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Lingue madri e sacre rappresentazioni

Franco Bronzat - Atti del Convegno

Franco Bronzat - Actes de la Conférence

Le sacre rappresentazioni dell’area occitana alpina in lingua d’oc e loro vestigia nella tradizione orale delle Valli.

Franco Bronzat - Atti del Convegno
italiano

Il tema proposto è sicuramente ricco di stimoli. Il teatro da sempre ha permesso di mettere in scena la fantasia degli autori e stimolare gli attori in ruoli diversi da quelli della quotidianità.

Sappiamo comunque che già nell’antichità i ruoli teatrali erano ricoperti da veri attori professionisti che seguivano dei testi ben precisi, basti pensare alle tragedie del mondo greco romano.

Non sono comunque un esperto di teatro e chi tra il pubblico lo è, non me ne voglia.

Nel periodo medioevale sicuramente il teatro faceva parte del vivere sociale ma i testi, per quando mi è dato sapere, sono in genere, di argomento religioso. Venivano messe in scena delle opere edificanti legate soprattutto alla vita del Cristo, in genere alla Passione che veniva rappresentata nella settimana santa, alla vita dei santi anche se vi era la possibilità di alleggerire i testi e far divertire il pubblico con figure poco edificanti come demoni, ladroni.

In un’esposizione legata al teatro il lingua occitana e in particolare a quello di area alpina, si rischia di dare un semplice elenco di testi ritrovati, cosa che comunque farò, anche per ricordarne i titoli e la località di ritrovamento.

Verso il 1972, l’amico e scrittore provenzale Peire Pessamessa mi fece conoscere un testo (all’epoca non sospettavo neppure dell’esistenza di questi documenti) con l’intento di trascriverlo in grafia normalizzata per una eventuale pubblicazione; purtroppo non se ne fece nulla e credo che il testo a cui mettemmo mano sia ancora in suo possesso.

Secondo Roque-Ferrier (1881), già direttore della Revue de Langues Romanes di Montpellier, il teatro meridionale (cioè in lingua occitana) fu assai vivace tra il XIV secolo e il XVI secolo, e questo in base alle menzioni di numerose rappresentazioni che vennero fatte ad Arles, Avignone, Montpellier ma anche nei piccoli villaggi e che contribuirono sicuramente a generalizzare il gusto per le esibizioni sceniche.

Il teatro in lingua d’òc aveva comunque dei seri fondamenti tant’è che ne veniva addirittura curata la parte tecnica scenografica.

Infatti nel 1977 il Prof. Alessandro Vitale-Brovarone annunziò il ritrovamento presso la Biblioteca Nazionale di Torino, di un manoscritto che in seguito venne proposto al pubblico in un volume dal titolo: Il quaderno di Segreti d’un regista provenzale del Medioevo. Note per la messa in scena d’una Passione.

Il testo pervenuto ci da delle precise indicazioni di come deve svolgersi la rappresentazione che avveniva su più palchi in legno divisi da cortine, da quinte che dividevano i vari luoghi ove veniva rappresentata la Passione. Il testo ci da inoltre delle chiare indicazioni di come dovevano essere fatte le varie finzioni scenografiche che oggi chiameremmo con il termine di effetti sonori e visivi.

Le ferite venivano fatte applicando sulle gambe dei ladroni o sul colpo inferto con la lancia, un pezzo di carta o di stoffa colorata. In altri casi “quando Pietro taglia l’orecchio a Malco si ha...una copiosa perdita di sangue. In questo caso Malco deve portare una maschera intera... con un’orecchia finta applicata con cera fusa; la cera... serve a sigillare una vescica piena di sangue tenuta tra testa e maschera; l’orecchia è attaccata non troppo saldamente tal che no tengua pas guaire”.

Alcuni effetti sia sonori che visivi venivano realizzati grazie a vere e proprie macchine. Il trattato parla di una macchina a funzionamento idraulico per poter simulare l’acqua emessa dal costato di Cristo o altri marchingegni per poter far volare gli angeli - funi e carrucole – o per fare rotolare la pietra che chiude il sepolcro di Cristo. Per simulare il terremoto alla morte di Gesù si fanno rotolare delle pietre che rimbombano sul “chafaud1” sul quale avviene la rappresentazione.

Insomma questo regista medioevale ci da un esempio di come venivano realizzati i vari effetti che dovevano inoltre stupire un pubblico sicuramente non avvezzo a queste interpretazioni così realistiche.

Questo per dire quanto fosse curata una sacra rappresentazione medioevale che rappresentava per una comunità l’unico momento di svago in un anno di duro lavoro. Sicuramente queste rappresentazioni dovevano coinvolgere tutta la comunità come avviene ancora oggi in quei momenti di festa comunitaria che ancora sono presenti in molte località e non solamente alpine occitane.

Basti pensare alle varie Baìe che sopravvivono nelle valli occitane, quella di San Peire, di Bellino, di Frassino, di Villar d’Acceglio, nel Bussulin di Crissolo, in alcuni carnevali come quello di Mompantero o in quelli di Champlas o du Layet. Tutti i partecipanti sono attori dalle innegabili doti artistiche. Non c’è copione ma sanno immedesimarsi nel loro ruolo con maestria e sagacia. Alcune figure devono interpretare veri ruoli da protagonisti nei momenti principali della rappresentazione: il tesurìe “tesoriere”, il giudice, il segretario e che dire poi di quella figura enigmatica del Carnevale di Acceglio detta del tramolaire il quale in tutto il tempo del processo al Carnevale non fa altro che rabbrividire e tremare? Altri personaggi rappresentati dalla figura infernale dell’arlecchino possono molestare il pubblico ma anche dire e leggere manifesti dove i difetti della comunità vengono messi in piazza come l’arlecchino del Bal dal Sabre di Fenestrelle, poi stretto in cerchio di spade e ucciso. In altre comunità come a San Front in val Po, esiste la possibilità in alcuni momenti di festa di poter dire quello che si vuole facendo un salto sul carro e di li far conoscere i segreti della comunità, forse non tutti ma quelli più piccanti sicuramente.

