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Lingue madri e sacre rappresentazioni

Andrea Zonato - Atti del Convegno

Andrea Zonato - Actes de la Conférence

Brevi spigolature su due frammenti agiografici dell’Archivio Storico Diocesano di Susa.
Bref aperçu sur deux passages de textes hagiographiques de l’Archive Historique Diocésain de Suse.

Andrea Zonato - Atti del Convegno
italiano

Il presente intervento non tratterà di testi legati al teatro sacro in senso stretto, ma intende soffermarsi brevemente su due testi agiografici seicenteschi conservati presso l’Archivio Storico Diocesano di Susa: l’Histoire du Martyre de St. Just e St. Flavian avec leur compagnons e la Passio Sancti Restituti martiris. Dopo averne analizzato il contenuto, si cercherà di contestualizzarne la produzione in un’epoca di particolare importanza per la storia della Prevostura di San Lorenzo di Oulx e di formulare un’ipotesi che possa spiegare il motivo della loro stesura.

Prima di entrare nel merito dell’argomento specifico di questo intervento, desidero spendere alcune parole per descrivere il “contenitore” nel quale sono conservati entrambi i testi di cui si tratterà tra breve: l’Archivio Storico Diocesano di Susa. Nato nel 2000 a seguito dell’istituzione del Centro Culturale Diocesano, di cui è una delle tre anime insieme al Sistema Museale e alla Biblioteca, l’Archivio Storico Diocesano è progressivamente cresciuto nel corso del tempo, sia per patrimonio custodito, sia per numero di utenti che lo frequentano. Grazie alle attività di recupero e tutela del patrimonio documentario della Diocesi (sia quello prodotto dalle istituzioni centrali che quello afferente alle parrocchie), oggi l’Archivio Storico Diocesano di Susa si presenta come un istituto di concentrazione nel quale sono conservati ben 43 fondi archivistici diversi, pressoché tutti riordinati; altri dieci fondi archivistici parrocchiali sono invece stati riordinati e riconsegnati alle parrocchie di pertinenza in quanto esse garantivano modalità di conservazione e un presidio adeguati. La documentazione custodita in Archivio copre un arco temporale che va dal 1029 ai giorni nostri e documenta la vita istituzionale, spirituale e quotidiana delle comunità valsusine e dei loro abitanti. Accanto al fondo documentario, è presente anche un significativo fondo fotografico, composto da circa 10.000 fototipi (stampe in bianco-nero e a colori, diapositive, lastre fotografiche stereoscopiche) datati tra il 1898 e i giorni nostri, la cui catalogazione è in fase di conclusione e che costituiscono un patrimonio di assoluto valore. Proprio grazie alle attività di riordino e inventariazione dei fondi archivistici, condotte a partire dal 2001 e tutt’ora in corso, è stato possibile recuperare e studiare i due testi agiografici in oggetto.

Entriamo però ora nel merito specifico di questo intervento. Come anticipato, in questa sede non tratterò di testi teatrali veri e propri, ma di due brevi testi agiografici, fatti redigere a pochi anni di distanza uno dall’altro da un medesimo prelato, il canonico Etienne Garcin, il quale ricopriva la carica di curato di San Restituto di Sauze di Cesana e di infermiere della Prevostura di San Lorenzo di Oulx. Il primo testo che prenderò in considerazione è l’Histoire du Martyre de St. Just e St. Flavian avec leur compagnons, conservato nel fondo Archivio Storico della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Oulx (faldone 23, fascicolo 165). Il testo, che consta di 16 carte manoscritte in Francese, fu redatto nel 1664, su incarico, appunto, del canonico Etienne Garcin, da padre Jean de St. Louis, monaco dell’abbazia dei SS. Pietro e Andrea di Novalesa. Scopo principale della sua redazione fu il fornire una prova storicamente fondata del martirio di San Giusto, evento sul quale si basava la sacralità del luogo sul quale sorgeva la Prevostura di San Lorenzo di Oulx.

Nell’ultima carta del documento, che in realtà dovrebbe fungere da frontespizio, troviamo le seguenti indicazioni:

«Memoire extraite des archives dell’Abbaie de Novalèze par le R. Père Jean de St. Louis, procureur du dit lieu, lequel l’à souscrite et extraite de sa main ainsi que ci apres et envoyé à la Prévosté d’Oulx par M. Coste chanoine d’Oulx.

Le Monastère soit Abbaye d’Ulces, à présent appellé Ours, elle a esté fondée environ l’année 72° a Christo Domino par Priscille, parante de Neron, aussi bien que l’Abbaye de la Novalèze qui fut l’an 56. Les religieus d’Oulx vivoint en forme d’hermites jusqu’en l’année 530 que St. Maure leur aportoit la regle de St. Benoit. De l’ors, ils y ont vesçu selon la dite regle. En l’année 575, passant le Rodoan, un des ducs Lombards, par la Vallée de Suze, apres avoir devasté l’Abbaie de la Novalèze, partie de gens du dit Rodoan s’en alerent a Ulces ou le residu des religieux et habitans de la Novaleze s’etoint refugies pou estre asseures, et prendre advis de St. Just lequel vivoit la solitarirement avec un compagnon, Fabien, un peu éloignées de l’abbaie d’Ulces. L’estant tous retirés, dans la dite abbaie arriverent les dits Lombards lesquels firent mourir tous les religieux de la dite abbaye et les refugiés en icelle et entre autres St. Juste et St. Fabien son compagnon. Les dits corps saints sont esté enterrés aupres d’une chapelle de St. Pierre et St. Etienne fondé dans l’eglise d’Ulces et St. Just sous le grand autel. On ne scait pas le nombre des martyres d’Ulces, bien de la Novalèze qui fut au nombre de 500... De la Chronique de la Novaleze, signé au bas Jean de St. Louis, extrait fidellement de mot a mot sans changement ni variation aucune de l’original rétiré par monsieur Pierre Coste Chanoine en dite prevosté et abbaye d’Oulx a qui la presente memoire aurait esté donné par qui dessus, par moi sousigné aussi chanoine et infirmier en la mesme prevosté l’an de graces 1664, le 1er Juillet. Etienne Garcin, chanoine».

Al fondo del foglio, parzialmente illeggibile a causa dell’usura, vi è una ulteriore interessante notazione che recita: «[...]elle copie est dans les archives de la Prevosté d’Oulx [...] un ample discours ou livre intitulé «Le Theatre de la constance des [...] l’histoire de St. Just»; tale nota è analoga ad un’altra vergata nell’ultima carta del manoscritto dal canonico Garcin, la quale recita «Vide plura in Praepositura Ulciensi libro inscripto Le Theatre de la Constance des martyrs d’Oulx». Il volume era dedicato al prevosto René de Birague, il quale era anche il dedicatario del testo agiografico che stiamo analizzando, e sulla cui figura torneremo più avanti.

Nel costruire la propria narrazione, l’autore del manoscritto usa come fonte principale il Chronicon Novaliciense, riportando fedelmente la versione del martirio di San Giusto e San Flaviano in esso contenuta; per aggiungere ulteriore spessore alla narrazione egli inserisce anche altri riferimenti, citando per esempio il libro IV della Historia Regnum Francorum di Gregorio di Tours (soprattutto il cap. 44, nel quale si narrano le scorrerie operate dai Longobardi in Provenza e a Susa), la Historia Langobardorum di Paolo Diacono, (in questo caso per la narrazione delle vicende di Narsete, generale di Giustiano successore di Belisario, e delle guerre contro Goti e Franchi) e il Chronicon Burgundiae (per la trattazione delle devastazioni operate dai Franchi in Provenza e dai Longobardi in Italia).

