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Clelia Baccon - Atti del Convegno

Clelia Baccon - Actes de la Conférence

La Sacra Rappresentazione di San Giovanni Battista a Salbertrand.

Clelia Baccon - Atti del Convegno
italiano

Anche la comunità di Salbertrand ebbe la sua sacra rappresentazione: «Vie e martire du bienheureux precurseur de N.S.J.C. Saint Jean Baptiste» o più brevemente «L’histoire de Saint Jean Baptiste».

La prima data certa che riguarda questa Sacra Rappresentazione si identifica col 24-25-26 giugno 1546 (mi riferisco a quanto accennato dal marchese Léon Costa di Beauregard in un discorso tenuto all’Accademia di Savoia nell’anno 18521).

Trascorsi più di cento anni da quel 1546, la comunità di Salbertrand nell’anno 1662 decise, con atto notarile, di riprendere entro due anni la pia usanza che era stata a lungo impedita da sopraggiunte calamità (carestie, peste e altre sofferenze causate dal passaggio e dalla sosta di truppe). E ciò poté avvenire già l’anno seguente: 1663.

In seguito, il 12 maggio 1703, l’arcivescovo di Torino sciolse la comunità di Salbertrand dall’impegno (preso forse per voto), ciò nonostante essa volle rappresentare ancora una volta «L’Histoire de Saint J. B.» nell’anno 1725: il 20,21,22 maggio.

Dopo essere stato custodito a Salbertrand, probabilmente nella biblioteca di casa Coste, per più di un secolo, il manoscritto dell’Histoire finì nelle mani del marchese Léon Costa di Beauregard – dotto e appassionato bibliofilo (forse parente dei Coste salbertrandesi: notabili che – come accaduto a tutti gli abitanti del paese – avevano visto trasformarsi il cognome dal latino al francese, per cui Costa era diventato Coste; ad Exilles nobilitato in “De la Coste”).

Léon Costa conservò il manoscritto nella sua biblioteca di Chambery fino al 19 dicembre 1858 allorché ne fece dono ad un suo amico di Oulx: il ministro Luigi Des Ambrois de Nevache.

Il copione della Sacra Rappresentazione di Salbertrand cambiò così un’altra volta biblioteca, in attesa del febbraio 1912 allorché fu donato da Angelica Odiard Des Ambrois – vedova di Luigi Des Ambrois e sua ultima erede – alla Biblioteca Reale di Torino, dove si trova tutt’ora.

Il manoscritto della Sacra Rappresentazione di Salbertand contiene il testo completo dell’opera: 11.352 versi scritti in francese antico.

Inoltre il corposo volume rilegato in pelle contiene (e sempre in francese): nelle prime pagine l’atto notarile del 1662 e nelle ultime il permesso rilasciato dall’autorità religiosa per la rappresentazione del maggio 1725, e ancora del 1725 i nomi dei 113 attori tutti salbertrandesi, e tutti uomini, per complessivi 120 personaggi. A qualcuno il nome del personaggio interpretato rimase affibbiato come appellativo (e sia a lui che ai suoi discendenti). Come “Bundiù” (Buon Dio) per quel François Rey (fra i tanti François Rey del momento) che lo impersonò.

Tutti uomini, anche per i ruoli femminili come: la Madonna, Santa Elisabetta, la regina Erodiade, Salomè, ecc. Tutti specificati con nome e cognome.

San Giovanni Battista è così interpretato: dal bimbo Antoine Escoffier nella culla, dal ragazzino Jacques Coste a 12 anni, da Jean Baptiste Bonnot da adulto.

Un personaggio a sé stante era quello del buffone: egli disponeva di versi più scanzonati per concludere certe scene con una divertita o amara allusione.

Nel procedere della Sacra Rappresentazione, accanto alla nascita, vita, miracoli e morte del protagonista Giovanni Battista, vediamo intrecciarsi le vicende familiari di tre re: Erode, Filippo, Areta. Erode – re della Galilea – ripudia la moglie Agrippa, figlia di Areta re dell’Arabia, perché conquistato dai vezzi di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo – re della Cesarea – la quale diventa così moglie di Erode. Di conseguenza: il re Areta, deciso a vendicare l’oltraggio subito dalla figlia e il re Filippo vittima di un doppio tradimento, si schierano contro Erode. Contro Erode ed Erodiade sono pure indirizzate le severe parole di rimprovero di Giovanni il Battista, parole che Erodiade non gli perdonerà e saranno la causa della sua morte.

Tutto questo, e altro, è rappresentato in un susseguirsi di scene che occupano lo spazio di tre giornate. Traggo da Il mistero di Salbertrand: un’opera di Vittorio Cian dell’Università di Torino, datata 1911, il sunto di ciascuna di esse2.

Prima giornata

Essa si svolge attraverso un seguito di 30 scene svariatissime fra le quali: un’Annunciazione e una Visitazione, concili infernali e concili celesti, assemblee regali – come quella di re Erode e di re Filippo –, assemblee di eremiti, scribi e farisei, galanterie del giovane principe Erode con Agrippa: figlia del re Areta, scene soldatesche e buffonesche, scene intime, familiari, affettuose come la nascita di Giovanni.