Ritorniamo al teatro in lingua occitana, oggi sicuramente conosciuto per i Noëls che venivano e vengono ancora oggi rappresentati nel periodo natalizio, ricchi di musica e di canti dei quali fu maestro Nicolas Sabòli2. Ma Sabòli visse nel XVII secolo e le sue opere datano dal 1669 mentre il materiale raccolto nelle valli alpine e in particolare nella valle della Durance rimonta invece agli inizi del XVI secolo.

Secondo A. Jeanroy(1894), “parmi les divers genres littéraires qu’a produits au moyen-âge la France méridionale, et dont aucun n’a été épargné par le temps, nul n’a plus souffert que la poésie dramatique”: del XIII secolo ci sono giunti non più di 22 versi; del XIV secolo sono conosciute tre pièces, tutte incomplete, per un totale di circa un migliaio di versi3. Sempre Jeanroy scrive che i secoli posteriori sono meglio rappresentati: un gruppo di misteri definiti rouergats, cioè della regione occitana del Roergat e dei misteri alpini.

Il celebre linguista P. Meyer al riguardo, nel suo volume Documents Linguistiques du Midi de la France (1909), nel capitolo dedicato alle Hautes Alpes (p. 421 e segg.) scrisse: “La région des Hautes Alpes serait, au point de vue littéraire, une terre stérile, si on n’avait découvert entre 1865 et 1880, dans les archives municipales de certaines communes du canton de Briançon, cinq mystères qui furent composés et représentés dans les dernières années du XVe siècle et les premières du XVIe. La langue de ces mystères n’est pas uniforme, parce qu’ils ne sont pas exactement de la même époque et qu’ils sont d’auteurs différents. Mais les différences ne sont pas considérables. Les uns et les autres furent composés par des ecclésiastiques qui, ayant une certaine connaissance du français, écrivaient une langue assez mélangée”.

Si tratta di cinque misteri religiosi, di San Antonio de Viennois4, di San Pietro e di San Paolo, di San Pons, di San Eustachio pubblicati a cura dell’Abate P. Guillaume tra il 1883 e il 1888 e quello di San Andrea pubblicato dall’Abate Fazy nel 1883.

Il mistero di Sant Eustachio e forse quello più antico poiché venne rappresentato al Puy St. Andrée, villaggio nelle vicinanze di Briançon, nel 1504. È pensabile fosse stato scritto in Provenza ma fu sicuramente rimaneggiato linguisticamente per le esigenze locali. 2850 versi in un occitano alpino ancora scevro di francesismi e di una ricchezza lessicale straordinaria.

Sant Andrea è di ben 2760 versi. L’autore di questo testo è quasi sicuramente il cappellano Marcelin Richard che lo scrive nel 1512 e fu sicuramente rappresentato il 20 aprile di quell’anno sempre al Puy St. Andrée.

Una preziosa nota sui misteri brianzonesi fu scritta da Paul Guillaume in occasione della pubblicazione nel 1884 del Mistero di Sant Antonio nella quale ricorda il lavoro di Petit de Julleville secondo il quale il repertorio in lingua d’oc è praticamente perso e che forse non fu mai abbondante.

Ho esaminato con interesse i testi di queste sacre rappresentazioni ma non ho scorto particolari influssi del francese. È probabile che questi eruditi locali conoscessero la lingua francese ma l’influsso sulla lingua parlata in quell’area doveva essere ancora debole. L’editto di Villers Cotterets sarà promulgato solamente nel 1539 e non sarà messo in pratica che negli anni seguenti.

Sicuramente riflettono la parlata di questo settore dell’area occitana alpina cosi come i coevi testi amministrativi delle Valli del Chisone e della valle di Oulx a differenza dei coevi testi valdesi che presentano una lingua dall’abbigliamento grafico arcaicizzante e codificato come ho messo in rilievo in un mio studio sul rapporto tra la “Lingua valdese” e le parlate moderne delle valli Valdesi. (Bronzat 2005).

Lo stesso P. Giullaume nello studio dedicato a Sant Anthoni, pag. XX, scrive come in questo documento siano presenti innumerevoli termini, ancora in uso in quelle aree ma non più presenti nel resto del dipartimento delle Hautes Alpes.

Nel 1927 venne pubblicato da Louis Royer un altro mistero ritrovato presso la Biblioteca del castello di Uriage: “Les Rameaux, mystere du XVI siècle en dialecte embrunais”.

Questo mistero sarebbe stato scritto nel 1529 da un sacerdote che si firma Fabry e tratta di un episodio della vita di Gesù anteriore alla passione: l’entrata in Gerusalemme e il titolo originale in occitano è Lou mysteri des Rampans. Inizia con un personaggio, lo messagier che così inizia il proprio dire: Au nom de Diou onipotent/qui a fach cel, terro et firmament/Payre, Filh et Sant Esperit, tres persones en ung Diou infinit/et en uno soullo divyno essencio…

Il testo presenta delle interessanti forme oggi scomparse nella parlata di Embrun ma ancora presenti in alta val Maira. Si tratta della presenza di c parassita alla prima persona dei verbi: conoysouc, demandavouc, pensouc, veouc. Lo stesso fenomeno è presente in alta val Chisone ma solamente dopo un dittongo. Anche in Val Varaita possiamo trovare c parassita ma esclusivamente alla prima persona dei verbi in frasi interrogative del tipo: vauc-u? < vauc iu ci devo (forse) andare ?5

Anche questo testo non mi pare francesizzato anzi sono presenti molti termini oggi scomparsi dalle parlate come “arma” anima, “perilh” pericolo.