Alla quarta carta, l’autore tira le somme della propria contestualizzazione storica e scrive: “Voila ce que j’ai cru devoire avancer avant que de venir au fait particulier dont est question, affin que par le raport de ce que les historiens ont escrit en general des guerres et persecutions des Lombards, nous puission venir en la cognoissance de la verité que nous cherchons et developer en plein l’histoire du massacre des Chrestiens qui fut fait dans ce lieu de la Prevosté d’Oulx par les dits Lombards, suivant la tradition de nos pères a la denomination de ce saint lieu qui pour cette cause est apellé Plebanie des Martyrs de tout temps immemoré, mesme au de la de six cents ans comme il conste par les actes de la fundation de cette maison d’Oulx erigée en titre de prevosté des chanoins reguliers de St. Augustin en l’année 1065 et par la legende de l’office qui se fait tous les ans et s’en fait de tant temps immemoré le 13 octobre sub ritu duplicis avec oraison particulier adressée a l’honneur des dits saints». Egli precisa però che gli storici citati non trattano in realtà delle vicende specifiche di San Giusto e San Flaviano, né delle devastazioni di Novalesa operate dai Longobardi, sostenendo che le fonti principali su cui basare la narrazione di questi fatti siano alcune carte tratte dall’archivio di Novalesa, già usate dal vescovo di Alba, mons. Paolo Brizio, storico e memorialista contemporaneo al nostro autore (egli scrisse, a questo proposito: “Je le tire d’un ancien manuscrit des archives de Novalèze, le quelle est rapporté par mons. Paul Britius evesque d’Albe).

Egli passa quindi ad esporre nel dettaglio le vicende del martirio dei due santi, ed è proprio questa porzione del testo che riserva, nel contesto della presente giornata di studi, gli spunti di maggiore interesse: il registro narrativo usato dall’autore, infatti, assume qui una impostazione tale da far pensare ad un possibile impiego del testo come canovaccio per un copione teatrale.

Il racconto ha inizio dalla presunta invasione longobarda della Valle di Susa, nel corso della quale le soldataglie, dopo aver risparmiato Susa, si sarebbero gettate sul monastero di Novalesa massacrando tutti i monaci ivi presenti, oltre agli anziani e ai bambini. Motore principale di questa azione sarebbe stato l’odio nutrito dai Longobardi, ariani o pagani, nei confronti del credo cristiano cattolico. Ricalcando la versione data dal Chronicon Novaliciense, l’autore accenna anche all’uccisione di Sant’Arnulfo il quale, postosi a difesa di un altare al di sotto del quale si erano nascosti due fanciulli, viene decapitato. A seguito di questo massacro, i pochi monaci superstiti e la popolazione risparmiata decisero di fuggire e di rifugiarsi nella vallata che conduce al Monginevro, e precisamente a Oulx, dove era già insediata una cella monastica dipendente da Novalesa. Qui, i rifugiati furono inizialmente consolati da un monaco molto pio, di nome Giusto, il quale conduceva vita solitaria e di grande santità insieme ad un compagno di eremitaggio, Flaviano. Venuti a conoscenza del fatto che i Longobardi si apprestavano a partire da Novalesa per portarsi nel Delfinato, dove avrebbero apportato le medesime devastazioni, Giusto e Flaviano, colti dalla paura decidono di lasciare Oulx al proprio destino e di rifugiarsi in una caverna appartata, lontana dalle vie di comunicazione e dalla vista degli uomini.

Il nucleo centrale del testo, quello più marcatamente agiografico, pone poi l’accento sul disvelamento del disegno divino, che prevedeva che i due eremiti tornassero sui propri passi e acquistassero la santità attraverso il martirio, attraverso il verificarsi di alcuni segni miracolosi. Come primo segno, “le Père celeste, qui vouloit totutefois faire part de la gloire du martyre a St. Just e St. Flavian son compagnon, fit naistre miraculeusement une belle et claire fontaine dans cette caverne, la quelle continue toujours a couler abondamment au soulage des infirmes qui en recourent la guerison en se lavant ou en beuvant de son eau”. Ma questo segno da solo non è sufficiente; per fortificare ulteriormente questi suoi due uomini e cacciare da loro la paura della morte che li aveva fatti fuggire dal monastero, Dio fa sentire loro miracolosamente una musica celeste nell’aria, la quale affascina a tal punto Giusto da farlo uscire dalla caverna; fermo di fronte all’antro, il monaco cerca di comprendere da dove venga quel suono meraviglioso, e voltatosi a oriente vede le anime dei martiri di Oulx che salgono al cielo. Alla vista di questo spettacolo maestoso e al contempo tremendo, Giusto comprende finalmente il disegno divino che prevede per lui e per il compagno il martirio. Per donare maggiore enfasi al momento, l’autore sposta il registro narrativo su una forma dialogata, infarcita di numerosi intercalari di raccordo fra le battute («Giusto dice a Flaviano», etc.), che potrebbe calzare perfettamente all’interno di un copione di una sacra rappresentazione. Il monaco Giusto si rivolge infatti al confratello esclamando: «Ah, mon chere frère, que faisons nous ici pauvres miserables? Ah, lasches qui sommes! Sortons d’ici, nous n’y avons que trop demeuré puisque nous y avons retardé d’autant de momans nostre bonheur eternel», chiedendosi poi, in una fase di dialogo interiore, perchè essi debbano condurre una vita miserabile quando potrebbero ottenerne una eternamente gloriosa. Egli riprende poi lo scambio di battute con il compagno incitandolo: “Allons, allons mon cher Flavian, allons tout maintenant aborder ces ennemies de la foy de J.C. Allons avec un ferme résolution donner nostre sang, nostre vie pur celuy nous l’a donné”. I due monaci si mettono in preghiera per chiedere perdono a Dio delle proprie paure e domandare la forza per sopportare il martirio, quindi, fortificati dalla preghiera, riprendono il cammino verso Oulx, dove nel frattempo i Longobardi stavano compiendo un massacro generale dei cristiani di ogni età e ceto sociale. Al momento stesso del loro arrivo presso il monastero, Giusto e Flaviano assistono ad una scena cruenta: i barbari stanno infatti malmenando e torturando un buon vecchio religioso della casa affinché mostri loro i granai e il tesoro del monastero; per tutta risposta questi risponde gravemente che il tesoro del monastero sono i giovani, «les oraisons et les méprises des richesses», assieme all’osservanza della regola, e che i viveri a magazzino non erano altro che doni, le oblazioni dei fedeli e caritatevoli cristiani. Di fronte a questa risposta dell’anziano monaco, un uomo della truppa, accecato dalla collera, impugna una lancia e ne trapassa il corpo. Alla vista di ciò, Giusto non può trattenersi dal manifestare a viva voce l’ardore celeste che lo anima e lo spinge a seguire l’esempio di questo coraggioso martire. Si rivolge dunque alle truppe dei Longobardi e chiede loro che ragione abbiano di sfogarsi con tanto furore contro un fedele servitore di Dio. Udendo queste parole, le soldataglie si lanciano contro Giusto, che subisce il martirio: un membro della truppa, dopo aver sfoderato la spada, lo colpisce con tanta violenza al capo che, dal cranio spaccato, fuoriesce il cervello; un altro gli trapassa il ventre e, come se ciò non fosse già bastato ad uccidere un uomo, un terzo gli taglia la testa, consentendogli di guadagnare la palma del martirio. Flaviano non tarda a sua volta ad offrire il proprio capo per il martirio e la gloria eterna.

