrit conservé qui ait été rédigé en occitan commun dans le Briançonnais d’outre-monts est déposé loin du lieu de sa composition, à la bibliothèque universitaire de Cambridge. Il fait partie de ce groupe de manuscrits sauvegardés par Samuel Morland, plénipotentiaire d’Olivier Cromwell, envoyé à la cour de Turin après les sanglantes « Pâques piémontaises » qui ont frappé les Vaudois en 1655.

La zone de rédaction est la vallée du Cluson, vers Fenestrelles, le manuscrit comporte des datations explicites : 1519, 1522. Son contenu est hétérogène, le manuscrit rassemble des sources de plusieurs mains et est majoritairement rédigé en latin.

Il contient cependant des passages en occitan : des notes de grammaire latine rédigées en latin dans lesquelles figurent une traduction de listes de verbes latins en italien, en français ou en occitan, deux paragraphes probablement copiés d’un traité d’arithmétique en occitan étranger au Briançonnais, et un recueil d’une centaine de sentences morales rimées, intitulé en latin Mettra Ceneche. Ce recueil pourrait être une adaptation locale d’une des versions occitanes plus anciennes du Libre de Seneca ou Lo Savi . Le manuscrit a bénéficié de deux éditions (CORNAGLIOTTI 1979, BORGHI CEDRINI 1981) qui se complètent ou se superposent, sans que les deux lectures coïncident toujours.

L’intérêt du document réside dans le regard qu’il nous offre sur l’usage domestique que les scribes font de l’occitan, leur langue maternelle, soit pour éclairer à leur seul usage le sens de mots latins dans l’apprentissage de la grammaire de cette langue, soit pour leur permettre de garder trace de lectures d’autres textes, probablement écrits dans une variété d’occitan de l’autre côté des Alpes, qui sont parfois adaptés au parler et aux habitudes graphiques personnelles, italianisantes, de chaque scribe.

Un groupe de manuscrits, légèrement postérieurs, montre que l’occitan a été employé dans des documents de comptabilité privée, voire aussi publique dans de petites communes, vers 1530.

Deux séries relativement continues à Savoulx et Sauze de Césane, indiquent cependant que vers 1550 les rédacteurs abandonnent l’occitan et utilisent une langue assez conforme aux règles du français, même si encore imprégnée marginalement d’occitan. La disparition de l’écriture de l’occitan suit donc de peu les édits de Villers-Cotterêts/Abbeville imposant le français comme langue écrite officielle.

Les pièces en occitan de Savoulx et d’Oulx des années 1530-1540 constituent des exemples de documentation purement privée, comptes des prieurs de la confrérie du Saint Esprit de Savoulx ou journal de dépenses d’un délégué des consuls à Oulx. Mais ces deux comptes sont par nature destinés à être lus par d’autres personnes que leur rédacteur, pour l’un les autres prieurs et pour l’autre les consuls : leur langue représente donc une forme d’occitan écrit qui échappe à l’arbitraire du scribe. Elle doit correspondre à une norme linguistique et graphique en usage à cette époque en Briançonnais dans les milieux même modestement instruits. Le mode de transmission de cette norme commune, certainement enseignée à côté de celle du latin ou du français, n’est pas connu.

Les comptes consulaires de Sauze de Césane sont l’unique exemple qui nous soit parvenu de comptes publics rédigés en occitan et non en latin ou français.

Il faut regretter que deux des documents de cette catégorie soient aujourd’hui perdus : les comptes consulaires de Sauze de Césane dans l’incendie de 1962, et le livre de la confrérie de Savoulx, récemment soustrait frauduleusement aux archives paroissiales qui l’avaient conservé intact pendant près de cinq siècles !

Une autre attestation de cet occitan écrit commun du XVIe siècle est fournie par la toponymie occitane des cadastres communaux anciens. C’est une source marginale, mais importante compte-tenu de l’exiguïté de la documentation conservée.

Le cadastre d’Oulx de 1540 en est un exemple. L’exploitation exhaustive des relevés présents sur ce type de documents serait d’un grand intérêt à la fois pour étudier l’évolution des formes toponymiques locales et pour asseoir localement la légitimité des formes graphiques modernes qui se réfèrent aux principes de l’écriture commune des plus anciens documents en occitan en Briançonnais.

Une dernière série de documents provient de l’activité de notaires de la vallée du Cluson.

L’occitan des notaires de la vallée du Cluson : Blanc, Clapier et Orcel

Le « manuscrit Gouthier » tire son nom de la famille propriétaire de la maison abandonnée du village du Vilaret, dans la commune de Roure, d’où il provient. Il contient deux actes notariés en occitan de la première moitié du XVIe siècle destinés aux archives communales de Mentoulles.

Le premier acte, rédigé le 2 avril 1532 à Mentoulles par Johannet Blanc, notaire delphinal, était au moment de son invention en 1972 le plus ancien document public officiel rédigé, au moins partiellement, en occitan, encore conservé dans les Vallées. Le protocole du notaire Orcel, qui passe du latin à l’occitan le 6 novembre 1531, le devance désormais de quelques mois.