Jean Sibille cita in base all’opera di J. Chocheyras, Le théatre religieux en Dauphiné du Moyen Age au XVIII siècle, altre sacre rappresentazioni fatte a Briançon (1479 e 1551) conosciute grazie ad alcuni documenti che le citano: la Passion du Christ ; Histoire de la Cananeenne/ Histoire de la Samaritaine/ Histoire de la Femme Adultere/ Invention de la Sainte Croix (1479).

Cita inoltre l’Histoire de la Translation de Saint Martin il cui manoscritto è stato ritrovato a Saint-Martin-de-Queyrière e oggetto di una tesi di laurea, l’Histoire de Saint Barthelemy di La Salle, la Passion de Saint Jacques di Chantemerle di cui ci sono pervenuti alcuni frammenti.

Il testo del mistero di Sant André è stato attentamente esaminato dal punto di vista linguistico da J. Sibille il quale ha messo soprattutto l’accento sulle persistenti tracce dell’antica declinazione della lingua occitana presente pure nel testo della passione di Sant Antonio.

È possibile che qualche frammento di testo di queste antiche sacre rappresentazioni sia sopravvissuto nella tradizione orale delle valli?

Ci è giunto qualche testo teatrale come il Nové dell’Argentera, ritrovato nell’archivio parrocchiale di questo comune dell’alta valle di Stura, villaggio che confina con l’alta Ubaie, pubblicato da A.M. Riberi (1930) con altro materiale in occitano attribuito al XVI secolo.

Jes vengu na gazeta

Totoura de nouvel,

Jes vengu n’ange dau ciel,

dis che na vergineta

na fa n’enfan che teta,

io pa ren de plu bel

...

Pastours de l’Argentiero

Caloun d’en aut en bas,

portoun fourmage gras

dedin la formagièro

per far la presentièro

au bon Gesù ch’es nas.

Un altro frammento di nové proviene da Pont in alta Val Varaita dove veniva cantato la notte di Natale ed è conosciuto con il titolo di Oreson (Ouresùn). Fu comunicato nel 1906 dal segretario Comunale Chafrè Bernard al prof. G. Ferraro, che lo pubblicò in grafia italiana.

Chità, fillières, vostre fus,

E me fasè pa a chel refus,

De m’escutar

E mi entendre a parlar

D’uno bono nuvelo,

D’uno Vièrgio piusèlo

Adiu sià - nus sen anèn,

E fasè che tut áne ben.

Suvenè vus un autre jur de nus

E fasè nus la grassio

De vèire vostro fassio

Questo Novè fu ripreso da S. Arneodo e fu rappresentato il 4 gennaio 1981a Santa Lucia de la Comba‘scura con il titolo Lou noël de la Chanal.

La rivista Valados Usitanos, n. 11, 1982, ha pubblicato la versione contenuta nel quaderno compilato da Pierre Genssanne nel 1793 e fatto da un certo Jan Chafrè Vasseròt di Chanal. Era cantato durante la messa di mezzanotte di Natale; pare che l’ultimo cantore sia stato quel Chafrè Bernard, che aveva donato il testo al prof. Ferraro.

Sempre dalla val Varaita, da Chianale ci è giunto questo testo, senza titolo:

Pater noster de Dinial

Tuche i ange von chantàr,

chanto, chanto, roso fiour,

es nissu noste Segnour

Es nissu dedin Betlém

Entre l’ase, entre lou buòu,

su de paio e su de fen

i on fissa nòste Bambin.

Moun Gesù, Gesù e Mario,

a vous dounou tou mon cor

a vous dounou l’amo mio.

Qui lou sa e qui lou di

Diou li dounou lou Paradis,

qui lou sa e qui lou chanta

Diou li dounou la glòrio santo

Era pure diffuso il tema religioso legato alla Passione che sicuramente veniva rappresentato come questo frammento proveniente a Pont Bernard nell’alta Val Stura:

Santo Marìo Madalèno

Aviho prouva na gran pèno

E en gran doulour

Per la passioun e la mouòrt

De Nouòstre Segnour.

Nouòstre Segnour es mouòrt

Ma degun retrobo soun corp.

I’a n’ange dins la toumbo

Que touto viòudo reboumbo…

Sempre in Val Varaita alla borgata Gleisa di Pontechianale venivano ricordati questi versi, sicuramente parte di una recita della Passione:

Degun pol pas s’ou crèire

Cha que tuche anoun ou veire

Lou Boundiou desù la crous

Qu’es mort ren que pre nous

Pre que tou nòsti pechas

Pouguèsoun èse rachatas

Lou Boundiou qu’a crià:

Paire m’aveuccou quità ?

Pre far lou devis dai Paire

Ai ven de muere pechaire

Qu’a l’avio vourgù perdounà

Qui l’avio ton persecutà.

Piourà tùche vièis e minas

So qu’a vous dizou es verità,

stremalo pa vòstro pèno

coure ‘ntè lou cor vous meno,

quità lou trent e l’abialoùiro

redisa lou gral e la resdouiro

charchà lou chamin pu desgajà

pr’i èse dron qu’i l’àioun depouzà

prenè mantèl e carmagnolo

retrousà sai gounelòt la chamizolo

iou vous ai di so qu’es aribà

decò lou sentenier ou a declarà.

Nel 1983 il parroco di Casteldelfino Don Mario Vincenti, raccolse dalla Signora Margherita Philip il seguente testo orale dal titolo Santo Dinho. Alcuni termini sono oscuri, dovuti a possibili errori dovuti ad un testo orale tramandato da generazioni.

Santo Dinho n’ouverato qu’l’ero ton na belo ourazioun / Qui la di de boun cor e de bouno devouzioun / Vint la dizion, trento l’escoutarion / Tres journ dron la mort / Nosto Dono i-è dounario soun boun confort / Ve-isi l’enfant pechit / Noste senhour Jesù Crist / I l’on pià- lou sus en sere, / i l’on ton batù ton fragelà / soun sonc n’en piouvio sa cheire maire lou pourtavo / e non lou reconissio, i-on vist n’espartiment / i-on vist a scurzir lou temp: / “Maire de Mario rendeme moun fi, / mort ou viou, coumo se sio...