Seconda giornata

È straordinaria per la varietà delle scene (che sono in numero di 31), per i protagonisti, e pei luoghi diversissimi, onde dalla corte del re Filippo di Cesarea (fratello di Erode) si passa nel deserto fra gli eremiti; dalla corte celeste dove si prepara la visita di Gesù Cristo a San Giovanni si passa nell’inferno e poi di nuovo nel deserto e sulle rive del Giordano dove avviene, tra l’altro, il battesimo di Gesù. Compare Areta, re d’Arabia, lieto dell’accoglienza di sua figlia Agrippa, incoronata regina di Galilea… Erode, dopo una caccia, ascolta edificato una predica di San Giovanni. Un nuovo concilio infernale, quindi si assiste all’arrivo di Erodiade fuggitiva alla corte di Erode, il quale, affascinato dai suoi vezzi, la prende in moglie ripudiando Agrippa. Si assiste all’incarcerazione di S. Giovanni, che aveva osato rinfacciare al re il suo matrimonio incestuoso con la cognata e, nel deserto, alla scena dove Cristo è tentato da Satana. La scena 29a si svolge nella prigione dove Erodiade tenta invano di impietosire l’apostolo; la 30a ci trasporta tra i tripudi della corte celeste festeggiante la vittoria, e con l’ultima (la 31a) ritorniamo nel carcere dove S. Giovanni riceve una seconda visita dei suoi discepoli.

Terza giornata

Conta soltanto 23 scene, ma non meno varie, anzi più spettacolari. La scena culminante è quella che ci mette sotto gli occhi la corte di Erode, festeggiante con un banchetto il suo dì natalizio, e Salomè che – ammirata per una danza procace – chiede e ottiene in premio la testa di Giovanni (scene 8a,9a,11a). Tre scene sono un seguito di battaglie, che vedono i soldati di Areta e di Filippo schierati contro quelli del fedifrago Erode, il tutto intervallato dallo spettacolo dei miracoli operati sulla tomba di S. Giovanni. Con la disperazione di Erode, vinto e fatto prigioniero in compagnia di Erodiade e Salomè, si chiude questa giornata e con essa il Mistero.

Resta da aggiungere che i momenti più spettacolari della rappresentazione sono stati sottolineati da squilli di tromba, dal suono di pifferi, da rulli di tamburo…, mentre il suono dei violini fa da sottofondo alle scene più delicate.

Secondo alcuni studiosi, tra cui Vittorio Cian, il Mistero di Salbertrand potrebbe essere stato scritto originariamente in patuà; a detta di altri no, e tra questi il prof. Tullio Telmon. Egli infatti, nel presentare la Passione di Gesù Cristo: pure scritta in francese e rappresentata a Giaglione, giustifica per la trascrizione (datata anno 1831) la scelta di un copista di Salbertrand (Fraz. Eclause)3 dato che è lecito pensare che per l’Alta Val di Susa (Eclause compresa) il francese facesse allora, cioè nel 1831, ancora parte del repertorio linguistico locale, data la lunga permanenza – circa 4 secoli – di sudditanza al regno di Francia. Posso aggiungere che sui registri parrocchiali di battesimo, matrimonio, sepoltura di Salbertrand ho visto passare dal francese all’italiano solo nell’anno 1862. Prima – come per ogni altro documento ufficiale o di semplice corrispondenza – era usato il francese: allora lingua d’obbligo nella scuola elementare.

Unica eccezione – secondo me – era per il Bouffon. Pur essendo anche la sua partitura scritta in francese io sono certa che la sua bravura (e per questo era stato scelto) gli permetteva di aggiungere frasi, modi di dire tratti dall’idioma occitano e molto graditi al pubblico presente composto dalla gente del luogo e dei dintorni. Potevano apparire frasi di uso comune ma ben appropriate alle varie situazioni.

Qualche esempio:

poteva essere citato in Erode “rablà da lä fulhà” (trascinato dalla passione carnale); un’Erodiade che faceva “Diù e diablë” per far accettare a San Giovanni il suo matrimonio incestuoso col cognato; poteva trattarsi di una povera Agrippa disprezzata e “bità slä crû” (messa in croce) dal marito.

E tutto questo anche a colpa del diavolo “ke u lh’avîa bità sä cüa” (che ci aveva messo la sua coda, cioè si era molto impegnato). Però Dio vigila dall’alto “ël Bundiù u l’î ‘d subbrë”.

Per finire con una massima sempre valida “Ël plü bel dl’istuâřa l’î ciû la fin” (il più bello della storia è sempre la fine) che assume più efficacia nel detto “Ël Bundiù u pàiä târ ma u pàiä lâr” (il Buon Dio paga tardi ma paga abbondantemente). Il Bouffon poteva certamente attingere dal patuà: idioma ricco di intercalari rivolti a Dio, alla sua tutela e provvidenza, alla sua potenza; intercalari come: “Diù garde!” (Dio non voglia!), “Diù preserv!” (Dio preservi!), “Se Diù vô…” (Se Dio vuole…), “A la gàrdiä ‘d Diù” (Con la protezione di Dio).