L’autore narra poi che dopo il massacro, il capo di San Giusto, insieme ad altre reliquie, viene gettato in un pozzo affinché esso non possa essere ritrovato e non si possa tributargli il rispetto e la venerazione che è dovuto alle reliquie, ma l’intento dei carnefici non raggiunge il proprio obiettivo. Le reliquie dei martiri vengono infatti recuperate e il ricordo del loro sacrificio glorioso fa sì che all’abitato di Oulx si associ l’appellativo di Plebs Martyrum. Egli, nel narrare il recupero dei resti dei martiri, nuovamente si rifà a mons. Paolo Brizio: “la tempeste estant enfin passée et la persecution cessée, les restes des religieux et habitans echappés de la sanglante furie des ennemis commencerent a rechercher leurs anciennes demeures apres avoir rendu les derniers honneurs aux restes sacrées des victimes de J.C. Dont les deux monastères d’Oulx et de Novalèse et les campagnes voisines estoint toutes esenglantés cete ceremonie ce fit avec un admirable concours de tout le peuple qui est il eschapé dans ces vallées. Il y avoit alors trois chapelles dans le monastere d’Oulx, l’une dediée au prince des apostres St. Pierre, la seconde a St. Laurans, la troisieme au grand precurseur de J.C. St. Jean Baptiste, lesquelles furent a la suite des temps destruites par les insolences des guerres, a la reseve de celle de St. Laurans dans la quelle tous les corps des martyrs furent ensevelis, excepté les reliques de St. Just, lesquelles furent placés a costé de grand autel de l’eglise de St. Pierre, et cette eglise par succession des temps aiant esté ruiné soit par les eaux des rivieres voisines qui inonderent plusieurs fois la maison, soit par quelques desordre de guerre, de façon que les reliques de St. Just furent enterrés dans les ruines et demeurant inconnues aux hommes un long temps, jusqu’en l’année 1021 quelles furent revelées divinement a un s. homme appellé Estienne au quel temps elles furent transportés a Suze pour y estre colloqués dans une belle eglize batie et consacré a son honneur et nom: appellé encore aujourdhui St. Just aussi bien que la maison qui a esté bati par les princes de Monferrat a l’honneur de St. Just martyr de l’ordre de St. Benoit selon ce que en a esté acquis”.

E’ però in un passo di poco precedente a quello riportato, posto al termine del racconto del martirio di San Giusto e San Flaviano, che l’autore pare disvelare l’intento principale della sua narrazione: confermare l’importanza e la potenza della Prevostura di Oulx evidenziandone l’antichità della fondazione ed esaltandone il carattere di centro religioso di fondamentale importanza per l’area facendo leva sulla profonda devozione tributata ai due martiri dalle popolazioni locali.

Come prima prova dell’antichità e della veridicità del culto egli cita dapprima un’iscrizione, ancora leggibile nella chiesa prevosturale di Oulx al momento della redazione del manoscritto, la quale ricordava il martirio: «Hic iacet Iustus monachus frater Lionis socius S.ti Petri veri». In secondo luogo, egli ricorda che i due santi martiri sono celebrati in Prevostura con un officio doppio «avec raison propre et trois dans la messe». Ma ecco quindi il nucleo fondamentale che disvela le ragioni della stesura del testo: “par le contenu de ce qui dessus nous sommes confirmés dans la verité de ce que les autheurs sus nommés en ont dit et nous devons estre convaincus premierement que ce monastere d’Oulx estoit dejà puissant et riche du temps de ce massacre; secondement que non seulement les moines religieux qui habitoint en celu furent esgorgé pour la querelle de Dieu et en haine non seulement de leur nation, comme quelques nous ont voulus dire, mais encore en haine de leur religion de la quelle les Lombards n’estoint pas moins ennemis que de la nation française, ainsi qu’il conste par leur deportements non seulement envers le monastère d’Oulx et de Novalèse, mais encore envers tous les lieus saint et personnes sacrés aux quelles il n’avoit jusques alors heu aucun regard ny respect”.

L’autore cita poi la chiesa abbaziale di San Giusto di Susa e la venerazione per le reliquie del santo che vi viene tributata dopo che queste ultime, per volere del marchese Olderico Manfredi, vi sono state trasportate da Oulx per tributargli maggiore onore.

Di notevole interesse, poi, la memoria di “ces saints pelerinages que les peuples de la plebanie d’Oulx font de tout temps immemoré au lieu ou ces deux grandes serviteurs de Dieu, Juste et Flavian, s’estoint refugiés au temps de leur persecution, a quoi bien les merveilles qu’opère tous les jours envers les infirmes l’eau de cette belle fontaine qui Dieu fit naistre par une merveille divine dans la grotte ou ils s’estions retiré que tout le monde appelle encore jusqu’a ce jour la sainte fontaine sans parler de l’arbre mysterieux sur le quel ce S. Personnage se reposa qui montre assez par sa figure contre la difference des autres de mesme espece que la rarité provient de quelque merveille qu’on croit mai qu’on ne sçait pas”. È appena il caso di ricordare, qui, che la leggenda popolare legata al martirio di San Giusto, trasmessa dalla tradizione orale, narra di un larice a sette punte sul quale il santo si sarebbe arrampicato per osservare le devastazioni in corso a Oulx.

Egli chiude, infine, affermando che “les traditions des nos pères se trouvant entierement conforme a ce que l’on en a oui dire de tout temps immemoré a generatione et progenie a ce que la legende de la passion d’Oulx et les auteurs cy devant representés nous ne devons plus desormais faire aucune scrupule non seulement de conserver inviolablement le culte que nous avons a coustume de leur rendre mais mesme l’augmenter a proportion des nouvelles ass[...] que nous tirons de ce discour de la verité de leur saincte et glorieuse martyr”.

Il culto di San Giusto e San Flaviano, quindi, agli occhi del nostro autore non era da considerarsi fasullo perchè incentrato su eventi mai accaduti e tratti solo dalla tradizione popolare, ma anzi esso ricopriva un ruolo fondamentale negli usi liturgici della Prevostura e il culto tributato ai due santi doveva essere accresciuto. A conferma di questa sua ultima tesi, l’autore trascrive anche alcune preghiere recitate nell’orazione propria di San Giusto celebrata in occasione della sua festa, che pare utile riportare:

Oremus. Immensam maiestatem tuam omnipotens Deus humiliter imploramus ut qui fragilitate carnis praepediti innumerabiliter peccavimus, beatissimorum Martyrum tuorum Iusti sociorumque eius precibus adiuvemur, quatenus quorum sacratissimam passionem eorum suffragantibus meritis ab omni adversitate liberemur per dominus noster...

Oremus. Secreta; Deus cuius filius unigenitus pro peccatis nostris sacrificium immaculatum in ara crucis se ipsum obtulit da nobis quotidianis intercessionibus egregii martyris tui Iust sociorumque eius tales existere ut tibi hostia viva, sancta et immaculata effici valeamus per dominus noster etc.

Oremus. Omnigena benedictione quesumus domine benedice nos et protege, ut qui carnem et sanguinem filii tui indigni sumpsimus precibus et meritis beati Iusti martyris tui sociorumque eius, pinguedine S.ti Spiritus incessanter repleamur per dominus noster etc.