Per ora non sono riemersi altri documenti legati al teatro religioso o non dell’area occitana.

Recentemente è stato ritrovato dal saluzzese Prof. Marco Piccat un manoscritto nella parlata di Limone del Gelindo, dramma sacro natalizio di tradizione essenzialmente piemontese, anzi monferrina.

Questo testo è conservato presso la Biblioteca civica di Cuneo ed “è l’unico a mostrare un testo completamente redatto in dialetto: non sono dunque solo gli appartenenti alla famiglia di Gelindo o al mondo dei pastori a presentare i tipici interventi del colloquiare dialettale, che dà il tono della rappresentazione popolare, ma l’intera Sacra Famiglia e gli esseri angelici che variamente fanno la loro comparsa, ne fanno costantemente ed esclusivamente uso”.

Piccat ci dà parecchie indicazioni circa la sopravvivenza del rito natalizio dell’adorazione dei pastori conservata sino a non molti anni fa in molti paesi delle Alpi Marittime come a Pradleves, a Vinadio, Bersezio, Valloriate, Moiola.

Il testo di Limone ci fornisce, l’unico testo scritto (per ora ritrovato) in una parlata occitano alpina di epoca ottocentesca (1806) relativamente alle nostre Valli, redatto in una grafia che anticipa quella variamente utilizzata nelle valli in un epoca recente dove si alternano regole grafiche italiche e francesi.

Ne riporto un breve brano iniziale:

Zusep: O la mia bella freeamea, mi ha’m rincrascç ‘d varvou inscé stanca ! La gha zzà dountrai zourn ch’zzaminan ‘nt ina stagioun inscé cruja pr lou giass, e pr la ‘nvera… Nouszignour nous azzutaré.

Bibliografia

Franco Bronzat, Lingua “valdese” e occitano alpino: parentele morfo-fonetiche e lessicali, Bollettino della Società di Studi Valdesi, n. 197, dicembre 2005.

F. Bronzat, 1961-2011 50 ans de Literatura e non dins las Valadas Occitanas, Fusta Editore, Chambra d’Oc, 2011.

Albino Caffaro, Pineroliensia ossia Vita Pinerolese Specialmente negli Ultimi due secoli del Medio-Evo, Pinerolo 1906.

G. Ferraro, Per le auspicatissime nozze del Signor Enrico Bonanno colla Signorina Rosina Pitrè Questi fiori selvaggi raccolti a Casteldelfino offre augurando ogni bene G. Ferraro legato a G. Pitrè da 37 anni di salda amicizia, p. 9, 1906 (?).

A. Jeanroy, Observations sur le Théàtre Meridional du XV e siècle, Romania, XXIII, 1894.

Euclide Milano, Le Ultime Reliquie del Dramma Sacro in Piemonte, Archivio per lo Studio delle Tradizioni popolari, vol. XXII, fasc. IV, 1903 (1905).

P. G. (?), Compte-Rendu Bibliographique, Buletin S.S. Hautes Alpes, 1883.

M. Piccat, Varia tradizione del Gelindo Piemontese, in Atti del IV Rëscontr Antërnassional dë studi an sla lenga e la literatura piemontèisa, Alba 9-10 magg 1987, pp. 83-95.

M. Piccat, Per la tradizione del “Gelindo” in Piemonte: un testimone in dialetto limonasco (1806), in“ Quem Tu Probe Meministi” Studi e Interventi in Memoria di Gianrenzo P. Clivio, Atti dell’Incontro di Studi, Torino, Archivio di Stato 15-16 febbraio 2008, Centro Studi Piemontesi, Torino 2009, pp. 87-114.

A. M. Riberi, Folklore poetico cuneese dei sec. XV e XVI, in Miscellanea Cuneese, Torino, 1930.

Louis Royer, Les Rameaux, mystere du XVI siècle en dialecte embrunais, Bulletin des Haute Alpes, 1927.

Alfhonse Roque-Ferrier, recensione a Les Deux Entrées et Sèjours du Très-chrétien roi de France en la cité de Vienne, U. Chevalier, 1881.

J. Sibille, Liber Secundus Sancti Andree, La Passion de Saint André, drame religieux de 1512 en occitan briançonnais, introduction, édition, traduction, notes linguistiques, D.E.A. Université Paul Valéry, Montpellier, 1999.

Alessandro Vitale-Brovarone Il quaderno di Segreti d’un regista provenzale del Medioevo. Note per la messa in scena d’una Passione, Pluteus Testi 1, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1984.

1 Questi zafaldum “palchi”, sono spesso ricordati nei documenti pinerolesi (Caffaro 1906). Pare che buona parte delle sacre rappresentazioni fatte a Pinerolo e legate soprattutto alla Passione fossero mute. Sicuramente non fu muta la rappresentazione della vita di Santa Margherita fatta il 6 giugno del 1456 nel chiostro de San Francesco a Pinerolo. Nel 1486 ve ne fu una fatta da “giovani che domandavano per questo un sussidio dal comune” legata alla vita di San Sebastiano: Moralitas seu ludus ad honorem sancti Sebastiani. Spesso veniva chiesto un sussidio al comune per l’erezione del chafaud: il 20 luglio del 1506 fu concesso un sussidio di quattro fiorini per fare ludum sancti Donati ad honorem Dei et sancti Donati.

2 In Provenza e in molti altri luoghi occitani la tradizione dei Noels continua ancora oggi. Molti gruppi amatoriali presentano questa forma teatrale durante le feste natalizie. La tradizione dei Nouvé ha un valido rappresentante in Sergio Arneodo che ha portato questa rappresentazione, ricordo i drammi Sacri Pastorali di Col Beliero, Val Chiauso, in molte località delle valli.