A conferma della grande fiducia della nostra gente in Dio, ed al timore di offenderlo, ho scoperto che in un – ahimè! – lontano passato non si bestemmiava il suo nome. L’imprecazione “Diù fàus” (Dio falso), ad esempio, è piemontese (in patuà salbertrandese falso si dice “fòu”: “U l’î fòu ‘mä Jüdda”, è falso come Giuda). E la Madonna non esisteva come “Madona”, ma unicamente come “Noträ Dàmmä” o “Sentä Vierjë” (Nostra Signora o Santa Vergine).

Le frasi ingiuriose, le bestemmie a Dio e alla Vergine sono state importate dalle squadre di boscaioli che venivano a lavorare nel taglio e trasporto dei lotti boschivi. Prima ad essere insultato era soltanto il diavolo: “Diabbl!”, “Satàn!”, “Anticrist!” (Diavolo!, Satana! Anticristo!).

Per descrivere uno stato di meritata quiete non c’era di meglio che coniugare “èis ‘n pařadî” (essere in paradiso), mentre “l’î n’enfêr” era il commento per una situazione pressoché impossibile da gestire.

Le ultime pagine del manoscritto, stese dal salbertrandese Simian le Cadet (Simian il Giovane) – coordinatore della rappresentazione dell’anno 1725 – si soffermano sull’allestimento scenico del teatro (che fu impiantato dessus la ville, derriere le ruisseau Gironde)4. Leggiamo infatti:

Les loges du theatre ont été rangées comme s’ensuit: le ciel à la droite; au bas d’iceluy le desert, ensuit Nazaret dans les montagners de Judée, le palais du roy Philip; le fleuve du Jourdain, en sa place se trouvoit la ville de Sebaste la 3e Journée, le palais de St. Jean, le palais d’Herode, Jerusalem, le temple, la prison, l’auberge, le palais d’Aretas, la troupe, l’enfer.

Il nostro relatore ci riferisce pure di sette commis nominati dall’assemblea degli abitanti per collaborare all’organizzazione dello spettacolo, compresa la preparazione dei 113 attori: per complessivi 120 personaggi.

Risulta che ciascuno degli attori si propose versando un contributo in denaro. Di ognuno risulta inoltre la firma per accettazione, consapevole che non potrà trascurare le prove se non per validi motivi e col permesso del proprio “commis”.

Ogni attore si procurò il costume da scena (per cui si videro ornati di fiori artificiali e nastri di battesimo anche gli spadonari). Ciò nonostante le spese non mancarono. Scrisse in proposito il Simian:

La peinture du Theatre, la façon des couronnes et sceptres des roys, des bonets des princes, des pretres, de la troupe, de Zacharie, du pere eternel, des diademes des disciples, les ailes et couronnes des anges, les retars des diables, dragon, autres choses necessaires et peintes pour l’usage de la dicte representation comme encor la tête de Salomée5, le bust de St. Jean ont couté 400 livres y compris le feu ou fusées en l’air. Les joueurs de violon pendant les esercises de l’hiver, primtemps et des 3 jours le la representation ont couté 50 livres (complessivamente il Simian annota una spesa di 600 lire).

Nella sfilata – che ha luogo al suono di trombe e tamburi e riunisce tutti i personaggi – ciascuno dei tre re è scortato da quattro soldati Avec deux epées chacun.

Gli addetti ai lavori, per distinguerli dagli altri soldati della truppa, hanno coniato per loro l’appellativo di spadonari. Questi “soldati scelti” hanno infatti il compito di far scena con la spada. Vediamo qualche saggio:

2a giornata (scena 29a). I quattro soldati di Erode, che hanno ricevuto un ordine dal loro generale, font un saut sur leurs espées en signe de pronte obeissance.

(Stessa giornata, stessa scena). Erodiade ha fatto visita, inutilmente, a Giovanni rinchiuso in prigione ed ora si accinge a far ritorno alla reggia. I quattro soldati di Erode, che l’hanno accompagnata, indugiano col guardiano del carcere e ilz font le jeu de leurs armes.

3a giornata. La scena di ognuna delle battaglie consiste nel far velocemente passare in tondo ufficiali e “soldati semplici” mentre trombe, tamburi e pifferi suonano la carica. Il momento del combattimento – interpretato da una serie di duelli – è però riservato ai quattro soldati spadonari di ogni re: ed anche qui si tratta di un giocar di spade. Inutile dire che le posizioni e le movenze non sono lasciate al caso ma ben codificate al fine di dare spettacolo e nel contempo di salvaguardare l’incolumità dei contendenti).

Tramontati i tempi delle Sacre Rappresentazioni, gli “spadonari” continueranno ad essere per anni presenti nelle più solenni processioni locali.

Come si può giustamente immaginare, la «Vie e martire du bienheureux precurseur de N.S.J.C. Saint Jean Baptiste» rappresentata a Salbertrand coinvolgeva e impegnava tutta quanta una Comunità: notabili e contadini, a partire già dall’inverno precedente.

Preparate in ogni particolare, le recite calamitavano per più giorni la presenza, l’attenzione e – perché no? – il “tifo” della gente del paese, dato che ogni famiglia aveva fornito almeno un attore. Ed ognuno ce l’avrebbe messa tutta: era o non era Salbertrand il paese dei “Gueini”: così definito perché quando se ne presentava l’occasione i suoi abitanti sapevano divertirsi e divertire, fosse pure in una recita teatrale. Salbertrand era anche un paese di musicanti. La società filarmonica di Salbertrand – cioè la Banda – sarà poi ufficializzata nell’anno 1864 inserendo per l’occasione altri 20 allievi.