Queste ultime due preghiere per il santo furono, in particolare, trascritte dal messale in pergamena del 1460 fatto realizzare per ordine del prevosto Jean Bontet «compilé et adhorné par deux excellans hommes, Beneiton Annan prieur de Mentoulles et Jean Garcin, chanoine de la dite Prevosté d’Oulx”, messale oggi conservato presso la Biblioteca Reale di Torino.

In conclusione di questa prima analisi, mi pare di poter ribadire ancora una volta come si sia di fronte ad un testo probabilmente non nato con intenti teatrali – esso infatti non si configura, salvo per alcuni brevi passi, come un canovaccio per la recita di una sacra rappresentazione – e certamente di scarsa validità per la definizione storica degli eventi trattati, ma certamente di notevole interesse dal punto di vista della tradizione: esso infatti, rinnovando la lectio già fornita da una fonte antica quale il Chronicon Novaliciense fissa, attraverso una narrazione più articolata, le vicende del leggendario martirio di San Giusto e San Flaviano secondo un formulario che sarà ampiamente trasposto nell’immaginario popolare e che avrà anche ampia fortuna nella letteratura erudita di inizio Novecento; la versione qui riportata sarà infatti ripresa da padre Philippe Kieffer nel suo testo del 1906 prodotto per il millenario del martirio di San Giusto, e da don Francesco Peracca.

Vediamo quindi il secondo testo oggetto del presente intervento, la Passio Sancti Restituti martiris. Il testo, risalente al 1675, è conservato in duplice copia: una è custodita nel fondo Archivio Storico della Parrocchia di San Restituto di Sauze di Cesana (faldone 20, fasc. 236), l’altra è invece presente nell’Archivio Storico Vescovile e Diocesano di Susa (sez. I, governi abbaziali, fascicolo I-875). Come anticipato, anche in questo caso il testo fu fatto redigere dal canonico Etienne Garcin, infermiere della Prevostura di Oulx e parroco di San Restituto di Sauze di Cesana, il quale richiese che gli venisse fornita copia del testo del martirio del santo conservato presso la Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma. Il motivo della presenza del documento in duplice copia è spiegato dallo stesso don Garcin in una nota tergale al documento conservato nell’archivio della parrocchia di Sauze di Cesana; egli scrive: “L’original du present venu de Rome, aussi bien que celuy cy mais autentiqué et legalizé en bonne et probante forme par le custode des archives de St. Marie Majour de Rome desquelles celuy cy et le susdit original ont esté tirés, a esté remis entre les mains de M.r Allois vicaire géneral de la Plebanie d’Oulx ce premier janvier 1675 pour estre mis en seurté dans les archives de la Prevosté St. Laurans du dit Oulx, et le presant entieremente conforme au dit original a esté réservé pour estre mis dans le reliquaire du bras du dit St. Restitut qui est dans l’eglize et sacristie de la mesme eglize de St. Restitut avec une ou deux coppies imprimée en Français du martire du dit Saint conforme au presant [...] original. En foy, ay signé ce dit iour et an 16[...] chanoine d’Oulx curé de St. Restitut”.

Il testo, dunque, riprendeva una versione a stampa del martirio del santo e serviva a conferire maggiore “peso” alle reliquie di San Restituto custodite a Sauze di Cesana. A differenza del testo analizzato in precedenza, siamo qui di fronte ad un racconto piano, interamente dedicato a narrare le vicende del santo, senza tentativi articolati di contestualizzare storicamente l’avvenimento e apparentemente senza riferimenti ai culti praticati a Sauze di Cesana.

Il martirio di S. Restituto si svolge all’epoca degli imperatori Diocleziano e Massimiano. Restituto era un giovane cristiano saggio, dedito a soccorrere i più bisognosi, il quale, durante le persecuzioni fu catturato e condotto dai soldati al cospetto di Ermogene, legato che amministrava la giustizia in Roma. Costretto a sacrificare agli dei, rifiutò e dunque fu fustigato; mentre veniva fustigato, Restituto incitava il legato ad abbandonare il culto degli dei; questi per risposta lo fece bersagliare con palle di piombo, quindi fu gettato in carcere incatenato. Durante la prigionia, 45 persone, come lui rinchiuse nelle celle, lo pregarono di intercedere presso Dio affinché li soccorresse. Restituto pregò Dio e questi si manifestò scatenando un terremoto, dopo il quale apparve una luce dalla quale promanò un odore soave; le catene si spezzarono e le porte si aprirono. Tutti si gettarono allora ai piedi di Restituto per ringraziare il Signore, e quindi fuggirono dal carcere. Restituto, invece, rimase nalla cella in preghiera fino al risveglio dei soldati il mattino seguente. I soldati, scoperta la scena, corsero dal legato e lo informarono che Restituto avrva spezzato le catene e fatto scappare tutti dal carcere. Lo condussero quindi davanti al legato, che gli ingiunse di sacrificare al tempio di Giove al Campidoglio, pena la morte. Sul Campidoglio lui rifiutò di nuovo e quindi fu decapitato. Il suo corpo fu gettato accanto all’arco di trionfo, presso un luogo detto La Palma, affinché fosse divorato dai cani. Una matrona, Giusta, fedele cristiana, di notte si recò sul posto con alcuni ecclesiastici e con l’aiuto dei servi raccolse il corpo di Restituto. Presso la sua dimora ricompose il corpo, lo cosparse di aromi e lo avvolse in una sindone di papiro. Di notte lo pose su un carro e lo portò ad un suo podere sulla via Nomentana. Fece quindi avvisare il vescovo Stefano con il clero, le sacre vergini, i fedeli affinché intervenissero alla sepoltura. Lo seppellirono nel podere di Giusta, al XVI miliario della Nomentana. La sepoltura avvenne il 7 maggio e i riti durarono 7 giorni. Molti infermi e posseduti si recarono successivamente sulla tomba di Restituto dove guarirono miracolosamente.

Si tratta certamente di un testo meno ricco di spunti rispetto al precedente, tuttavia mi è parso interessante porlo a confronto con quest’ultimo per una serie di motivi che tenterò di spiegare in breve. E’ in primo luogo da notare come la redazione di entrambi i testi sia avvenuta per volontà del medesimo personaggio, il canonico Garcin; ancor più significativo è però, a parer mio, il fatto che la redazione di questi due testi si collochi nel pieno di un’epoca di particolare rilievo per la Prevostura di San Lorenzo di Oulx come fu l’abbaziato di René de Birague. Il suo lunghissimo abbaziato (1628-1681) coincise con un periodo di progressivo consolidamento del cattolicesimo che, sostenuto dai sovrani francesi, riprese piede nelle vallate del Delfinato dove si era in precedenza venuta a creare una solida presenza riformata e che erano state per lunghi decenni funestate dalle sanguinose guerre di religione. In particolare, ad essere oggetto delle riforme propugnate dal prevosto furono la preparazione del clero e la sua presenza residenziale presso le comunità, la predicazione, il controllo delle manifestazioni della religiosità dei laici, la cura e l’adeguamento degli edifici liturgici ai dettami tridentini – notevole è stata l’azione di René de Birague per la ricostruzione degli edifici prevosturali, oltre che per il rinnovamento degli altari in chiave barocca -, e non da ultimo l’attenzione per il culto e la disciplina. Proprio in quest’ultimo ambito di riforma si deve collocare, a parere mio, la redazione di entrambi questi testi: essi paiono infatti scritti allo scopo di riconfermare e ridare solidità storica a due culti importanti, quello di San Giusto, su cui si imperniava la stessa sacralità del luogo su cui sorgeva la Prevostura di Oulx, e quello di San Restituto, venerato in una delle chiese più importanti del distretto della plebania. Due culti quasi certamente messi in forte dubbio dalla controparte riformata durante gli anni della sua presenza maggioritaria, e la cui rinascita era forse un tassello rilevante per il ritorno in auge del cattolicesimo. 