3 Si tratta del mistero di San Agnese, della Natività della Vergine e della Passione.

4 Il testo integrale è stato ristampato nel 1998 a cura dell’Associazione CeRCA.

5 Anche gli altri Misteri delle Hautes Alpes presentano questo tratto fonetico che quindi doveva essere generalizzato nelle parlate dell’alta Valle della Durance come nelle limitrofe parlate del versante piemontese.

Français

Les représentations sacrées en langue d’oc sur le territoire occitan alpin et ses vestiges dans la tradition orale de ses vallées.

Le thème proposé est certainement riche et intéressant. Le théâtre a toujours permis de mettre en scène l’imagination des auteurs et incité les acteurs à proposer des rôles différents du quotidien.

Nous savons que, comme dans l’antiquité, les rôles au théâtre étaient joués par de vrais acteurs professionnels qui suivaient des textes bien précis, comme on le retrouve par exemple dans les tragédies du monde gréco-romain.

Je ne suis pas vraiment un spécialiste du théâtre et le public ne devra pas m’en tenir rigueur.

Au moyen-âge le théâtre faisait partie de la vie sociale, mais les textes, me semble-t-il, étaient en général, de type religieux. Des œuvres monumentales étaient mises en scène, en particulier liées à la vie du Christ, en général à la Passion qui était présentée pendant la Semaine sainte, à la vie des saints. Il y avait la possibilité de rendre les textes plus « légers », de façon à amuser le public avec des rôles peu reconnus comme les démons ou les larrons.

Dans un exposé sur le théâtre en langue occitane, en particulier dans la zone alpine, le risque est de donner une simple liste de textes récupérés (mais c’est aussi ce que je ferai) de façon à rappeler les titres et les lieux où ils ont été retrouvés.

Vers 1972 l’écrivain provençal Peire Pessamessa me fit connaître un texte (à l’époque je n’imaginais même pas l’existence de tels documents) dans le but de le transcrire en graphie normalisée pour éventuellement le publier ; malheureusement ce travail ne fut pas commandé et je crois que le fameux texte est encore en sa possession.

Selon Roque-Ferrier (1881), directeur de la Revue de Langues Romanes de Montpellier, le théâtre méridional (c’est-à-dire en langue occitane) fut très riche entre le XIVème siècle et le XVIème siècle, sur la base de témoignages de nombreuses représentations qui furent données à Arles, Avignon, Montpellier mais également dans de petits villages, qui contribuèrent certainement à généraliser le goût pour le théâtre de scène.

Le théâtre en langue d’oc avait de sérieux fondements et l’on donnait une certaine importance également à la partie technique des décors.

En effet, en 1977 le Prof. Alessandro Vitale-Brovarone annonça la découverte d’un manuscrit abandonné dans la Bibliothèque nationale de Turin, qui par la suite sera proposé au public dans un ouvrage ayant pour titre : Il quaderno di Segreti d’un regista provenzale del Medioevo. Note per la messa in scena d’una Passione (Le cahier des Secrets d’un metteur en scène provençal du Moyen-âge. Notes pour la mise en scène d’une Passion).

Le texte qui nous est parvenu, contient de précises informations sur la façon dont se déroulait la représentation, sur différentes scènes en bois, séparées par des rideaux, des coulisses qui divisaient les différents lieux où était représentée la Passion. Le texte nous donne de plus claires indications sur comment devaient se présenter les différentes simulations sur scène, que nous pourrions appeler aujourd’hui « sons et effets spéciaux ».

Les blessures étaient réalisées en appliquant sur les jambes des voleurs ou sur un corps blessé par une lance, un morceau de papier ou de tissu coloré. Dans d’autres cas, “quand Pierre coupe l’oreille du serviteur Malco on obtient…une copieuse perte de sang. Dans ce cas Malco doit porter un masque… avec une fausse oreille appliquée grâce à de la cire chaude ; la cire… sert à sceller une vessie pleine de sang entre la tête et le masque ; l’oreille est rattachée superficiellement de façon à ce qu’elle no tengua pas guaire (ne tienne guère)”.

Certains effets sonores et spéciaux étaient réalisés par de vraies machines. Le texte parle d’une machine hydraulique pour simuler l’eau produite par les côtes du Christ ou bien d’autres appareils pour faire voler les anges -cordes et poulies- ou bien pour faire rouler la pierre qui renferme le tombeau du Christ. Pour simuler le tremblement de terre à la mort du Christ, on fait rouler des pierres qui grondent sur le “chafaud1” sur lequel est présentée la scène.

Bref, ce metteur en scène médiéval nous explique comment étaient réalisés les différents effets qui devaient de plus stupéfier un public certainement non accoutumé à une interprétation aussi réelle.

Tout cela pour vous expliquer comme une représentation sacrée moyenâgeuse était soignée, elle représentait pour une communauté, l’unique moment de distraction durant une année de dur labeur. Ces représentations devaient certainement impliquer toute la communauté, comme cela se fait encore aujourd’hui pendant les moments de fêtes dans de nombreuses localités et pas seulement alpines occitanes.

Il suffit de penser aux différentes Baìo qui ont survécu dans les vallées occitanes, celles de Sampeyre, de Bellino, de Frassino, de Villar d’Acceglio, dans le Bussulin de Crissolo, dans certains carnavals comme celui de Mompantero ou de Champlas ou du Layet. Tous les participants sont acteurs, avec des qualités artistiques inégalables. Il n’y a pas de scénario mais ils savent s’identifier dans leur rôle avec adresse. Certains personnages doivent interpréter d’importants rôles principaux dans les moments cruciaux de la représentation : le tesurìe “le trésorier”, le juge, le secrétaire et que dire du rôle énigmatique dans le Carnaval de Acceglio appelé tramolaire qui pendant tout le procès du carnaval continue de trembler et d’avoir des frissons  ? D’autres protagonistes, par exemple, représentés par le personnage infernal d’arlequin peuvent taquiner le public mais aussi dire et lire des édits ou bien les défauts de la communauté sont exposés sur la place, comme pour l’arlequin du Bal du Sabre de Fenestrelle, qui est ensuite chassé et traqué dans un cercle et enfin tué. Dans d’autres communautés comme à San Front en val Po, il y a la possibilité durant certains moments de fête de dire ce que l’on veut, en sautant sur le char, et ainsi faire connaître les secrets de la communauté, peut-être pas tous, mais certainement les plus scandaleux.