Les « ordonnances » rédigées par le notaire Blanc règlementent la mouture des grains et l’introduction de bétail dans la commune. Elles sont écrites dans un français farci de phrases occitanes, elles ont, peu après leur rédaction, été proclamées sur la place publique de Mentoulles. Le texte s’apparente donc, parce qu’écrit mais destiné à être lu publiquement pour être entendu et compris par une population occitanophone, au monitoire de 1548 conservé à Puy-Saint-André.

Le second acte du manuscrit Gouthier est daté de 1549 et a été rédigé par le notaire Clapier. Il recueille 19 ordonnances communales qui concernent l’usage des forêts. Il est écrit dans un occitan pur, sauf la formule finale précédant la signature du notaire qui est en français (la formule initiale de l’acte manque). Ces ordonnances de 1549 ont aussi été proclamées publiquement à Mentoulles. Il s’agit du plus récent document officiel rédigé en occitan dans les Vallées, mais il est à peine postérieur aux édits de Villers-Cotterêts/Abbeville.

Le « protocole Orcel » est le document majeur actuellement connu en occitan ancien non littéraire du Briançonnais. Il recueille l’activité très variée (testaments, mandats, actes de vente, procurations, quittances, …) d’un notaire de la vallée du Cluson pendant l’année 1531.

Le notaire Orcel cesse brutalement d’utiliser le latin à partir du 6 novembre 1531. Jusqu’au 13 décembre 1531, date du dernier acte du protocole, les actes sont alors enregistrés dans la langue même du notaire et des contractants.  La partie occitane du protocole est exceptionnelle à la fois par sa longueur, 34 feuillets, par son statut de document officiel, par la fluidité du texte des actes qui évite la répétition aride et la pauvreté lexicale et grammaticale des documents comptables ou des ordonnances, et donc surtout parce qu’il révèle la langue vivante de la communauté qui le produit.

Il est donc particulièrement regrettable que près de 30 ans après sa découverte, l’édition annoncée par son découvreur n’ait pas vu le jour. Elle devrait constituer une priorité pour la connaissance et la valorisation de l’occitan dans la province de Turin.

La présence d’occitan dans les archives de trois notaires de la vallée du Cluson peut laisser espérer qu’un inventaire exhaustif des fonds notariaux pour les décennies 1530-1550 donnerait lieu à d’autres découvertes intéressantes. Il permettrait au moins de dater précisément l’abandon du latin par les notaires des escartons d’outre-monts.

La graphie commune de l’occitan briançonnais au XVIe siècle

Le XVIe siècle marque une rupture dans la tradition d’écriture de l’occitan, que les textes briançonnais reflètent. En particulier les habitudes de l’orthographe du français contaminent des notations médiévales occitanes fragilisées par la dérive phonétique avant de les faire disparaître.

A l’époque des troubadours et des premières chartes, les scribes occitans notent par la lettre o le o ouvert de rosa comme le o fermé de trobador. L’articulation de ce dernier se déplace au fil des siècles vers /u/ mais la graphie ne change pas. Le français distingue les deux phonèmes à partir de 1500 en écrivant o et ou (rose et troubadour), mais la graphie moderne de l’occitan ajoute seulement un accent grave pour indiquer le o ouvert (ròsa et trobador). D’autre part vers la même époque l’articulation de -a final atone est modifiée, elle passe dans certaines régions à /o/, voire même à /u/, mais la graphie moderne de l’occitan ne note pas cette évolution.

L’évolution phonétique de l’occitan et le poids de la référence aux usages d’écriture du français expliquent que coexistent dans les textes des notations conformes à la norme traditionnelle (una fuvela, fora, donar, tronar, ajoar-se, fornel, nos), des formes mixtes (fogagno, Troncheo, honours) et des formes écrites à la française (fourt, touto, pouyà).

La graphie ancienne de l’occitan emploie la lettre h pour marquer les palatalisations consonantiques : chabra, vinha, filha. Les textes briançonnais utilisent les graphies occitanes ch, lh mais préfèrent gn à nh : fogagno. On trouve aussi des formes hybrides ill, gl et ngn.

Les consonnes finales sont encore conservées, et la distinction de nombre est marquée par la lettre -s. Le pluriel des substantifs féminins anciennement terminés par -a, est ainsi régulièrement -as : feas, bestias chabrinas, en face des formes en -o du singulier : mesuro, chartro, parsello.

Écrire le francoprovençal au XVIe siècle en Maurienne

La richesse du théâtre religieux autour de Briançon vers 1500 est liée à l’activité pastorale dans un diocèse surveillé par l’Église car puissamment travaillé par l’hérésie vaudoise et la prédication des barbes. Sa langue est naturellement celle des villageois, l’occitan.

En Maurienne et en vallée de Suse, les représentations sacrées sont plus tardives, de 1542 à 1609. Elles ont un caractère différent : elles sont l’expression d’un voeu des communautés épargnées par les épidémie de peste. Les textes conservés sont en français, cette langue est considérée comme une langue d’apparat et donc jugée plus digne d’exprimer au saint protecteur la reconnaissance des fidèles. Mais le public, et les acteurs, doivent aussi se divertir, et certaines pièces introduisent des personnages de farce.