Français

L’Histoire du Martyre de St. Just e St. Flavian avec leur compagnons e la Passio Sancti Restituti martiris

L’Histoire du Martyre de Saint Just et de Saint Flavien avec leurs compagnons et la Passio Sancti Restituti martiris

Dans cette conférence, je n’entends pas vous présenter de textes liés au théâtre religieux au sens strict, mais je voudrais vous exposer rapidement deux textes hagiographiques du XVIIe siècle conservés à l’archive historique du diocèse de Suse : l’Histoire du Martyre de St Just et de St Flavien avec leurs compagnons et la Passio Sancti Restituti martiris. Après en avoir analysé le contenu, on tentera de remettre dans le contexte la scène à une époque de particulière importance pour l’histoire de la Prévôté de Saint Laurent à Oulx et de formuler une hypothèse qui puisse expliquer la cause de leur écriture.

Avant de rentrer au cœur de l’argument, je désire décrire rapidement le “lieu” où les textes sont conservés : l’archive historique du diocèse de Suse. Né en 2000, suite à l’institution du centre culturel diocésain, dont il fait partie avec le système muséal et la Bibliothèque, l’archive historique du diocèse s’est progressivement agrandi, par la quantité du patrimoine conservé, ou par le nombre d’utilisateurs participants. Grâce aux activités liées à la tutelle et à la conservation du patrimoine documentaire du Diocèse (que ce soit lié aux institutions ou aux paroisses) aujourd’hui l’archive historique du diocèse de Suse est un institut où sont conservés 43 fonds d’archives différents, pratiquement tous remis en ordre ; au moins une dizaine de fonds d’archives paroissiaux ont également été repris, arrangés et rendus aux paroisses mêmes, car elles garantissent des modalités de conservation et une surveillance adaptées. La documentation conservée en archive couvre une période allant de 1029 à nos jours et documente la vie des institutions, religieuse ou ordinaire, des communautés de la vallée de Suse et de leurs habitants. Outre à ces fonds, on y conserve un important fonds photographique composé d’environ 10.000 phototypes (en noir et blanc et en couleur, diapositives, plaques photographiques) de 1898 à nos jours, et dont la mise à jour est en phase de conclusion, ce qui constitue un patrimoine de grande valeur. Grâce à ces activités de classification et d’inventaire des fonds d’archives conduits de 2001 à nos jours, cela nous a permis de récupérer et d’étudier les deux textes hagiographiques présentés en objet.

Venons-en à l’aspect spécifique de la conférence en objet.

Comme déjà annoncé, je ne vous parlerai pas de textes de théâtre à proprement parler, mais de deux brefs textes hagiographiques, rédigés à courte distance l’un de l’autre par le même ecclésiaste, le chanoine Etienne Garcin, curé de San Restitut à Sauze de Cézanne et infirmier de la Prévôté de Saint Laurent à Oulx. Le premier texte que je prendrai en considération est l’Histoire du Martyre de Saint Just et Saint Flavien avec leurs compagnons, conservé dans le fonds de l’archive historique de la paroisse de Sainte Marie de l’Assomption à Oulx (registre 23, feuillets 165). Le texte constitué de 16 cartes manuscrites en français fut rédigé en 1664 par le père Jean de Saint Louis, moine de l’abbaye de Saint Pierre et Saint André à la Novalaise et commandé par le chanoine Etienne Garcin. Le but principal de cette œuvre, fut de fournir une preuve historique fondée sur le martyre de Saint Just, événement sur lequel se basait la sacralité du lieu où était édifiée la Prévôté de Saint Laurent de Oulx.

Dans la dernière page du document, qui en réalité devrait être la page de garde, nous trouvons les indications suivantes :

« Memoire extraite des archives dell’Abbaie de Novalèze par le R. Père Jean de St. Louis, procureur du dit lieu, lequel l’à souscrite et extraite de sa main ainsi que ci apres et envoyé à la Prévosté d’Oulx par M. Coste chanoine d’Oulx.

Le Monastère soit Abbaye d’Ulces, à présent appellé Ours, elle a esté fondée environ l’année 72° a Christo Domino par Priscille, parante de Neron, aussi bien que l’Abbaye de la Novalèze qui fut l’an 56. Les religieus d’Oulx vivoint en forme d’hermites jusqu’en l’année 530 que St. Maure leur aportoit la regle de St. Benoit. De l’ors, ils y ont vesçu selon la dite regle. En l’année 575, passant le Rodoan, un des ducs Lombards, par la Vallée de Suze, apres avoir devasté l’Abbaie de la Novalèze, partie de gens du dit Rodoan s’en alerent a Ulces ou le residu des religieux et habitans de la Novaleze s’etoint refugies pou estre asseures, et prendre advis de St. Just lequel vivoit la solitarirement avec un compagnon, Fabien, un peu éloignées de l’abbaie d’Ulces. L’estant tous retirés, dans la dite abbaie arriverent les dits Lombards lesquels firent mourir tous les religieux de la dite abbaye et les refugiés en icelle et entre autres St. Juste et St. Fabien son compagnon. Les dits corps saints sont esté enterrés aupres d’une chapelle de St. Pierre et St. Etienne fondé dans l’eglise d’Ulces et St. Just sous le grand autel. On ne scait pas le nombre des martyres d’Ulces, bien de la Novalèze qui fut au nombre de 500... De la Chronique de la Novaleze, signé au bas Jean de St. Louis, extrait fidellement de mot a mot sans changement ni variation aucune de l’original rétiré par monsieur Pierre Coste Chanoine en dite prevosté et abbaye d’Oulx a qui la presente memorie aurait esté donné par qui dessus, par moi sousigné aussi chanoine et infirmier en la mesme prevosté l’an de graces 1664, le 1er Juillet. Etienne Garcin, chanoine”.

Au fond de la page, en partie illisible à cause de l’usure, il y a encore une annotation intéressante : “[...]elle copie est dans les archives de la Prevosté d’Oulx [...] un ample discours ou livre intitulé “Le Theatre de la constance des [...] l’histoire de St. Just” ; une telle annotation est similaire à un autre écrit sur la dernière page du manuscrit du Chanoine Garcin, qui présente : “Vide plura in Praepositura Ulciensi libro inscripto Le Theatre de la Constance des martyrs d’Oulx”. Le volume était dédié au prévôt René de Birague, qui était également celui à qui était dédié le texte hagiographique que nous allons analyser et sur lequel nous reviendrons plus tard.

En construisant son récit, l’auteur du manuscrit utilise comme source principale le Chronicon Novaliciense, en y reportant fidèlement la version du martyre de Saint Just et de Saint Flavien qui y est contenue ; pour lui donner plus de contenu, il ajoute d’autres références, comme par exemple le livre IV de l’Historia Regnum Francorum de Grégoire de Tours (en particulier le chapitre 44, dans lequel on y raconte les incursions armées faites par les Lombards en Provence et à Suse), la Historia Langobardorum de Paul Diacre, (dans ce cas le récit des aventures de Narsète, Général de Giustiano successeur de Bélisaire, et des guerres contre les Goths et les Francs) et le Chronicon Burgundiae (pour ce qui concerne les ravages opérés par les Francs en Provence et par les Lombards en Italie).

