Con vivo piacere pubblichiamo integralmente uno scritto fattoci pervenire dal cav. Luigi Vayr dove tra l'altro vengono poste alcune preziose osservazioni sulle note di grafia ad integrazione di quelle già apparse sul precedente numero.

Sono lieto che sia stato preso in considerazione il mio modo di scrivere il patois. Sfrondando un po' gli elogi fattimi dal prof. Telmon e altri, mi ritengo soddisfatto del piccolo apporto dato affinché il nostro dialetto, nato, chissà come, ma finemente elaborato dagli avi, non scom­paia per sempre.

Poiché, constato che sono in molti a riservargli particolare interesse credo doveroso aggiungere alcuni ragguagli sulla grafia a complemento di quanto già detto nel precedente articolo.

  1. A differenza dell'italiano le consonanti non si raddoppiano. Può veri­ficarsi il caso delle due "n" e due "c", questo lo si ha solo a fine parola per indicarne la variazione di suono.

  2. La "q" non è mai utilizzata, viene sostituita della "c", es.: couâ. (coda), couéth (cuoio), couiéth (astuccio per portare la pietra da affilare la falce).

Ou couintët dë couintës c'ou lânn pa ni couâ ni tehâ (racconta favole che non hanno né coda né testa).

  1. I diversi accenti sulle vocali hanno il compito di variarne il suono. Ad evitare la doppia accentuazione, quello tonico non viene usato. Qua­lora richiesto lo si può indicare con una lineetta sotto la vocale accentata (poiché nella veste grafica del nostro bollettino questo non è fattibile, ov­vieremo con la vocale in neretto).

  2. La "i" seguita da una "n" finale prende sempre il suono della "é", es.: tipici nomi propri come Poulin, Piarin, Biaszin, Vantin, ecc.

Con questo, credo di aver detto tutto, o quasi, per quanto riguarda la grafia. Voglio però ancora scrivere un brano qualunque in dialetto, in cui, come si dice, tutti i nodi vengono al pettine:

"Sétho moda matin bounoutha ou marciâ a vouendrë dë toumâ. Iéthët ün dëmar, gli nô dou mouei d'avril. Su 1ô bort dou zëmin së vaièt grôou dë vithasôl e finca dë dzëlnë-grasës. De mësza tournaszi pe notrô câ1 chë fuso pasì anpresa. E, pa dithë, bë dzart apre de fèt na grôousa boursaië risparmiânn dë bè sout. Côth bouneuth ch'i së deit pa zëtath tôt; gnânca de pa avou da courë tânn loen. Ma se pa pajo ichië: bienn tô, vo pe i boulei avoi mi frathë Vicc e Mârc. Së i bétët pe bôn, ân pru dou cavouen pôrto pe së 1ô ghërbin".

Ero partito di primo mattino al mercato per vendere del formaggio. Era un martedì, i1 nove del mese di aprile. Sul ciglio della strada si vedevano molti girasoli (tarassaco) e anche della valeriana (galline­grasse), Pensai che avrei potuto ritornarci un'altra volta che fossi meno di fretta. E non per dire 1, due giorni dopo ne ho raccolto una grossa borsa risparmiando dei bei soldi 2. Per Fortuna che non si deve acqui­stare tutto; non ho dovuto neanche 3 camminare lontano. Ma4 non sono ancora del tutto appagato: presto andrò a cercare i funghi con i miei fratelli Luigi e Marco. Se sarà il periodo favorevole, oltre al cesto mi porterò anche la gerla.

Voi che il "moda Vëno" lo conoscete bene, ora potrete anche scri­verlo. Un po' alla volta e tutto verrà facile e interessante.

Voi giovani che amate le cose belle, fra queste c'è anche la parlata dei vostri avi. Sappiatela conservare gelosamente

Luigi Vayr

Nelle note di grafia apparse sul precedente bollettino ci è sfuggito il seguente errore: tra gli esempi proposti nell'uso della "ë" alla parola "bë" va associata la traduzione (it.) due e non bue, la cui traduzione sarà "bô".

Poiché siamo in grado di mantenere la promessa di trascrivere su ogni numero una poesia, per questo, abbiamo scelto "Lë Cugnéthës", seguirà un commento dello stesso Gino, però non aspettatevi la traduzione letterale!

Lë Cugnéthës

Cânchë pit fajônn lë feriës,

dlôn përchië a fin sènt Anâ

nôs asë përniânn lë furiës...

lë cugnéthës, dzin përdônn,

nôhri dâgl ou l’atândiônn.

Dzâ bë mouèi chë bataglévânn

fai, dëbouela dë courdaiës

dzârt e mèt antârt dou fouen,

për lëvrath lô miszëthéthës

moda inot a lë Cugnéthës...

Ouôt courdaiës, tôn mingéth

tenchë arvath a l'ârp dë Sândrë

së tâs sei avoueta inot:

râmpia machë acôth ün tâc

trôvës pe lô Cuthasâc.

Séia, séia, sërcia dë râm

féna, féna e fai la röië

apre atâns, atâns, atâns...

të t'artithës pe tôn fouèn

faszânn couinchiô avoi lô tèn.

Lë marmotës din lô gévrô

lévrônn pa d'asourdëlatèi,

d'ou Pasouth lai su lô mourô

a târt l'uciônn lë marghéthës...

...c'ou bruszisônn lë Cugnéthës!

Le "Cugnéthës" è il nome di una località prativa su, verso la cima della montagna che parte da una quota di m. 1800 nel Comune di Venaus.

Si falciavano questi prati a fine luglio-agosto con enormi fatiche quando erano già due mesi che si lottava 1 per la raccolta del fieno in zone più accessibili,

Le "courdaiës" (pl.) è l'attrezzo per l'imballaggio del fieno fatto con corde in numero di 7, disposte in modo parallelo ad una distanza di 15-20 cm. l’una dall'altra "Lë télës", unite alle estremità da due traversoni in legno "Gli barôn", per consentirne l'imballaggio a ciascuna estremità dei due traversoni vi è una fune di 3-4 m. con un capo libero "Gli gônzâm",

pesa 4-5 kg. vuoto, ma quando sulle spalle oltre alle cibarie ve ne sono otto o dieci...

L’arp dë Sândrë", alpeggio che si trova in fondo ai prati di cui si parla.

"Cuthasâc", rinomata sorgente che si trova nei pressi.

"Séia, séie", falciare, tagliare in continuazione.

I "râm" sono fronde di piante da cercarsi molto lontano e servono a caricarvi il fieno ancora verde per essere trascinato nella parte bassa del prato e venire sparso per l'essicazione "la rôie".

Dopo tutto questo lavoro, prima di imballare si dovrà fare il conto con l'inclemenza del tempo.

"Gévrô", nebbia fitta.

"Pasouth", alpeggio nelle vicinanze.

La poesia finisce col rilevare la snervante attesa perché il fieno secchi, in contrasto con l'allegro vociare delle ragazze.