Ainsi l’ « Histoyre du glorieux saint Martin », représentée à Saint-Martin-La-Porte en Maurienne en 1565 comprend deux personnages grotesques, Badin « le simplet » et un fou, sans rapport avec l’histoire du saint. Badin accueille les spectateurs, les invite à revenir le lendemain à la fin de la première des deux journées. Le Fol assure des pauses comiques.

Deux petits rôles sur 74 personnages, pour une soixantaine de vers sur 5000 au total, mais qui parlent franco-provençal  !

Il est singulier que ces apparitions marginales de la langue populaire, pour nous précieuses car des attestations écrites du francoprovençal ancien de Maurienne, nous révèlent en fait que l’auteur du texte tenait cette langue en piètre estime. Une langue juste bonne à tourner dans la bouche des simples d’esprit.

Pourtant juste dix ans auparavant paraissait à Lyon, le premier ouvrage imprimé en francoprovençal les « Noelz et chansons nouvellement composez tant en vulgaire françois que savoysien dict patoys » dont l’auteur, Nicolas Martin, vivait à Saint-Jean-de-Maurienne à peu de distance du lieu de représentation de l’ « Histoyre ». Il s’agit d’un recueil qui mêle pour la partie en francoprovençal compositions d’inspiration religieuse, des noëls et un cantique contre les protestants, et chansons légères.

Nicolas Martin avait justement aussi reçu commande en 1565, au moment d’une épidémie de peste qui frappait Saint-Jean depuis l’automne précédent, d’un mystère de la Passion. Celui-ci aurait-il laissé une part meilleure au Mauriennais que l’auteur de l’ « Hystoire du glorieux saint Martin » ? Son texte, s’il en a commencé la rédaction, n’a pas été conservé, et c’est une autre Passion qui sera représentée à Saint-Jean en 1573, un an après la mort de Martin.

Nicolas Martin, comme le scribe de l’ « Histoyre », utilise souvent -z final derrière a, i, o, u pour noter le caractère atone de la syllabe, comme il est encore usuel de le voir en Savoie pour les noms de lieux et de personnes (La Clusaz, Servoz, …). Il s’agit d’un signe et non d’une lettre prononcée.

Cette graphie est apparue dès le XIIe siècle, son maintien quatre siècles plus tard révèle que le francoprovençal, comme l’occitan, se conforme au XVIe siècle à une tradition d’écriture ancienne régulièrement transmise, qui ne peut s’expliquer sans supposer qu’existait une forme d’enseignement de l’écriture du francoprovençal dispensée à côté de celle du latin.

Conclusions

La promenade dans les traces que les langues maternelles des montagnards du Briançonnais et de Maurienne ont laissées dans les documents écrits durant le siècle qui a suivi la création de la Foire franche se poursuit en annexe où sont présentés des extraits de chaque document cité précédemment.

Cet aperçu se veut une invitation à ce qu’une anthologie plus complète voie le jour, qui soit accompagnée de la reproduction partielle des manuscrits originaux. C’est aussi un appel à rechercher si des reproductions ou des copies des manuscrits disparus ou conservés dans des archives privées existent.

En Briançonnais et en Maurienne l’occitan et le francoprovençal sont des langues écrites au XVIe siècle, les principes de la graphie de l’occitan sont connus dans les milieux alphabétisés et probablement transmis même dans de petites écoles.

La période favorable à l’éclosion d’un écrit occitan public en Briançonnais est brève : la langue officielle se sécularise en échappant au latin au moment même où la langue du royaume de France s’impose. Tout est joué entre 1530 et 1550 environ. L’occitan se révèle ainsi davantage comme langue d’écriture privée, comptable, et plus tôt comme support d’oralité dans le théâtre religieux autour de Briançon.

Mais peut-on vraiment conclure à partir des rares documents archivés que l’occitan n’a pas été plus largement écrit ?

L’histoire des textes vaudois des vallées voisines du Briançonnais nous montre combien notre regard peut être tributaire du hasard de la conservation. Sans l’intérêt du monde protestant du XVIIe siècle pour leurs prédécesseurs vaudois, qui a permis la sauvegarde de leurs manuscrits à l’étranger, en Suisse, en Irlande, au Royaume-Uni, bien peu aurait été sauvé de ce très riche fonds occitan ancien dont rien ne subsiste aujourd’hui dans les vallées qui l’ont produit.

Lettre aux syndics de Briançon – 1495

Localisation du document : l’éditeur ne fournit pas la cote du document, probablement conservé aux archives communales de Briançon

Description : 2 feuillets.

Édition : MEYER 1909, p. 427-428.

Traduction française :

Messieurs les syndics, nous nous recommandons à vous. Sachez que nous sommes saufs, Dieu merci. Qu’il Lui plaise qu’il en soit aussi de vous.