Retournons au théâtre en langue occitane, aujourd’hui plus connu à travers les Noëls qui étaient et qui sont encore aujourd’hui présentés pendant la période de Noël, riches en musiques et en chants grâce surtout au maestro Nicolas Sabòli2. Mais Sabòli vécut au XVIIème et ses œuvres datent de 1669 alors que le matériel recueilli dans les vallées alpines et en particulier dans la vallée de la Durance, remonte au début du XVIème siècle.

D’après A. Jeanroy(1894), “parmi les divers genres littéraires qu’a produit au moyen-âge la France méridionale, et dont aucun n’a été épargné par le temps, nul n’a plus souffert que la poésie dramatique” : du XIIIème siècle nous n’avons que 22 vers, du XIVème siècle nous ne connaissons que trois pièces, toutes incomplètes, pour un total d’à peu près mille vers3. Toujours Jeanroy, nous écrit que les siècles successifs sont mieux représentés : un groupe de mystères définis rouergats, c’est-à- dire de la région occitane du Rouergue ainsi que des mystères alpins.

Toujours dans ce domaine, le célèbre linguiste P. Meyer, dans son ouvrage Documents Linguistiques du Midi de la France (1909), dans le chapitre dédié aux Hautes Alpes (p. 421 et suivant), écrit : “La région des Hautes Alpes serait, au point de vue littéraire, une terre stérile, si on n’avait découvert entre 1865 et 1880, dans les archives municipales de certaines communes du canton de Briançon, cinq mystères qui furent composés et représentés dans les dernières années du XVe siècle et les premières du XVIe. La langue de ces mystères n’est pas uniforme, parce qu’ils ne sont pas exactement de la même époque et qu’ils sont d’auteurs différents. Mais les différences ne sont pas considérables. Les uns et les autres furent composés par des ecclésiastes qui, ayant une certaine connaissance du français, écrivaient une langue assez mélangée”.

Il s’agit de cinq mystères religieux, de Saint Antoine du Viennois4, des Saint Pierre et Paul, de Saint Pons, de Saint Eustache publiés par les soins de l’Abbé P. Guillaume entre 1883 et 1888 et celui de Saint André publié par l’Abbé Fazy en 1883.

Le mystère de Sant Eustache est peut-être le plus ancien car il a été représenté au Puy St. André, village près de Briançon, en 1504. On peut penser qu’il a été écrit en Provence mais il a été certainement remanié dans sa linguistique pour des nécessités locales. 2850 vers en occitan alpin encore exempt de gallicismes et d’une richesse lexicale extraordinaire.

Saint André conserve 2760 vers. L’auteur de ce texte est sûrement l’aumônier Marcelin Richard qui l’a écrit en 1512 et il fut très certainement représenté le 20 avril de la même année, toujours au Puy St. André.

Une précieuse information a été écrite par Paul Guillaume sur les mystères du Briançonnais, à l’occasion de la sortie de l’ouvrage en 1884 du Mystère de Saint Antoine dans lequel il rappelle le travail de Petit de Julleville qui atteste que le répertoire en langue d’oc est pratiquement perdu et peut-être même qu’il n’a jamais été très abondant.

J’ai examiné avec beaucoup d’intérêt les textes de ces représentations sacrées mais je n’ai pas noté de particulière influence du français. Il est fort probable que les érudits locaux connaissaient la langue française, mais l’influence sur la langue parlée dans ce territoire était encore faible, l’édit de Villers-Cotterêts a été promulgué seulement en 1539 et il n’a été appliqué que quelques années plus tard.

Ils reflètent certainement le parler de cette zone occitane, comme le sont également les textes administratifs de cette même époque des vallées du Cluson et de la vallée d’Oulx, contrairement aux textes vaudois de l’époque qui arborent une langue à la graphie archaïque et codifiée, comme j’ai pu le souligner dans mon étude sur le rapport entre la “Langue vaudoise” et le parler moderne des vallées Vaudoises. (Bronzat 2005).

Paul Guillaume dans son étude sur Sant Anthoni, pag. XX, souligne dans ce document, que de très nombreux termes sont encore utilisés dans cette zone, mais oubliés dans le reste du département des Hautes Alpes.

En 1927 Louis Royer a publié un autre mystère retrouvé à la Bibliothèque du château d’Uriage : “Les Rameaux, mystère du XVI siècle en dialecte embrunais”.

Ce mystère aurait été écrit en 1529 par un prêtre, signé Fabry, qui nous parle d’un épisode de la vie de Jésus, antérieur à la passion : l’entrée à Jérusalem et le titre original en occitan est Lou mysteri des Rampans. Il commence avec un personnage, le messagier, ainsi : Au nom de Diou onipotent/qui a fach cel, terro et firmament/Payre, Filh et Sant Esperit, tres persones en ung Diou infinit/et en uno soullo divyno essencio…

Le texte présente des formes intéressantes du parler d’Embrun, aujourd’hui disparues, mais encore présentes en Haut Val Maira. Il s’agit du c parasite utilisé à la première personne des verbes : conoysouc, demandavouc, pensouc, veouc. Le même phénomène se présente en Haut Val Cluson mais seulement après la diphtongue. Également en Val Varaita, on peut trouver le c parasite mais exclusivement à la première personne des verbes dans les phrases interrogatives, comme : vauc-u ? < vauc iu - je dois (peut-être) y aller ?5

Même ce texte ne me paraît pas francisé, on y trouve de plus de nombreux termes aujourd’hui disparus comme “arma” âme, “perilh” péril.