À la quatrième page, l’auteur fait une considération sur la conceptualisation historique et écrit : « Voila ce que j’ai cru devoir avancer avant que de venir au fait particulier dont est question, affin que par le raport de ce que les historiens ont escrit en general des guerres et persecutions des Lombards, nous puission venir en la cognoissance de la verité que nous cherchons et developer en plein l’histoire du massacre des Chrestiens qui fut fait dans ce lieu de la Prevosté d’Oulx par les dits Lombards, suivant la tradition de nos pères a la denomination de ce saint lieu qui pour cette cause est apellé Plebanie des Martyrs de tout temps immemoré, mesme au de la de six cents ans comme il conste par les actes de la fundation de cette maison d’Oulx erigée en titre de prevosté des chanoins reguliers de St. Augustin en l’année 1065 et par la legende de l’office qui se fait tous les ans et s’en fait de tant temps immemoré le 13 octobre sub ritu duplicis avec oraison particulier adressée a l’honneur des dits saints ». Il précise de plus que les historiens cités ne parlent pas en réalité des événements spécifiques à Saint Just et à Saint Flavien, ni des dévastations de Novalaise opérées par les Lombards, soutenant que les principales sources, sur lesquelles se base le récit, sont certains documents tirés de l’archive de Novalaise, déjà utilisés par l’évêque d’Alba, Mons. Paolo Brizio, historien contemporain de notre auteur (il écrivit à propos : “Je le tire d’un ancien manuscrit des archives de Novalèze, le quelle est rapporté par Mons. Paul Britius evesque d’Albe).

Il nous expose ensuite en détail le martyre de ces deux saints, et c’est justement cette partie de texte plus intéressante que l’on se réserve aujourd’hui, dans le contexte de cette journée d’études : le lexique utilisé par l’auteur atteint une telle ampleur qu’il nous fait penser à une utilisation possible du texte comme base pour un scénario de théâtre.

Le récit commence par cette suspecte invasion des Lombards dans la Vallée de Suse durant laquelle les troupes, après avoir épargné la ville de Suse, se seraient jetées sur le monastère de Novalaise, massacrant tous les moines ici présents, y compris les personnes âgées et les enfants. Le motif principal de cette invasion serait la haine nourrie par les Lombards, ariens ou païens, envers le monde catholique chrétien. Selon la version donnée par le Chronicon Novaliciense, l’auteur fait également référence à la mort de Saint’Arnulf, s’étant mis en défense d’un autel au-dessous duquel s’étaient cachés des enfants, il y fut décapité. Suite à ce massacre, les quelques moines qui survécurent ainsi que la population épargnée, décidèrent de fuir et de se réfugier dans la vallée qui mène au Montgenèvre et précisément à Oulx où précédemment s’étaient déjà établies des cellules de moines dépendant de Novalaise. Là, les réfugiés trouvèrent consolation auprès d’un moine très pieu, appelé Just, qui conduisait une vie solitaire en toute sainteté, avec son compagnon ermite, Flavien. Just et Flavien vinrent à savoir que les Lombards s’apprêtaient à quitter la Novalaise pour le Dauphiné, où ils auraient effectuaient les mêmes ravages, Just et Flavien, pris de panique, décidèrent d’abandonner Oulx à son destin et de se réfugier dans une caverne en retrait, loin des voies de communication et de la vue des hommes.

La partie centrale du texte, celle plus liée à l’hagiographie, met l’accent sur la révélation d’un dessein divin, qui prévoit que les deux ermites reviennent sur leurs pas et acquièrent la sainteté à travers le martyre et la manifestation de certains signes miraculeux. En premier signe, “le Père celeste, qui vouloit toutefois faire part de la gloire du martyre a St. Just e St. Flavian son compagnon, fit naistre miraculeusement une belle et claire fontaine dans cette caverne, la quelle continue toujours a couler abondamment au soulage des infirmes qui en recourent la guerison en se lavant ou en beuvant de son eau ». Mais ce signe seul n’est pas suffisant : pour fortifier encore ces hommes et chasser la peur de la mort qui les avait fait fuir du monastère, Dieu leur fait percevoir miraculeusement la musique céleste, qui fascine à tel point Just qu’elle le fait sortir de sa caverne. Debout devant l’entrée, le moine essaie de comprendre d’où provient ce son merveilleux, se tournant vers l’orient il voit les âmes des martyres d’Oulx, qui montent aux cieux. À la vue d’un tel spectacle majestueux mais à la fois terrible, Just comprend finalement le dessein divin qui l’attend avec son compagnon, le martyre. Pour donner plus d’importance au moment, l’auteur change de registre narratif pour une forme de dialogue remplie d’expressions et de répliques (« Just dit à Flavien »...), qui pourrait très bien être adapté à un scénario pour une représentation sacrée. Le moine Just s’adresse au frère en s’exclamant : « Ah, mon chere frère, que faisons nous ici pauvres miserables ? Ah, lasches qui sommes ! Sortons d’ici, nous n’y avons que trop demeuré puisque nous y avons retardé d’autant de momans nostre bonheur eternel », en se demandant ensuite, dans un dialogue avec lui-même, pourquoi doivent-ils conduire une vie de misérables quand ils pourraient avoir la gloire éternelle. Il reprend ensuite les altercations avec son compagnon en l’incitant ainsi : « Allons, allons mon cher Flavian, allons tout maintenant aborder ces ennemies de la foy de J.C. Allons avec un ferme résolution donner nostre sang, nostre vie pur celuy nous l’a donné ». Les deux moines se mettent en prière pour demander pardon à Dieu pour leurs peurs et demander la force pour supporter le martyre, puis, fortifiés par la prière, ils reprennent le chemin vers Oulx, où pendant ce temps les Lombards étaient en train de massacrer les chrétiens de tous âges et de tous rangs. Au moment de leur arrivée au monastère, Just et Flavien assistent à une scène terrible : les barbares sont en train de maltraiter et de torturer un vieux religieux afin qu’il leur montre son grenier et les trésors du monastère. En réponse, il leur répond le trésor du monastère est la jeunesse, « les oraisons et les méprises des richesses », avec observance de la règle et puis, les vivres du magasin sont exclusivement des dons, des oblations des fidèles et des chrétiens charitables. Devant la réponse de cet ancien moine, un homme de la troupe, fou de colère, prend une lance et lui traverse le corps. À la vue de cette scène, Just ne peut se retenir de manifester à haute voix son ardeur céleste et il le pousse à suivre l’exemple de ce courageux martyre. Il s’adresse donc aux troupes des Lombards et leur demande pour quelle raison ils se défoulent avec tant de fureur contre les fidèles serviteurs de Dieu. En entendant ces mots, les troupes se lancent contre Just, qui subit le martyre : un homme de la troupe, après avoir sortie l’épée de son fourreau, l’atteint au visage avec grande violence, lui ouvre le crâne et en sort le cerveau. Un autre lui transperce le ventre et comme si cela n’était pas suffisant pour tuer un homme, un troisième lui coupe la tête, ce qui lui permettra de recevoir la palme du martyre. Flavien ne tarde pas à son tour à lui offrir sa tête pour le martyre et la gloire éternelle.