Et nous vous faisons savoir à propos des affaires que nous avons eues tant à Grenoble comme à Lyon, et premièrement concernant le fait de la foire d’Oulx qu’il était bien nécessaire de venir ici, car ceux d’Oulx sollicitaient fortement pour faire entériner leur récrit concernant la dite foire. Et déjà ils s’étaient rapprochés de certains seigneurs et d’autres. Aussitôt quand nous fûmes arrivés à Grenoble, nous nous adressâmes à messieurs le [procureur] général et le trésorier, les informant de la matière, lesquels eurent plaisir parce que nous étions venus à Grenoble. Et puis après ils [les deux magistrats du parlement] en parlèrent à ceux d’Oulx qui étaient trois : Antoine Brasse, Vincent Vassen et Louis Tercian, et ils leur donnèrent à entendre que nous aurions fait cause contre eux, ce dont ils [ceux d’Oulx] furent bien étonnés et mécontents et ils [les magistrats] firent comparaître notre procureur pour la cause et ils nous dirent que nous intervenions dans la cause, et après que nous ne doutions pas de [l’issue] de la cause, car ils tiendraient la main, tellement que jamais ils [ceux d’Oulx] n’auraient la dite foire.

Remarques sur la langue :

En morphologie verbale, à côté des formes de prétérit simple des verbes « être », « faire » : fossem, foron, fesson (« nous fûmes », « ils furent », « nous fîmes »), apparaissent des formes périphrastiques van retirar, van parlar (« nous retirâmes », « ils parlèrent ») composées du verbe anar conjugué à l’indicatif présent et de l’infinitif du verbe.

Le prétérit n’est plus en usage aujourd’hui en Briançonnais, il a été remplacé par le passé composé. Les formes périphrastiques du prétérit sont conservées dans l’occitan de Guardia Piemontese, elles existent aussi en catalan.

Cédule des sommes dues pour armures, Briançon - 1432

Localisation du document : archives communales de Briançon, anciennement sac 32 ; cote actuelle inconnue.

Description : 1 feuillet.

Édition : MEYER 1909, p. 424-425.

Item prumierament per enborar una cella de tot, e una falça cropiera e uns gandelés e uns bracellet, butant fuellas e coreas / Item plus a Daniel Galian per unas cuiraças / Plus … de cuer a facz un carcays / Item plus a Jame Carlon per adobar uns gandelet / Item plus a Piere Annon a un paveis una coreo / Item plus a Daniel Galian una fuvela / Item plus a Bertomiou Aulanier per uns avant braz

Traduction française :

De même premièrement pour rembourrer une selle complète, et une fausse croupière et des gantelets et un brassard, en y mettant des feuilles [métalliques] et des courroies / Et en plus à Daniel Gallian pour des cuirasses / Et du cuir pour faire un carquois / De même en plus pour réparer un gantelet / De même en plus à un pavois une courroie / De même en plus … une boucle / De même plu... pour un avant-bras.

Remarque sur la graphie :

La finale des mots féminins fait alterner -a/-o au singulier et -as au pluriel.

Manuscrit Dd XV 33 de Cambridge – 1519 et 1522

Localisation : Bibliothèque Universitaire de Cambridge, cote Dd XV 33

Description : registre papier de 98 feuillets, 8 x 9 cm.

Édition : CORNAGLIOTTI 1979, BORGHI CEDRINI 1981.

Aver besong / denear / donar luoc / donar consegl / aver chaut / ploure elosear / tronar / cheire neou/ brusar / conflar / annar vio / segnorear / chaminar /exssubliar / ajoar-se / alegrar-se / segre / reveglar-se / saglir fora / esquiglar.

faut que nombres de 3 en 3 letras, nombre per nombre, dezenas per dezenas, milho per milho.

Chacum jorn ensegno ton figl / Tas figlas gardo de perigl.

Mais non vic a reire tournar / lou bon temps qui lou laisso passar.

De malo erbo nais malo fueglo / qui mal semeno mal recuegl.

Traduction :

manquer de / refuser / céder (la place) / délibérer / être chauffé / pleuvoir / faire des éclairs / tonner / neiger/ brûler / gonfler / partir / dominer

marcher / oublier / s’aider / exulter/ suivre / se réveiller/ sortir / glisser.

Il faut lire les nombres 3 lettres par 3 lettres, unité par unité, dizaines par dizaines, milliers par milliers.

Chaque jour apprends à ton fils / Tes filles garde du péril.

Jamais il ne vit revenir / Le bon temps celui qui le laisse passer.

D’une mauvais herbe naît une mauvaise feuille / qui mal sème mal recueille.

Remarques sur la langue :

Le rédacteur de la grammaire latine place le pronom après un verbe pronominal, « à l’italienne » : reveglar-se.

Remarques sur la graphie :

La palatalisation des consonnes est notée, « à l’italienne », par l’adjonction de la lettre g, aussi bien dans le cas de n, ce qui est général en Briançonnais au XVIe siècle, qu’aussi pour l : gn/ng (besong, segnorear) et gl (fueglo, perigl).

Livre de compte de la confrérie du Saint Esprit de Savoulx 1532-1588

Localisation : anciennement à Savoulx dans les archives paroissiales ; porté comme disparu de ce fonds, actuellement déposé aux archives diocésaines de Suse, lors de l’inventaire de 2002.