Jean Sibille cite à propos de l’œuvre de J. Chocheyras, Le théâtre religieux en Dauphiné du Moyen Age au XVIII siècle, d’autres représentations sacrées faites à Briançon (1479 et 1551) connues grâce à certains documents qui les nomment : la Passion du Christ ; Histoire de la Cananéenne/ Histoire de la Samaritaine/ Histoire de la Femme Adultère/ Invention de la Sainte Croix (1479).

De plus, il cite l’Histoire de la Translation de Saint Martin dont le manuscrit a été retrouvé à Saint-Martin-de-Queyrière et objet d’un mémoire universitaire, l’Histoire de Saint Barthélémy de La Salle, la Passion de Saint Jacques de Chantemerle, dont on a encore quelques passages.

Le texte du mystère de Saint André a été examiné avec attention, sur le plan linguistique, par Jean Sibille qui a surtout mis l’accent sur les traces persistantes de la langue occitane, présentes également dans la passion de Saint Antoine.

Est-il possible que quelques passages de ces antiques représentations sacrées aient survécu dans la tradition orale de nos vallées ?

Quelques textes théâtraux nous sont parvenus, comme le Nové d’Argentera, qui a été retrouvé dans l’archive paroissiale de cette commune en Haut Val Stura, village voisin de la haute Ubaye, publié par A.M. Riberi (1930) avec d’autres œuvres occitanes du XVIème siècle.

Jes vengu na gazeta

Totoura de nouvel,

Jes vengu n’ange dau ciel,

dis che na vergineta

na fa n’enfan che teta,

io pa ren de plu bel

...

Pastours de l’Argentiero

Caloun d’en aut en bas,

portoun fourmage gras

dedin la formagièro

per far la presentièro

au bon Gesù ch’es nas.

Un autre passage de Nové provenant de Pont en Haut Val Varaita, où il était chanté la nuit de Noël, est connu sous le nom de Oreson (Ouresùn). En 1906 le secrétaire communal Chafré Bernard le fit connaître au prof. G. Ferraro, qui le publia en graphie italienne.

Chità, fillières, vostre fus,

E me fasè pa a chel refus,

De m’escutar

E mi entendre a parlar

D’uno bono nuvelo,

D’uno Vièrgio piusèlo

Adiu sià - nus sen anèn,

E fasè che tut áne ben.

Suvenè vus un autre jur de nus

E fasè nus la grassio

De vèire vostro fassio.

Ce Novè fut repris par Sergio Arneodo et fut joué le 4 janvier 1981 à Santa Lucia de la Comba‘scura sous le titre Lou Noël de la Chanal.

La revue Valados Usitanos, n. 11, 1982, a publié la version contenue dans le cahier de Pierre Genssanne de 1793 et faite par un certain Jan Chafré Vasseròt de Chanal. Elle était chantée pendant la messe de minuit à Noël ; il semble que le dernier chanteur soit justement, Chafrè Bernard, celui qui avait fourni les textes au prof. Ferraro.

Toujours en Val Varaita, à Chianale, nous parvient ce document, sans titre.

Pater noster de Dinial

Tuche i ange von chantàr,

chanto, chanto, roso fiour,

es nissu noste Segnour

Es nissu dedin Betlém

Entre l’ase, entre lou buòu,

su de paio e su de fen

i on fissa nòste Bambin.

Moun Gesù, Gesù e Mario,

a vous dounou tou mon cor

a vous dounou l’amo mio.

Qui lou sa e qui lou di

Diou li dounou lou Paradis,

qui lou sa e qui lou chanta

Diou li dounou la glòrio santo

Le thème religieux, dédié à la Passion, était également diffus et largement représenté comme ce passage provenant de Pont Bernard en Haut Val Stura :

Santo Marìo Madalèno

Aviho prouva na gran pèno

E en gran doulour

Per la passioun e la mouòrt

De Nouòstre Segnour.

Nouòstre Segnour es mouòrt

Ma degun retrobo soun corp.

I’a n’ange dins la toumbo

Que touto viòudo reboumbo…

Toujours en Val Varaita au hameau de Gleisa de Pontechianale, on se souvient de ces vers qui certainement faisaient partie d’une représentation de la Passion :

Degun pol pas s’ou crèire

Cha que tuche anoun ou veire

Lou Boundiou desù la crous

Qu’es mort ren que pre nous

Pre que tou nòsti pechas

Pouguèsoun èse rachatas

Lou Boundiou qu’a crià :

Paire m’aveuccou quità ?

Pre far lou devis dai Paire

Ai ven de muere pechaire

Qu’a l’avio vourgù perdounà

Qui l’avio ton persecutà.

Piourà tùche vièis e minas

So qu’a vous dizou es verità,

stremalo pa vòstro pèno

coure ‘ntè lou cor vous meno,

quità lou trent e l’abialoùiro

redisa lou gral e la resdouiro

charchà lou chamin pu desgajà

pr’i èse dron qu’i l’àioun depouzà

prenè mantèl e carmagnolo

retrousà sai gounelòt la chamizolo

iou vous ai di so qu’es aribà

decò lou sentenier ou a declarà.

En 1983 le curé de Casteldelfino Don Mario Vincenti, a recueilli le texte oral suivant, Saint Dinho, appartenant à Madame Margherita Philip. Certains termes sont mystérieux, des erreurs qui sont peut- être dues à un texte transmis de génération en génération.

Santo Dinho n’ouverato qu’l’ero ton na belo ourazioun / Qui la di de boun cor e de bouno devouzioun / Vint la dizion, trento l’escoutarion / Tres journ dron la mort / Nosto Dono i-è dounario soun boun confort / Ve-isi l’enfant pechit / Noste senhour Jesù Crist / I l’on pià- lou sus en sere, / i l’on ton batù ton fragelà / soun sonc n’en piouvio sa cheire maire lou pourtavo / e non lou reconissio, i-on vist n’espartiment / i-on vist a scurzir lou temp : / “Maire de Mario rendeme moun fi, / mort ou viou, coumo se sio...