I commenti che sarebbero seguiti all’avvenimento, il narrare dei nonni ai nipoti e pronipoti durante le veglie invernali ne avrebbero mantenuto il ricordo per molti anni.

Ora, custodito nella Biblioteca Reale di Torino, il Mistero di Salbertrand è oggetto di consultazione e di studio, argomento di tesi di laurea, come è stato per Marina Marino (la sua mamma era la sig.ra Elvira Faure di Oulx). Diventata professoressa di lettere discutendo questa tesi, la dott.ssa Marino insegna a Cuneo, dove risiede con la famiglia.

Concludo offrendovi un brevissimo assaggio del Mistero di Salbertrand nel suo originale.

1a giornata: dalla scena 8a

(l’Arcangelo Gabriele si avvicina a Zacaria presso l’altare)

Gabriele

Dieu vous gard prestre (sacerdote) venerabile / Je vous annonce un fact aymabl / De la part de Dieu Tout puissant / Vous aurés un très sainct enfant / D’Elizabet vostre consorte / Jean est la nom qu’il faut qu’il porte. / Vous luy donréz le nom de Jean / Car devant Dieu il est grand / Vous en aures à sa naissance / Une grande resjoüissance / Et les peuples qui le scauront (che lo apprenderanno) / Comme vous se resjoüiront...

Dalla scena 15a

(S. Giovanni è ormai nato,

S. Giuseppe sollecita Maria ad

accomiatarsi da Elisabetta)

S. Giuseppe

Ravi de voir ces grands miracles / Et d’entendre ces beaux oracles / Je ne puis partir de ce lieu / Sans en remercier nostre Dieu. / Prennons conjé dame Marie / De sette aymable compagnie / Retournons nous en s’il vous plait / En notre bourg de Nazaret / Adieu cousin adieu cousine/ Adieu voisin adieu voisine. (intanto li abbraccia ad uno ad uno).

Maria

mentre abbraccia e bacia il bimbo)

Adieu mon cher mon beau poupon

Adieu mon enfant mon mignon.

Elisabetta

Dieu vous tienne en sa garde.

S. Giuseppe

Faison chemin car l’heure tarde.

2a giornata: dalla scena 15a (i vezzi di Erodiade hanno... colpito nel segno: Erode le dichiara il suo amore)

Erode

Illustre reyne il n’est pas juste / Que mon germain esprit aduste (riferito al fratello Filippo) / Vous fasse plus long temps souffrir. / Il n’est plus digne de jouir / Des Charmes de votre eloquance. / Je l’ay condamné par avance / Depuis le memorable jour / Que je vous vis dedans sa cour. / Si j’ay merité tant de grace

De vous je me metz en sa place. / Mesme subject d’aversion / Esmeut mon indignation / Contre Agrippa du tout sauvage / Je ne puis plus voir ce visage / Et je mourray dezesperé / Si vous ne me prennés a gre...

3a giornata: dalla scena 11a (Erode ha ordinato che il corpo, decapitato di Giovanni sia consegnato ai suoi discepoli: il Buffone commenta)

Le princes font toujours ainsi / Disant qu’ils usent de mercy / Envers une personne morte. / Je ne veux estre (essere) de la sorte / Si de vivre on m’oste (mi impediscono) le bien / Je donne le reste pour rien.

1 Cfr. Clemente Blandino, L’Histoire de S.J.B., in «Segusium», n. 6, anno VI, ago 1969, pp. 15-37.

2 Cfr. V. Cian, Il mistero di Salbertrand, Opes, Torino 1911.

3 Riguardo la Sacra Rappresentazione di Giaglione, “Passione di Gesù Cristo”, il prof. Tullio Telmon nella presentazione dell’opera cita un certo Claudius Rey di Eclause (frazione di Salbertrand) che ha firmato l’ultima pagina della seconda giornata: “Jaillons ce 18 mars 1831, Rey Claudius Eclausinensis scripsit” e l’ultima pagina della 3a giornata: “Rey Claudius Eclausiae scripsit”. Un trascrittore dell’Alta Valle perché l’opera è scritta in francese e – come giustamente rileva il prof. Telmon – quassù in Alta Valle c’era stata una lunga sudditanza alla corona di Francia per cui il francese faceva ancora parte del repertorio linguistico altovalligiano. Da ricerche condotte sui registri parrocchiali di Salbertrand ho scoperto che: Claude Rey era nato all’Eclause nell’anno 1799 e vi morì nell’anno 1872, all’età di 73 anni (quando trascrisse il Mistero di Giaglione ne aveva 32). Sull’atto di nascita risulta essere figlio di Jean Baptiste Rey (1751-1829) “dit le maitre”, dunque una famiglia già più acculturata quella di Claude Rey.

4 Secondo me – e secondo quanto ha specificato Renato Sibille riferendosi al seguente toponimo – l’allestimento scenico terminava giù presso la Dora nella località denominata Chafòu (località non ancora isolata dalla linea ferroviaria, costruita nella seconda metà dell’Ottocento).