Description : plus de 120 feuillets, 12x31 cm

Édition : CORNAGLIOTTI 1975 (édition partielle : ni la partie initiale du manuscrit, rédigée en latin, ni sa partie finale, rédigée en français, n’ont été éditées).

Le livre recueille la liste des redevances annuelles (las sensas) des bienfaiteurs, en nature (froment, sel, vin, charn de puorc, lart, farino, bla), les acquisitions et ventes de propriétés de la confrérie, le nom des quatre prieurs (pryors, priors) désignés chaque année pour la Pentecôte (Pandequto) et, surtout, une série assez complète des comptes annuels (contiou) qui commence en 1532.

La langue des comptes se francise nettement pendant la décennie 1550.

(f° 17)

Glaudiou Suspiso, fils de Guilelme Suspisio dal Meyers deou uno somà de vin p[er] an a la frerio dal Sanct Sperit payar a vendemas a la grant mesuro dous setiers, come costo p[er] las mans de m[eystre] Just.

(f° 29)

Lo parselo de lo freiriho de so que nos haven recobrà de l’an myl VcXXXjj et a touto jor dal meis quant ero Pandequto.

Et prumyeroment quant nos van rendre notre qunt, quompayre Piero deviho p[er] resto de l’argent de lo freyriho que li ero remas en las mans...

Compayre Piero Parandyer ha requobrà de Michel Nodo p[er] rexto d’uno somà de vin lo qualo deviio ...

(f° 31 - 32)

La parsello dal pahià p[er] la freiriho...

Hyo hai pahià p[er] lo chartro dal preis fait dal fornel de lo freiriho ha meitre Piero Halbert.

Hyo Franseis Faure hay pahià p[er] uno leore que nos van donar ha meytre Justeti quar al sasiho p[er] nos

Traduction :

Les cens : Claude Sulpice, fils de Guillaume Sulpice des Meyers, doit une « saumée » [nom d’une mesure de volume, correspondant à la charge d’une bête de somme] de vin par an à la confrérie du Saint Esprit, à payer aux vendanges, à la grande mesure de deux sétiers, ainsi que noté par la main de maître Just [Blanc ? ]

La parcelle de la confrérie de ce que j’ai recouvré l’an 1532 et le mois de Pentecôte.

Et premièrement quand nous rendîmes notre compte [de l’année précédente], compère Pierre devait comme reste de l’argent de la confrérie qui lui était resté entre les mains...

Compère Pierre Parandier a recouvré de Michel Nodo comme reste d’une saumée de vin qu’il devait.

La parcelle du payé [de la dépense] pour la confrérie

Moi j’ai payé pour [rédiger] la charte du devis du four de la confrérie à maître Pierre Albert.

Moi François Faure j’ai payé pour un lièvre que nous donnâmes à maître Justeti car il faisait saisie pour nous.

Remarques sur la langue :

Au XVIe siècle l’occitan d’Oulx connaît, comme celui Briançon en 1495, des formes de parfait périphrastique (van rendre, van donar) aujourd’hui disparues.

Remarques sur la graphie :

Les prieurs étant renouvelés annuellement, le livre de la confrérie est tenu par des mains très variées.

On constate assez fréquemment la permutation des lettres du digraphe français ou : ou alterne avec uo (deou/deuo pour « il doit »). On peut y voir l’incertitude du scribe sur la place à donner à la lettre u : le digraphe français commence seulement à se substituer à l’usage occitan traditionnel de o simple. La forme deo se retrouve d’ailleurs aussi sous la plume du même rédacteur.

Parcelle de dépenses d’Antoine Béraud, compte de l’escarton d’Oulx - 1545

Localisation : archives communales d’Oulx ; autrefois sac III ; cote moderne inconnue.

Description : cahier de quatre feuillets de 11 cm x 31 cm.

Edition : MAURICE 1981 p.62-65 et MAURICE 1987, volume 3 p. 25-27.

Il s’agit d’une pièce annexée à la comptabilité officielle.

Item ay paya le segont viage que lay soy annà, de que soy ità deytorbà de ung sac et papiers dals cosses de Bardonecho, de que mestre Johan Arllaut se ero obligà et matriculà a mestre Johan Duport, et le dit Duport ero obligà a grafé et n a ité faché per l acort, de que le dit proquror n a fet pluzers vacations, de que ay acordà XVIII g[ros].

Item plus ay payà per ung sac loqual avio ytà perdú et n a ventà achatar ung autre.

I g[ros]

Traduction de l’éditeur :

De même j’ai payé la seconde fois que j’y suis allé [à Grenoble], de ce que j’étais chargé d’un sac et de papiers des consuls de Bardonnèche, dont maître Jean Arlaud s’était obligé et matriculé à maître Jean Duport, et ledict Duport était obligé au greffe, et n’a pas été fâché par l’accord [et le dit procureur en a fait plusieurs vacations, et j’étais d’accord pour].

De même j’ai payé pour un sac, qui avait été perdu, et il a fallu en acheter un autre.

Remarque sur la langue :

viage « fois », a ventà « il a fallu »

Le texte occitan est parfois tiré vers le français : ero obligà a grafé et n’a ité faché.