Actuellement aucun autre document ne nous a été transmis, concernant le théâtre religieux ou profane en territoire occitan.

Récemment le Prof. Marco Piccat de Saluces a retrouvé un manuscrit du parler de Limone « Gelindo », drame sacré de la période de Noël, traditionnellement piémontais ou du Montferrat.

Ce texte est conservé à la Bibliothèque de Cuneo et “c’est le seul rédigé en dialecte : ce n’est pas seulement les membres de la famille de Gelindo mais également le monde des bergers à présenter des tirades typiques du dialecte, qui donne le style des représentations populaires, de la Sainte Famille avec les anges qui à tour de rôle font leur apparition. Ils en font régulièrement et exclusivement usage ».

Piccat nous donne différentes indications sur ce qui reste du rite de Noël, relatif à l’adoration des bergers, conservé dans de nombreux villages des Alpes maritimes, à Pradleves, à Vinadio, à Bersezio, à Valloriate, à Moiola, il y a encore pas si longtemps.

Le texte de Limone de 1806, nous fournit l’unique document écrit (pour l’instant retrouvé) d’un parler occitan alpin, relatif à nos vallées, rédigé dans une graphie qui anticipe celles souvent utilisées dans les vallées ces derniers temps, où s’alternent les règles d’une graphie italienne et française. En voici un bref passage :

Zusep : O la mia bella freeamea, mi ha’m rincrascç ‘d varvou inscé stanca ! La gha zzà dountrai zourn ch’zzaminan ‘nt ina stagioun inscé cruja pr lou giass, e pr la ‘nvera… Nouszignour nous azzutaré.

Bibliographie

Franco Bronzat, Lingua “valdese” e occitano alpino : parentele morfo-fonetiche e lessicali, Bulletin de la Società di Studi Valdesi, n. 197, décembre 2005.

F. Bronzat, 1961-2011 50 ans de Literatura e non dins las Valadas Occitanas, Fusta Editore, Chambra d’Oc, 2011

Albino Caffaro, Pineroliensia ossia Vita Pinerolese Specialmente negli Ultimi due secoli del Medio-Evo, Pignerol 1906

G. Ferraro, Per le auspicatissime nozze del Signor Enrico Bonanno colla Signorina Rosina Pitrè Questi fiori selvaggi raccolti a Casteldelfino offre augurando ogni bene G. Ferraro legato a G. Pitrè da 37 anni di salda amicizia, p. 9, 1906 ( ?).

A. Jeanroy, Observations sur le Théàtre Meridional du XV e siècle, Roumanie, XXIII, 1894.

Euclide Milano, Le Ultime Reliquie del Dramma Sacro in Piemonte, Archives pour le Studio delle Tradizioni popolari, vol. XXII, fasc. IV, 1903 (1905).

P.G. ( ?), Compte-Rendu Bibliographique, Bulletin S.S. Hautes Alpes, 1883.

M. Piccat, Varia tradizione del Gelindo Piemontese, des Actes du IV Rëscontr Antërnassional dë studi an sla lenga e la literatura piemontèisa, Alba 9-10 mai 1987, pp. 83-95.

M. Piccat, Per la tradizione del “Gelindo” in Piemonte : un testimone in dialetto limonasco (1806), “ Quem Tu Probe Meministi” Études et conférences en Mémoire de Gianrenzo P. Clivio, Actes de conférence et d’études, Turin, Archive d’Etat 15-16 février 2008, Centro Studi Piemontesi, Turin 2009, pp. 87-114.

A. M. Riberi, Folklore poetico cuneese dei sec. XV e XVI, Miscellanea Cuneese, Turin, 1930.

Louis Royer, Les Rameaux, mystère du XVI siècle en dialecte embrunais, Bulletin des Hautes Alpes, 1927.

Alphonse Roque-Ferrier, Les Deux Entrées et Séjours du Très-chrétien roi de France en la cité de Vienne, U. Chevalier, 1881.

J. Sibille, Liber Secundus Sancti Andree, La Passion de Saint André, drame religieux de 1512 en occitan briançonnais, introduction, édition, traduction, notes linguistiques, D.E.A. Université Paul Valéry, Montpellier, 1999.

Alessandro Vitale-Brovarone Il quaderno di Segreti d’un regista provenzale del Medioevo. Note per la messa in scena d’una Passione, Pluteus Testi 1, Editions de l’Orso, Alessandria, 1984.

1 Ces zafaldum “planches”, sont souvent rappelés dans les documents du territoire de Pignerol (Caffaro 1906). Il semble qu’une bonne partie des représentations sacrées faites à Pignerol et inhérentes surtout à la Passion étaient muettes. La représentation de la vie de Sainte Marguerite, faite le 6 juin 1456 dans le cloître de Saint François à Pignerol, ne l’était certainement pas. En 1486 il y en eut une, faite par « les jeunes qui demandaient une contribution à la commune » sur la vie de Saint Sébastien : Moralitas seu ludus ad honorem sancti Sebastiani. Souvent on demandait une aide à la communauté pour l’édification de l’échafaud : le 20 juillet 1506 fut accordée une aide de quatre florins ludum sancti Donati ad honorem Dei et sancti Donati.

2 En Provence et dans bien d’autres lieux occitans, la tradition des Noëls continue encore aujourd’hui. De nombreux groupes amateurs présentent cette forme théâtrale pendant les fêtes de Noël. La tradition Nouvé a un valeureux représentant Sergio Arneodo qui a porté cette représentation, les drames Sacrés pastoraux de Col Beliero, Val Chiauso, dans de nombreux endroits de la vallée.

3 Il s’agit du mystère de Sainte Agnès, de la Nativité de la Vierge et de la Passion

4 Le texte intégral a été réimprimé en 1998 par l’Association CeRCA.

5 Les autres Mystères des Hautes Alpes présentent également cette marque phonétique qui était donc généralisée dans le parler de la Haute Vallée de la Durance, comme sur les parlers limitrophes du versant piémontais.