L’auteur raconte ensuite, qu’après le massacre, la tête de Saint Just, accompagnée d’autres reliques, sera jetée dans un puits afin qu’elle ne puisse plus être retrouvée et qu’on ne puisse pas l’aduler et lui donner la vénération due aux reliques, mais le but des bourreaux n’est pas atteint. Les reliques des martyres sont en réalité récupérées et le souvenir de leur glorieux sacrifice fait que l’on associe à Oulx le nom Plebs Martyrum. Ici, il raconte le passage et fait appel à nouveau à Mgr Paolo Brizio : « la tempeste estant enfin passée et la persecution cessée, les restes des religieux et habitans echappés de la sanglante furie des ennemis commencerent a rechercher leurs anciennes demeures apres avoir rendu les derniers honneurs aux restes sacrées des victimes de J.C. Dont les deux monastères d’Oulx et de Novalèse et les campagnes voisines estoint toutes esenglantés cete ceremonie ce fit avec un admirable concours de tout le peuple qui est il eschapé dans ces vallées. Il y avoit alors trois chapelles dans le monastere d’Oulx, l’une dediée au prince des apostres St. Pierre, la seconde a St. Laurans, la troisieme au grand precurseur de J.C. St. Jean Baptiste, lesquelles furent a la suite des temps destruites par les insolences des guerres, a la reseve de celle de St. Laurans dans la quelle tous les corps des martyrs furent ensevelis, excepté les reliques de St. Just, lesquelles furent placés a costé de grand autel de l’eglise de St. Pierre, et cette eglise par succession des temps aiant esté ruiné soit par les eaux des rivieres voisines qui inonderent plusieurs fois la maison, soit par quelques desordre de guerre, de façon que les reliques de St. Just furent enterrés dans les ruines et demeurant inconnues aux hommes un long temps, jusqu’en l’année 1021 quelles furent revelées divinement a un s. homme appellé Estienne au quel temps elles furent transportés a Suze pour y estre colloqués dans une belle eglize batie et consacré a son honneur et nom : appellé encore aujourdhui St. Just aussi bien que la maison qui a esté bati par les princes de Monferrat a l’honneur de St. Just martyr de l’ordre de St. Benoit selon ce que en a esté acquis”.

Pourtant c’est dans un passage précédant à celui-ci, à la fin de l’histoire du martyre de Saint Just et Saint Flavien, que l’auteur semble dévoiler l’intention principale de son histoire : confirmer l’importance et la puissance de la Prévôté d’Oulx en mettant en évidence la date très ancienne de sa fondation et en exaltant le caractère de centre religieux d’importance fondamentale pour le territoire, en faisant pression sur la profonde dévotion attribuée aux martyres des populations locales.

Comme premier témoignage d’authenticité et de la véridicité du culte, il cite tout d’abord une inscription, encore lisible dans la prévôté d’Oulx au moment de l’écriture du manuscrit, qui en rappelait le martyre : « Hic iacet Iustus monachus frater Lionis socius S.ti Petri veri ». En second lieu, il rappelle que ces deux saints martyrisés sont célébrés dans la Prévôté par un double office « avec raison propre et trois dans la messe ». Mais voilà donc le noyau fondamental qui dévoile les raisons de ces écritures : « par le contenu de ce qui dessus nous sommes confirmés dans la verité de ce que les autheurs sus nommés en ont dit et nous devons estre convaincus premierement que ce monastere d’Oulx estoit dejà puissant et riche du temps de ce massacre ; secondement que non seulement les moines religieux qui habitoint en celu furent esgorgé pour la querelle de Dieu et en haine non seulement de leur nation, comme quelques nous ont voulus dire, mais encore en haine de leur religion de la quelle les Lombards n’estoint pas moins ennemis que de la nation française, ainsi qu’il conste par leur deportements non seulement envers le monastère d’Oulx et de Novalèse, mais encore envers tous les lieus saint et personnes sacrés aux quelles il n’avoit jusques alors heu aucun regard ny respect ».

L’auteur cite ensuite l’église abbatiale de Saint Just de Suse ainsi que la vénération pour les reliques du saint qui lui valut cette appellation après que, selon le bon vouloir du Marquis Oldéric Manfred, elles y furent transférées d’Oulx afin de leur rendre majeur honneur.

De grand intérêt ensuite sa mémoire de « ces saints pelerinages que les peuples de la plebanie d’Oulx font de tout temps immemoré au lieu ou ces deux grandes serviteurs de Dieu, Juste et Flavian, s’estoint refugiés au temps de leur persecution, a quoi bien les merveilles qu’opère tous les jours envers les infirmes l’eau de cette belle fontaine qui Dieu fit naistre par une merveille divine dans la grotte ou ils s’estions retiré que tout le monde appelle encore jusqu’a ce jour la sainte fontaine sans parler de l’arbre mysterieux sur le quel ce S. Personnage se reposa qui montre assez par sa figure contre la difference des autres de mesme espece que la rarité provient de quelque merveille qu’on croit mai qu’on ne sçait pas ». C’est à peine le cas de rappeler ici que la légende populaire liée au martyre de Saint Just, transmise selon la tradition orale, parle d’un mélèze constitué de sept pointes sur lequel le saint aurait escaladé pour observer les ravages en cours sur le village d’Oulx.

Il termine ensuite, en affirmant que “les traditions des nos pères se trouvant entierement conforme a ce que l’on en a oui dire de tout temps immemoré a generatione et progenie a ce que la legende de la passion d’Oulx et les auteurs cy devant representés nous ne devons plus desormais faire aucune scrupule non seulement de conserver inviolablement le culte que nous avons a coustume de leur rendre mais mesme l’augmenter a proportion des nouvelles ass[...] que nous tirons de ce discour de la verité de leur saincte et glorieuse martyr”.

Le culte de Saint Just et de Saint Flavien donc, aux yeux de notre auteur, n’était pas à considérer comme faux ou comme jamais avenu, et comme fruit de la tradition populaire, mais il représentait un rôle fondamental selon les usages de la Prévôté et le culte réservé à ces deux saints devait en jouir. À confirmer cette dernière hypothèse, l’auteur transcrit également quelques prières récitées au moment de l’oraison de Saint Just célébrée à l’occasion de cette fête et qu’il nous parait opportun de rapporter :

Oremus. Immensam maiestatem tuam omnipotens Deus humiliter imploramus ut qui fragilitate carnis praepediti innumerabiliter peccavimus, beatissimorum Martyrum tuorum Iusti sociorumque eius precibus adiuvemur, quatenus quorum sacratissimam passionem eorum suffragantibus meritis ab omni adversitate liberemur per dominus noster...

Oremus. Secreta ; Deus cuius filius unigenitus pro peccatis nostris sacrificium immaculatum in ara crucis se ipsum obtulit da nobis quotidianis intercessionibus egregii martyris tui Iusti sociorumque eius tales existere ut tibi hostia viva, sancta et immaculata effici valeamus per dominus noster etc.

Oremus. Omnigena benedictione quesumus domine benedice nos et protege, ut qui carnem et sanguinem filii tui indigni sumpsimus precibus et meritis beati Iusti martyris tui sociorumque eius, pinguedine S.ti Spiritus incessanter repleamur per dominus noster etc.

Ces deux dernières prières pour le saint furent en particulier transcrites à partir du missel sur parchemin de 1460 fait réalisé par ordre du prévôt Jean Bontet « compilé et adhorné par deux excellans hommes, Beneiton Annan prieur de Mentoulles et Jean Garcin, chanoine de la dite Prevosté d’Oulx”, missel aujourd’hui conservé auprès de la bibliothèque Royale de Turin.