5 Si tratta della testa di Giovanni, portata su un vassoio da Salomè a sua madre Erodiade.

Français

La Représentation Sacrée de Saint Jean-Baptiste à Salbertrand.

La communauté de Salbertrand a eu également sa Représentation Sacrée :
« Vie et martyre du bienheureux précurseur de N.S.J.C. Saint Jean-Baptiste » ou plus brièvement « L’histoire de Saint Jean-Baptiste ».

La première date certaine qui concerne la Représentation Sacrée se situe le 24-25-26 juin 1546 (je me réfère à ce qui est rapporté par le marquis Léon Costa de Beauregard dans un discours tenu à l’académie de Savoie en 18521).

Une centaine d’années après, en 1662, la communauté de Salbertrand décide par acte notarié, de reprendre en moins de deux ans, la pieuse tradition qui avait longtemps était interdite à cause de nombreuses calamités (famines, pestes et autres malheurs causés par le passage et les campements de troupes). Elle s’est donc déroulée l’année suivante, en 1663.

Ensuite, le 12 mai 1703, l’archevêque de Turin défit le vœu religieux de la communauté de Salbertrand, mais cette dernière avait le désir de représenter encore une fois « L’Histoire de Saint J. B. » en 1725 : le 20, 21, 22 mai.

Après avoir été conservé à Salbertrand, probablement à la bibliothèque de la maison Coste pendant plus d’un siècle, le manuscrit de l’Histoire finit dans les mains du marquis Léon Costa de Beauregard -érudit et passionné bibliophile-, peut-être parent des Coste de Salbertrand, notables, qui (comme cela s’est produit pour tous les habitants du village) avaient vu se transformer leur nom de famille du latin au français, c’est pour cela que Costa était devenu Coste et à Exilles il fut ennobli en “De la Coste”.

Léon Costa conserva le manuscrit dans sa bibliothèque à Chambery jusqu’au 19 décembre 1858, puis en fit don à son ami d’Oulx  le ministre Louis Des Ambrois de Névache.

Le scénario de la Représentation Sacrée de Salbertrand passa à nouveau dans une autre bibliothèque, en attendant février 1912, moment où il fut donné par Angelica Odiard Des Ambrois à la Bibliothèque royale de Turin, où il s’y trouve encore aujourd’hui.

Le manuscrit de la Représentation Sacrée de Salbertrand contient le texte complet de l’œuvre : 11.352 vers écrits en ancien français.

De plus, cet important volume, relié en peau, contient (toujours en français) dans les premières pages, l’acte notarié de 1662, et dans les dernières, le permis relâché par l’autorité religieuse pour la représentation de mai 1725, puis les noms des 113 acteurs, tous de Salbertrand et de sexe masculin, sur un total de 120 personnages. Certains conservèrent même le nom du personnage interprété, comme surnom (que ce soit pour lui comme pour ses descendants) comme pour “Bundiù” (Bon Dieu) pour François Rey (parmi les nombreux François Rey du moment) qui le représenta.

Il n’y avait que des hommes, même pour les personnages féminins comme : la Madone, Sainte Élisabeth, la reine Hérodiade, Salomé... tous transcrits avec nom et prénom.

Saint Jean-Baptiste est interprété pour le bébé dans le berceau par Antoine Escoffier, l’enfant à 12 ans par Jacques Coste, l’adulte Jean-Baptiste Bonnot.

Un personnage à part entière était le bouffon : il disposait de vers plus drôles pour conclure certaines scènes, avec une amusante ou amère allusion.

En poursuivant avec la Représentation Sacrée, à côté de la naissance, de la vie, des miracles et de la mort du protagoniste Jean-Baptiste, on voit se mêler les vicissitudes familiales de trois rois : Hérode, Philippe, Aréthas. Hérode – roi de Galilée – répudia sa femme Agrippa, fille d’Aréthas roi d’Arabie, car il avait été conquis par les mauvais usages d’Hérodiade, la femme de son frère Philippe – roi de Césarée – et cette dernière devint ensuite femme d’Hérode. En conséquent, le roi Aréthas, décidé à se venger pour l’outrage subi par sa fille, et, le roi Philippe victime d’une double trahison, s’allièrent contre Hérode. Les paroles d’accusation de Jean le Baptiste contre Hérode et Hérodiade furent sévères et Hérodiade ne le lui pardonnera point puisqu’elles seront la cause de sa mort.

Tout cela, et bien d’autres choses, est représenté dans une succession de scènes qui occupent l’espace de trois journées. Vous trouverez dans « Le mystère de Salbertrand », une œuvre de Vittorio Cian de l’Université de Turin, datée de 1911, le résumé de chacune d’elles.2

Première journée

Elle se déroule à travers une succession de 30 scènes très variées, parmi lesquelles : une Annonciation et une Visitation, concili infernali et concili celesti, les assemblées royales – du roi Hérode et du roi Philippe –, les assemblées d’ermites, scribes et pharisiens, la scène de galanterie du jeune prince Hérode avec Agrippe -fille du roi Aréthas-, les scènes de soldats et de bouffons, les scènes intimes, familiales et tendres comme la naissance de Jean-Baptiste.