Comptes consulaires de Sauze de Césane - vers 1544

Localisation : disparu dans l’incendie du village le 14 juillet 1962.

Description : registre de plusieurs cahiers de quatre à huit feuillets, 11x 22 cm.

Édition : extrait de quelques lignes sur les 8 feuillets du compte de 1562 dans MAURICE 1987, volume 3 p. 50 ; fragments non datés, mais vers 1545, dans HIRSCH 1964.

Charles Maurice a consulté ces comptes vers 1930, alors que la commune du Sauze était incorporée à celle de Césane. Il signale que dans la période 1544-1583 couverte par le registre : « les comptes [qui couvrent 4 à 8 feuillets] sont tenus en un patois plus ou moins francisé pendant les années 1544 à 1564 inclus, sauf l’année 1556 qui est en français ainsi que ceux postérieurs à 1565. Les comptes de 1557 et 1558 manquent ». L’extrait du compte de 1562 qu’il édite présente déjà une langue très francisée de peu d’intérêt.

Les précisions sur le contenu du document (salaires des consuls, location de l’étable de l’école, …) attestent qu’il s’agit de la comptabilité officielle et non de pièces annexes.

Ernst Hirsch décrit le même registre qui couvre selon lui la période 1544-1574, et note que les seuls treize premiers feuillets ne sont pas rédigés en français. Il publie une simple liste de mots occitans glanés dans le registre, donc probablement dans les trois premières années de la série, soit 1544-1546, dont voici l’essentiel.

uno saumo de vin... las chandellas... p[er] lou conh dals alpages... uno charjo de vin... p[er] lo ytable... p[er] la quitans fayto... dal beal... per invernalho... per lou port de la sivà portà a la Peyrous... per lou fit de l’alp... per lou sallario dal sandic.

Traduction française :

la charge de vin... les chandelles... pour le coin ( ?) des alpages... une charge de vin... pour l’étable [de l’école]... pour la quittance faite... du canal... pour l’hivernage ( ?)... pour le transport de l’avoine portée à La Pérouse... pour le loyer de l’alpage... pour le salaire du consul.

Cadastre d’Oulx - 1540

Localisation : archives communales d’Oulx, document retrouvé en 2008 et donc non coté dans l’inventaire de 2000.

Description : registre papier, reliure en mauvais état.

La liste des biens d’un propriétaire est en français, mais les noms de quartiers et les éléments de repérage des confronts sont généralement en occitan. Noms de lieux et noms de personnes permettent de dégager les principaux traits phonétiques et les usages graphiques de l’occitan d’Oulx au XVIe siècle.

Ce type de document rédigé en français « farci » d’occitan est le symétrique des chartes médiévales, beaucoup plus anciennes, rédigées en latin « farci » de toponymes en occitan. Ainsi dans la charte LXXVI du cartulaire de la prévoté d’Oulx (COLLINO 1908), datée du début du XIIe siècle : « pratum de Solellabou ».

En peyre rousso / en peyro rousso / en coste rouyo / en la malatiero - en mallofosso basse / le fort de mallefosse / au pomier seu pisso roet / l’ermen comu[n] / en broe longe / en las pellozieras / las chosas / en la volpelhiere / en champ Roulh / en pra velh / al conilh / le chemin a solhel leva[n]t / jehanne chareugno / la fogagno / al clot dal fourt - al deyrochour - le beal corsier / al maynez / au pie du bleto[n] / en la pouyà / doyre de bardoneyche / bardonescho / la confrarie du s. esperit / en dess[us] la eiglise / le mur du cyminteyre / du monestier d’ Oulx.

Remarque sur la langue et la graphie :

Le mélange de formes écrites à -o et -e finals (peyre rousso / peyro rousso, mallofosso / mallefosse) est-elle une simple contamination graphique du français, ou indique-t-elle la précocité de la neutralisation de la voyelle atone finale ?

La nasale finale étymologique de ermen « terre inculte » survit en vallée d’Oulx dans le seul parler de Chaumont, elle est attestée au XVIe siècle dans le protocole Orcel.

Manuscrit Gouthier - 1532 et 1549

Localisation : anciennement archives communales de Mentoulles  ; actuellement dans un fonds inconnu, probablement privé.

Description : 14 feuillets 15 x 22 cm ; l’original est accompagné d’une copie notariée du XVIIIe siècle, le manuscrit comprend également des ordonnances de 1515 rédigées en latin (MARTIN 1972).

Acte Blanc : 2 feuillets ; acte Clapier : 12 feuillets

Édition : HIRSCH 1975

Le manuscrit a été d’abord signalé et décrit par Ezio Martin (MARTIN 1972).

Notaire Blanc, 1532

...Item hont ordené les homes dessus nommés que denguno persono de quelque estat ou condition que soyt non hayo a adure ni conduyre ou far conduyre de deforo le dict lieu et università de Mantolles dengun bestiam bovin ne lanu ne chabru oultro se qu el pourré huverner de son foin ...