En conclusion de cette première analyse, il me paraît important de rappeler encore une fois que nous nous trouvons devant un texte probablement qui n’a pas été créé dans un but théâtral – en effet, il ne se présente pas comme la trame pour la récitation d’une représentation sacrée, sauf dans certains passages – et certainement de peu de valeur pour une définition historique des événements traités, mais certainement de grand intérêt du point de vue de la tradition : celui-ci en effet, en renouvelant sa lectio extraite de source ancienne du Chronicon Novaliciense fixe, à travers une narration articulée, les vicissitudes du légendaire martyre des Saints Just et Flavien, selon une forme qui sera largement diffusée à travers l’imaginaire populaire et qui trouvera un grand succès dans la littérature érudite du début du XXème siècle. La version ici rapportée sera en fait reprise par le père Philippe Kieffer dans son texte de 1906 publié à l’occasion du millénaire du martyre de Saint Just, ainsi que par l’abbé Francesco Peracca.

Voyons donc le deuxième texte objet du présent exposé, la Passio Sancti Restituti martiris. Le texte remonte à 1675, et est conservé en double exemplaire : l’un est conservé dans le fonds d’archives historiques de la Paroisse de Saint Restitut de Sauze de Cézanne (fascicule 20, feuillets 236), l’autre est par contre à l’archive Historique de l’Évêché et du diocèse de Suse (section I, gouvernements de l’abbaye, fascicule I-875). Comme déjà annoncé, même dans ce cas le texte fut rédigé par le chanoine Etienne Garcin, infirmier de la Prévôté d’Oulx et prêtre de Saint Restitut de Sauze de Cézanne, qui requiert que lui soit fournie la copie du texte du martyre du saint conservée auprès de la basilique de Sainte Marie Majeure à Rome. Le motif de la présence d’un tel document en double exemplaire nous est expliqué par dom Garcin lui-même, dans une note en fin de document conservée à l’archive de la paroisse Sauze de Cézanne ; il écrit : « L’original du présent venu de Rome, aussi bien que celuy cy mais autentiqué et legalizé en bonne et probante forme par le custode des archives de St. Marie Majour de Rome desquelles celuy cy et le susdit original ont esté tirés, a esté remis entre les mains de M.r Allois vicaire géneral de la Plebanie d’Oulx ce premier janvier 1675 pour estre mis en seurté dans les archives de la Prevosté St. Laurans du dit Oulx, et le presant entieremente conforme au dit original a esté réservé pour estre mis dans le reliquaire du bras du dit St. Restitut qui est dans l’eglize et sacristie de la mesme eglize de St. Restitut avec une ou deux coppies imprimée en Français du martire du dit Saint conforme au presant [...] original. En foy, ay signé ce dit iour et an 16[...] chanoine d’Oulx curé de St. Restitut”.

Le texte donc reprend une version imprimée du martyre du saint et sert à donner un « poids » majeur aux reliques de Saint Restitut conservées à Sauze de Cézanne. Contrairement au texte analysé précédemment, nous sommes devant un récit plat, entièrement consacré à raconter les vicissitudes du saint, sans tenter de remettre dans son contexte historique l’événement, et, apparemment sans se référer aux cultes pratiqués à Sauze de Cézanne.

Le martyre de Saint Restitut se déroule à l’époque des empereurs Dioclétien et Maximien. Le jeune Restitut était un sage chrétien, qui se dédiait au secours des plus démunis et qui fut, durant les persécutions, capturé et conduit par les soldats pour comparaître devant le légat Hermogène, administrateur de la justice à Rome. Contraint à faire des sacrifices aux dieux, il refusa et fut donc fustigé. Durant son châtiment, le légat sollicitait Restitut à abandonner ses dieux. Mais en réponse il le fit exécuter par balles de plomb, puis le fit jeter enchaîné au cachot. Pendant leur emprisonnement, 45 personnes incarcérées comme lui prièrent d’intercéder auprès de Dieu afin qu’ils soient secourus. Restitut pria Dieu et ce dernier se manifesta en déchaînant un tremblement de terre auquel s’ensuivit une lumière qui diffusa un parfum suave ; les chaînes se défirent et les portes s’ouvrirent. Tous se jetèrent à ses pieds pour remercier le Seigneur et de fait, s’enfuirent. Par contre, Restitut resta dans sa cellule en prière, jusqu’au réveil des soldats le matin suivant. En découvrant la scène, les soldats accoururent auprès du légat et l’informèrent que Restitut avait défait ses chaînes et fait fuir toute la prison. Ils le conduisirent donc devant le légat qui lui ordonna de faire des sacrifices au temple de Jupiter au Capitole, faute de mourir. Sur le Capitole, il refusa à nouveau et fut décapité. Son corps fut jeté près de l’arc de triomphe, au lieu-dit La Palma, pour qu’il soit dévoré par les chiens. Une matrone, Juste, fidèle chrétienne, en pleine nuit se rendit sur les lieux, avec quelques ecclésiastes et avec l’aide de serviteurs, elle recueillit son corps. Près de sa demeure, elle le reconstitua, le recouvra d’arômes et l’enveloppa d’un linceul de papyrus. Pendant la nuit, elle le déposa sur un char et le porta sur sa terre, sur la via Nomentana. Elle fit aviser l’évêque Stéphane et son clerc, les vierges sacrées, les fidèles afin qu’ils puissent intervenir à la sépulture. Ils l’enterrèrent sur les terres de Juste, au XVI milliaire de la via Nomentana. La sépulture adviendra le 7 mai et les rites continueront pendant 7 jours. De nombreux infirmes et possédés se rendirent ensuite sur la tombe de Restitut où ils guérirent miraculeusement.

Il s’agit certainement d’un texte moins riche par rapport au précédent, mais il m’est paru intéressant de le confronter avec ce dernier pour toute une série de motifs que je tenterai de vous expliquer ci-après. Dans un premier temps il faut remarquer comme la rédaction de ces deux textes dépend de la bonne volonté du même personnage, le chanoine Garcin ; il est encore plus significatif selon moi, le fait que la rédaction de ces deux textes se fasse au beau milieu d’une époque de particulière importance pour la Prévôté de Saint Laurent d’Oulx, comme le fut celle de l’Abbé René de Birague. Son long mandat (1628-1681) correspond à une période de consolidation progressive du catholicisme soutenu par les souverains français, qui reprit pied dans les vallées du Dauphiné où précédemment s’était créée une solide présence de réformés qui avaient pendant de longues années marqué la population par de sanglantes guerres de religion. En particulier, l’objet de ces réformes promulguées par le prévôt fut la préparation du clerc ainsi que sa résidence dans la communauté, la prédication, le contrôle des manifestations religieuses des laïcs, de la cure et l’adaptation des édifices liturgiques aux directives du rite tridentin – l’action de René de Birague est remarquable pour la reconstruction des édifices de la prévôté, ainsi que pour la restauration des autels baroques- et pour finir, l’attention pour le culte et la discipline.

C’est justement à cette époque, qu’il faut selon moi, situer la rédaction de ces textes : ils semblent avoir été écrits dans le but de reconfirmer et redonner un fondement historique pour ces deux cultes importants, comme celui de Saint Just, sur lequel se base la sacralité du lieu, et où a été fondée la Prévôté d’Oulx ainsi que San Restitut, vénéré dans une des églises plus importantes du territoire de la cure.

Deux cultes mis certainement en doute par la contrepartie réformée pendant les années où sa présence était majoritaire et sa renaissance a peut être été une clé importante pour le retour en auge du catholicisme.