Deuxième journée

Elle est particulièrement intéressante pour la richesse de ses 31 scènes, pour ses protagonistes et pour les différents lieux, à commencer par la cour du roi Philippe de Césarée (frère d’Hérode) et pour finir le désert des ermites. De la cour céleste, où se prépare la visite de Jésus Christ à Saint Jean-Baptiste, on passe à l’enfer et puis de nouveau au désert et sur les rives du fleuve Jourdain où se déroule le baptême de Jésus.

Il apparait ensuite Aréthas, roi d’Arabie, heureux de l’accueil de sa fille Agrippe, couronnée reine de Galilée… Hérode, après une partie de chasse, écoute consterné l’homélie de Saint Jean-Baptiste. Un nouveau concilio infernale, puis on assiste à l’arrivée d’Hérodiade fuyant la cour d’Hérode, lequel fasciné par ses manières, la prend pour femme et répudie Agrippe. On assiste à l’incarcération de Saint Jean-Baptiste qui avait osé reprocher au roi son mariage incestueux avec sa belle-sœur, ainsi qu’à la scène dans le désert où le Christ est tenté par Satan. La scène 29 se déroule dans la prison où Hérodiade tente en vain d’apitoyer l’apôtre. La 30ème nous emporte dans l’allégresse de la cour céleste festoyant la victoire et ensuite dans la dernière la 31ème on retourne dans la prison où Saint Jean-Baptiste reçoit une seconde visite de ses disciples.

Troisième journée

Il y a simplement 23 scènes, pas moins variées, mais plus spectaculaires. La scène principale est celle que nous offre la cour d’Hérode, festoyant avec un banquet le jour de son anniversaire et Salomé qui – admirée pour sa danse provocante – demande et obtient en prime la tête de Jean-Baptiste (scène 8, 9, 11). Les trois scènes sont une succession de batailles, où les soldats d’Aréthas et de Philippe s’opposent à ceux du traître Hérode, le tout entrecoupé par le spectacle des miracles opérés sur la tombe de Saint Jean-Baptiste. Cette journée, et de ce fait le Mystère, se termine avec le désespoir d’Hérode, vaincu et prisonnier en compagnie d’Hérodiade et Salomé.

Il reste à ajouter que les moments les plus spectaculaires de la représentation sont soulignés par des coups de trompettes, par les fifres et les roulements de tambours… alors que les violons servent de musique de fond aux scènes les plus délicates.

Selon certains professeurs, en particulier Vittorio Cian, le Mystère de Salbertrand aurait pu être écrit à l’origine en patois ; pour d’autres non, et en particulier pour le professeur Tullio Telmon. En fait, en nous présentant la Passion de Jésus Christ (écrite en français et jouée à Giaglione), celui-ci justifie pour sa transcription de 1831, le choix d’un écrivain de Salbertrand (hameau Eclause)3 ce qui est normal de penser que pour la Haute Vallée de Suse, le français faisait alors partie, en 1831, du répertoire linguistique local, vu la longue permanence – environ 4 siècles – de fidélité au roi de France. Je peux ajouter que sur les registres paroissiaux de baptême, mariage, décès de Salbertrand, j’ai vu le passage du français à l’italien, seulement en 1862. Avant – comme pour chaque document officiel ou de simples correspondances – le français était utilisé, alors langue obligatoire à l’école élémentaire.

Seule exception, à mon avis, c’était le Bouffon. Je suis certaine de ses capacités, malgré que le scénario soit écrit en français (et choisi pour cette raison), cela lui permettait d’ajouter des phrases, des façons de dire tirées de l’idiome occitan et très appréciées du public présent, composé de gens du lieu et des alentours. Il pouvait y avoir des phrases d’usage mais bien appropriées aux différentes situations.

Par exemple, on pouvait citer pour :

Hérode “rablà da lä fulhà” (emporté par la passion charnelle) ; Hérodiade qui faisait “Diù e diablë” pour faire accepter à Saint Jean-Baptiste son mariage incestueux avec son beau-frère ; une pauvre Agrippe méprisée et “bità slä crû” (mise en croix) par son mari.

Et tout cela aussi à cause du diable “ke u lh’avîa bità sä cüa” (qui y avait mis sa queue, c’est-à-dire il s’était mis au milieu). Mais Dieu veille du haut “ël Bundiù u l’î ‘d subbrë”.

Pour finir avec une maxime toujours en cours “Ël plü bel dl’istuâřa l’î ciû la fin” (le plus beau de l’histoire, c’est toujours la fin) qui devient plus efficace avec le proverbe “Ël Bundiù u pàiä târ ma u pàiä lâr” (le Bon Dieu paie tard mais paie abondamment). Le Bouffon pouvait bien-sûr prendre du patois, idiome riche d’expressions adressées à Dieu, à sa tutelle et Providence, à sa puissance, des expressions comme : “Diù garde !” (Dieu garde !), “Diù preserv !” (Dieu nous préserve !), “Se Diù vô…” (Si Dieu veut…), “A la gàrdiä ‘d Diù” (Avec la protection de Dieu).