Notaire Clapier, 1549

Item an ordenà lousdits hommes, que denguno persono de quung eytat ny condition qu ello sio ni quung que non auze ny presumo tenir ny condure ou aultrement en quno fasson que sio metre alcunas bestias menuas, tant feas agneoux moltons que alcunas aultras bestias chabrinas, que chasque an de tres bestias en seus, exectà leur nurim de chabr[as] et bestias chabrinas, al devés de Eychuchet et de las Agulhas comme son las confinas desingnàs als premieras ord[enan]s[as] acomensant a l intrà dal mes de abril dequy al chavon dal mes de may, et hoc sub pena seu banno de doux florins mon[eyo] de tailho per chasque tropel et per chasque viage appliquàs comme dessus.

Traduction (Clapier) :

De même ont ordonné les dits hommes, qu’aucune personne de quelque état ni condition qu’elle soit ou non, n’ose ni présume tenir, conduire ou autrement de quelque façon mettre, des bêtes menues, tant brebis, agneaux, moutons qu’autres bêtes caprines, chaque année au delà de trois bêtes, excepté leurs chevreaux non sevrés, dans la réserve de Eychuchet et des Aiguilles, comme leurs limites sont indiquées aux premières ordonnances, depuis le début du mois d’avril jusqu’au bout du mois de mai, et ceci sous peine ou amende de deux florins de monnaie de taille pour chaque troupeau et chaque fois, appliqué comme ci-dessus.

Protocole Orcel - 1531

Localisation : Archives nationales de Turin ; « Sezione di Corte » carton 25, chemise 1, province de Pignerol, Vallée de Pragelat

Description : registre papier relié, 13x18 ; texte en occitan du folio 138 au folio 171

Édition : le document découvert par Bronzat en 1984, décrit l’année suivante (BRONZAT 1985) n’est pas malheureusement pas encore édité en 2012. A tous sio notori et manifest que Piero Bergogn filh sanreyre de Johan dal Bovils en la Val de Scaynt Martin tant a son nom propri coma al nom de Mario sa molher absent et coma present la quallo el promet de far rettifiar per si et sous heritiers, dono, baylo et chango per vio de change a Guilhelme et Thomà Passet frayres fils sanreyre de Michel de la Troncheo de Prajellà eysí present, stipulans al nom d’ellos et de Johano et Mario lours molhers, et per ellos et lous heritiers, tous dreys et acions reals et personals, bens mobles et imobles qualque il sian, scituàs en la perrocho de Prajellà, pras, terras, domifficamens et autres bens, ambe tous charcs et honours et toutas pertinentias a aver, tenir etc resalvant tout moble de ferre, haram et acier et vint et tres albres prenent sobre tous sous devés.

Traduction :

A tous soit notoire et manifeste que Pierre Bergoin autrefois fils de [fils de défunt] Jean du Bovil en la Val Saint Martin tant en son nom propre comme au nom de Marie son épouse absente et comme présente, laquelle il promet de faire ratifier, pour lui et ses héritiers, donne, remet et échange par voie d’échange à Guillaume et Thomas Passet, frères autrefois fils de Michel de la Tronchée de Pragelat ici présent, stipulant en leur nom et pour Jeanne et Marie leurs épouses, et pour eux et leurs héritiers, tous droits et actions réelles et personnelles, biens meubles et immeubles quels qu’ils soient, situés en la paroisse de Pragelat, prés, terres, et autres biens, avec toutes charges et honneurs et tout ce qui en dépend pour avoir, tenir, ... sauf tout meuble en fer, cuivre et acier et vingt-trois arbres à prendre sur toutes ses réserves.

Histoyre de la vie du glorieux saint Martin, Maurienne - 1565

Localisation : archives paroissiales de Saint-Martin-La-Porte

Édition : TRUCHET 1882

Badin :

Bona dies et bona noez / O fo et u sajoz avoez. / Sey vos prestà le oreilliez / Vos m orrey contà de merveilliez.

Jey suy venù du fon d Espagnyz / Ou j ez una gran campagnyz. / Pleina de noiratez petitez / Le qualez porten noez confitez.

Poez cheminan un po ply lez / J ez viu un riu gro come ung lez. / U qua on peschet dey rizollez / de gro jambon et de laniolez.

Golliard golliard vos vos lechie / Et ja vos voudrià demarchie. / En allà migie vostron so / Gardà voz ou, voz sarey fo.

...

Jez un po coeta d allà beyre / Jea pasmoz de la mala sey. / Sa mon parlà ne volie creyre / Y ney m en chault, alla o vey.

Traduction :

Bonjour et bonne nuit / Aux fous et aux sages aussi. / Si vous prêtez les oreilles / Vous m’entendrez conter des merveilles.

Je suis venu du fond d’Espagne / Où j’ai une grande campagne. / Plantée de jeunes noyers / Lesquels portent des noix confites.

Puis cheminant un peu plus loin / J’ai vu un ruisseau gros comme un lac. / Auquel on péchait des rissoles / De gros jambons et des « agnoles » [ravioles ?].

Gourmand, gourmand vous vous pourléchez / Et déjà vous voudriez démarcher. / En aller manger votre saoul / Gardez-vous-en vous seriez fous.