Pour confirmer la grande foi de la population en Dieu et la peur de l’offenser, j’ai découvert que dans un – hélas ! – lointain passé, on ne jurait pas en son nom.
« Diù fàus » (Faux Dieu) par exemple, c’est du piémontais (en patois de Salbertrand faux se dit « fou » : « U l’î fòu ‘mä Jüdda », il est faux comme Judas). Et la Madone n’existait pas comme « Madone », mais seulement comme « Noträ Dàmmä » ou bien « Sentä Vierjë » (Notre Dame ou Sainte Vierge).

Les phrases injurieuses, les jurons contre Dieu ou la Vierge ont été importés par les équipes de bûcherons piémontais qui venaient travailler pour couper et transporter des lots de bois. Avant, on insultait seulement le diable : « Diabbl ! », « Satàn ! »,
« Anticrist ! » (Diable !, Satan !, Antéchrist !).

Pour décrire un état de tranquillité méritée, il n’y avait rien de mieux qu’utiliser “èis ‘n pařadî” (être au paradis), alors que les enfers “l’î n’enfêr”, était une situation pratiquement impossible à gérer.

Les dernières pages du manuscrit écrit par Simian le Cadet de Salbertrand (Simian le Jeune) – coordonnateur de la représentation de l’an 1725 – soulignent l’importance de la préparation de la scène (qui fut placée au dessus la ville, derriere le ruisseau Gironde)4. On peut lire :

Les loges du theatre ont été rangées comme s’ensuit : le ciel à la droite ; au bas d’iceluy le desert, ensuit Nazaret dans les montagners de Judée, le palais du roy Philip ; le fleuve du Jourdain, en sa place se trouvoit la ville de Sebaste la 3e Journée, le palais de St. Jean, le palais d’Herode, Jerusalem, le temple, la prison, l’auberge, le palais d’Aretas, la troupe, l’enfer.

Notre auteur se réfère également à sept commis nommés par l’assemblée des habitants afin de collaborer à l’organisation du spectacle, y compris la préparation des 113 acteurs, pour un total de 120 personnages.

Il en résulte que chacun des acteurs se propose de verser une somme d’argent. En plus, chacun doit signer pour acceptation, conscient qu’il ne pourra pas négliger les répétitions, si ce n’est pour des motifs valables et avec le permis de son propre “commis”.

Chaque acteur se procure un costume de scène (donc ils s’ornent de fleurs artificielles et de rubans de baptême, même les danseurs du bal du sabre). Et malgré tout, les dépenses sont importantes. Simian écrit aussi : La peinture du Theatre, la façon des couronnes et sceptres des roys, des bonets des princes, des pretres, de la troupe, de Zacharie, du pere eternel, des diademes des disciples, les ailes et couronnes des anges, les retars des diables, dragon, autres choses necessaires et peintes pour l’usage de la dicte representation comme encor la tête de Salomé5, le bust de St. Jean ont couté 400 livres y compris le feu ou fusées en l’air. Les joueurs de violon pendant les esercises de l’hiver, primtemps et des 3 jours le la representation ont couté 50 livres (en tout, Simian parle d’une dépense de 600 lires).

Durant le défilé – qui a lieu au son des trompettes et tambours et réunit tous les personnages – chacun des trois rois est escorté par quatre soldats Avec deux epées chacun.

Les organisateurs, pour les distinguer des autres soldats de la troupe, ont créé pour eux le nom de spadonari. Ces « soldats choisis » en fait font partie de la scène avec leur épée. En voici quelques passages :

2ème journée (29ème scène). Les quatre soldats d’Erode, qui ont reçu l’ordre de leur général, font un saut sur leurs espées en signe de pronte obeissance.

(Même journée, même scène).

Hérodiade rend visite, inutilement, à Jean-Baptiste emprisonné et maintenant se prépare à retourner au royaume. Les quatre soldats d’Hérode, qui l’ont accompagnée, s’attardent avec la garde de la prison et ilz font le jeu de leurs armes.

3ème journée. La scène de chaque bataille consiste à faire passer rapidement à tour de rôle les officiers et les “simples soldats” pendant que les trompettes, les tambours et les fifres sonnent la charge. Le moment du combat – interprété par une série de duels – est réservé aux quatre soldats du bal du sabre de chaque roi et ici également il s’agit d’un jeu d’épées. Inutile de dire que les positions et les déplacements ne se font pas par hasard mais sont bien sûr codifiés afin de donner plus d’importance au spectacle et en même temps de sauvegarder l’intégrité des participants.

Après le début des Représentations Sacrées, les danseurs du “bal du sabre” continueront à être présents durant les processions les plus solennelles de la zone.

Comme on peut justement l’imaginer, la « Vie e martyre du bienheureux precurseur de N.S.J.C. Saint Jean-Baptiste » représentée à Salbertrand entrainait et occupait toute la communauté, notables et paysans, déjà à partir de l’hiver précédent.

Les spectacles étaient préparés dans chaque détail et attiraient pendant plusieurs jours la présence et l’attention et – pourquoi pas les supporters - des gens du pays, vu que chaque famille procurait au moins un personnage participant. Et chacun faisait tout son possible, Salbertrand était ou non le pays des “Gueini” ? On les appelait ainsi parce que les habitants ne perdaient pas l’occasion de s’amuser et de faire animation, ne serait-ce que par une représentation théâtrale. Salbertrand était également un village de musiciens. La société philarmonique de Salbertrand – c’est-à-dire la fanfare – apparait officiellement en 1864, lors de l’acquisition de 20 nouveaux élèves.