J’ai un peu hâte d’aller boire / Je me pâme de la mauvaise soif. / Si mon discours vous ne voulez croire / Cela m’est égal, allez-y voir.

Noelz et chansons,
Maurienne - 1565

Description : livre imprimé à Lyon en 1555 ; une copie de l’édition de 1556 peut être consultée sur gallica.bnf.fr

Édition : MARTIN 2008 - p. 75-76

Se voz vollie voz sarey la premieriz

Vollie no allar tan bellaz meyssonieriz.

Se voz vollie voz sarey la premieriz

De quatru ou sinq que je volleir d amar.

Vollie no allar, tan bellaz meyssonieriz.

Vollie no allar uncoraz meyssonar

Je voz darey unaz bellas gorgeiriz

Ung penuz d o per adreit vos penar.

Quand noz sarin le detrier la gerbieriz.

No noz porrin ensembluz druginar.

Contentaz fut et hu gallan vet dieriz

Ey voz fudraz un po bin affanar.

L ourier ut fet a l eydaz de l ourieriz

L ouraz a fare devan que fut dinar.

La bergieriz fit a l ourier prieriz

D uncor ung col l ourajoz rebeinar.

Traduction :

Voulez-vous que nous allions, si belle moissonneuse. / Voulez-vous que nous allions encore moissonner.

Si vous vouliez vous seriez la première / De quatre ou cinq que j’ai vouloir d’aimer.

Je vous donnerai un beau corsage / Un peigne d’or pour bien droit vous peigner.

Quand nous serons là derrière le gerbier / Nous nous pourrons ensemble réjouir.

Elle est contente et au galant elle va derrière / « Il vous faudra un peu bien travailler ».

L’ouvrier eut fait à l’aide de l’ouvrière / Le travail à faire avant l’heure du repas.

La bergère fit à l’ouvrier prière / D’encore une fois l’ouvrage recommencer.

Bibliographie sommaire

MARTIN Nicolas (1565), « Noelz et chansons nouvellement composez ... », Lyon, Macé Bonhomme.

TRUCHET Florimond (1882), « Hystoire de la vie du glorieulx sainct Martin », Travaux de la Societé d’histoire et d’archéologie de la province de Maurienne 5 [consultable sur le site gallica.bnf.fr].

GUILLAUME Paul (1882), « Le langage des Alpes en 1548 », Bulletin de la Société d’Etudes des Hautes-Alpes.

MEYER Paul (1909), Documents linguistiques du Midi de la France, Paris, Champion.

HIRSCH Ernst (1964), « Das Rechnungbuch der Konsuln von Sauze di Cesana », Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen 201.

CORNAGLIOTTI Anna (1975), « Il libro di conti della « Confratria dello Spirito Santo » di Savoulx (Valle di Susa) 1532-1588 », Revue de linguistique romane 39.

MARTIN Ezio (1972), « Il codice Gouthier » , La Valaddo, 1.

HIRSCH Ernst (1975), « Die Notariatsakten von Mentoules aus den Jahren 1532 und 1549 (codice Gouthier) », Zeitschrift für romanische Philologie 91.

CORNAGLIOTTI Anna (1979), « Tratti provenzali alpini dal Ms. Dd XV 33 della University Library di Cambridge, Zeitschrift für romanische Philologie 95.

MAURICE Charles (1981), « Un interessante documento dell’Archivio municipale di Oulx », Valados Usitanos 8.

BORGHI CEDRINI Luciana (1981), Cultura « provenzale » e cultura « valdese » nei Mettra Ceneche (« Versi di Seneca ») del ms. Dd XV 33 (Bibl. Univ. di Cambridge), Torino, Giappichelli.

BRONZAT Franc (1985), « Il « Protocòl Orcel » : un documento inedito in occitano alpino », Novel Temp 24-25.

MAURICE Charles (1987), Le capitaine La Cazette, 3 volumes, Saint-Paul-de-Vence, Bernard de Gournez.

LAFONT Robert (1987), « Quand l’identité devient énigme », Cahiers critiques du patrimoine 3.

MARTEL Philippe (1991), « L’écrit d’oc administratif dans la région alpine (XV-XV° siècles) », Actes de l’Université d’Été 1990, Nîmes, MARPOC.

MARTEL Philippe (2001), « L’occitan, le latin et le français du Moyen Age au XVe siècle », Dix siècles d’usages et d’images de l’occitan. Des Troubadours à l’Internet, Paris, L’Harmattan.

SIBILLE Jean (2003), La Passion de saint André, drame religieux de 1512 en occitan briançonnais : édition critique, étude linguistique comparée, Thèse de l’Université de Lyon II [accessible sur le site http ://theses.univ-lyon2.fr/documents/lyon2].

SIBILLE Jean (2004), « L’évolution des parlers occitans du Briançonnais, ou comment la diachronie se déploie dans l’espace », Cahiers de grammaire 29.

MARTIN Nicolas (2008), Noels et chansons de Savoie … présentés et traduits par Gaston Tuaillon, Montmélian, La Fontaine de Siloë.