Les commentaires qui suivirent le moment, selon les récits des grands–parents aux petits–enfants et aux arrières petits-enfants, pendant les veillées hivernales, chacun en aurait conservé le souvenir pendant de nombreuses années.

Maintenant, conservé dans la Bibliothèque royale de Turin, le Mystère de Salbertrand fait l’objet de consultations et d’études, sujet pour un mémoire, comme pour Marina Marino (sa maman était Madame Elvira Faure d’Oulx). Elle est ensuite devenue professeur de lettres en discutant cette thèse. Madame le professeur Marino enseigne à Cuneo, où elle réside avec sa famille.

Je conclue en vous offrant un bref passage du Mystère original de Salbertrand.

1ère journée : de la scène 8 (l’archange Gabriel s’approche de Zacharie près de l’autel)

Gabriel

Dieu vous gard prestre (prêtre) venerabile / Je vous annonce un fact aymable / De la part de Dieu Tout puissant / Vous aurés un très sainct enfant / D’Elizabet vostre consorte / Jean est la nom qu’il faut qu’il porte. / Vous luy donréz le nom de Jean / Car devant Dieu il est grand / Vous en aures à sa naissance / Une grande resjoüissance / Et les peuples qui le scauront (qui l’apprendront) / Comme vous se resjoüiront...

A’ la 15ème scène

(Saint Jean-Baptiste est né, Saint Joseph sollicite Marie à congédier Elisabeth)

Saint Joseph

Ravi de voir ces grands miracles / Et d’entendre ces beaux oracles / Je ne puis partir de ce lieu / Sans en remercier nostre Dieu. / Prennons conjé dame Marie / De sette aymable compagnie / Retournons nous en s’il vous plait / En notre bourg de Nazaret / Adieu cousin adieu cousine / Adieu voisin adieu voisine. (les embrassant un à la fois)

Marie

(embrassant et serrant dans ses bras le bébé)

Adieu mon cher, mon beau poupon

Adieu mon enfant, mon mignon.

Élisabeth

Dieu vous tienne en sa garde.

Saint Joseph

Faison chemin car l’heure tarde.

2ème journée : Scène 15

(les façons de faire d’Hérodiade ont….touché la cible : Hérode déclare son amour)

Erode

Illustre reyne il n’est pas juste / Que mon germain esprit aduste (envers le frère Philippe) / Vous fasse plus long temps souffrir. / Il n’est plus digne de jouir / Des Charmes de votre eloquance. / Je l’ay condamné par avance / Depuis le memorable jour / Que je vous vis dedans sa cour. / Si j’ay merité tant de grace / De vous je me metz en sa place. / Mesme subject d’aversion / Esmeut mon indignation / Contre Agrippa du tout sauvage / Je ne puis plus voir ce visage / Et je mourray dezesperé / Si vous ne me prennés a gre…

3ème journée : Scène 11

(Hérode a commandé que le corps de Jean-Baptiste soit rendu à ses disciples : commentaires du Bouffon)

Le princes font toujours ainsi / Disant qu’ils usent de mercy / Envers une personne morte. / Je ne veux estre de la sorte / Si de vivre on m’oste (m’empêche) le bien / Je donne le reste pour rien.

1 Voir Clemente Blandino, L’Histoire de S.J.B., dans « Segusium », n. 6, année VI, août 1969, pp. 15-37.

2 Voir V. Cian, Il mistero di Salbertrand, Opes, Torino 1911.

3 Pour la Représentation Sacrée de Giaglione, « Passion de Jésus Christ », le Professeur Tullio Telmon lors de la présentation de l’œuvre, cite un certain Claudius Rey d’Eclause (hameau de Salbertrand) qui a signé la dernière page de la deuxième journée : « Jaillons ce 18 mars 1831, Rey Claudius Eclausinensis scripsit » et la dernière page de la troisième journée « Rey Claudius Eclausiae scripsit ». Un traducteur de la Haute Vallée car l’œuvre est écrite en français et – comme justement  le souligne le Professeur Telmon- en Haute Vallée de Suse il y avait eu une longue période sous la couronne de France, donc le français faisait encore partie du répertoire linguistique de la Haute Vallée. A partir de recherches faites sur les registres paroissiaux de Salbertrand, j’ai découvert que : Claude Rey était né à Eclause en 1799 où il mourut en 1872, à l‘âge de 73 ans (quand il transcrit le Mystère de Giaglione il avait 32 ans). Sur l’acte de naissance, il apparait être le fils de Jean-Baptiste Rey (1751-1829) « dit le maître », donc une famille déjà plus cultivée que celle de Claude Rey.

4 D’après moi – et selon ce que nous explique Renato Sibille en se référant au toponyme suivant – la présentation de la scène finissait en bas près de la Doire, lieu appelé Chafòu (localité pas encore isolée par la ligne de chemin de fer, construite à la seconde moitié du XIXème siècle).

5 Il s’agit de la tête de Jean, portée sur un plateau par Salomé à sa mère Hérodiade.